NOTE:

[2432] Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 29. Chron. Reicherspergense.

[2433] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2434] Radulph. de Diceto, Imag. Histor.

[2435] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.

[2436] Bernardus Thesaur., Hist., cap. 171.

[2437] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2438] Richardus de S. Germano.

[2439] Chron. Acquicinctinum apud Pag.

[2440] Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.

[2441] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.

[2442] Hugo Falcandus, in Chron.

Anno di CRISTO MCXC. Indizione VIII.

CLEMENTE III papa 4.

ARRIGO VI re di Germania e d'Italia 5.

Venuta la primavera, l'_imperador Federigo_ rimise in viaggio l'esercito

suo, ed arrivato a Gallipoli[2443], trovò quivi un'immensa quantità di

legni piccioli e grandi, preparati, affinchè potesse passar

l'Ellesponto, dall'imperador greco, premuroso di levarsi d'addosso

un'armata sì potente, che il teneva in continue gelosie e timori. Verso

il fine di marzo valicò essa armata lo stretto in cinque giorni. Tenne

la vanguardia Federigo duca di Suevia, la retroguardia l'Augusto

Federigo suo padre. Di gravi incomodi cominciò a patire questo esercito;

passato che fu in Asia, per le segrete mine dei Greci; ma peggio

avvenne, allorchè giunse nelle terre de' Turchi e del sultano d'Iconio,

perchè mancavano i viveri per gli uomini e per li cavalli; e scopertasi

nemica quella gente, non passava giorno che non si avesse a combattere.

Arrivarono ad Iconio, nè potendo aver per danari vettovaglia, ordinò

Federigo che si espugnasse quella città: il che fu eseguito con

incredibil bravura e strage de' Turchi. Rifugiossi il sultano nel

castello, e si ridusse allora a dar dei viveri, benchè a caro prezzo. Di

là passò l'imperadore in Armenia, dove trovò buona accoglienza e miglior

mercato. Arrivato poscia al fiume Salef, che scorre per deliziose

campagne, essendo il caldo grande, volle _Federigo_ bagnarsi in

quell'acque, ma in esse sventuratamente lasciò la vita, chi dice, perchè

annegato nuotando, e chi perchè il soverchio freddo dell'acqua

l'intirizzì laonde dopo poche ore mancò di vita. Succedette la morte sua

nel dì 10 di giugno. Altri scrivono nel dì 12, ma senza fondamento,

perchè fu in domenica, e questa cadde nel dì 10 suddetto. Non può

negarsi: uno de' più gloriosi principi che abbiano governato l'imperio

romano fu _Federigo I Barbarossa_, alle cui lodi, espresse da varii

autori, nulla ho io da aggiugnere. Non mancarono già fra molte sue virtù

moltissimi vizii e difetti considerabili, tali ancora che la memoria di

lui resterà sempre in abbominazione presso degli Italiani. Ma non si può

negare, egli almeno coll'ultima sua piissima risoluzione compiè la

carriera del suo vivere gloriosamente, e con dispiacere universale,

perchè niuno era più a proposito di lui per umiliar la fortuna di

Saladino: tanto era il suo valore e il suo credito anche in Oriente. Il

duca _Federigo_ suo figliuolo, valorosissimo principe[2444], prese il

comando dell'armata rimasta in una grave costernazione; la condusse fino

ad Antiochia, dove per l'intemperanza del vivere quasi tutta perì, in

maniera che egli giunse con pochi all'assedio di Accon, ed ivi terminò

anch'egli la vita nel principio dell'anno seguente. Seguitava intanto

l'assedio di Accon, assedio de' più famosi che mai si sieno intesi, e vi

succederono varii fatti d'armi, tutti degni di storia, ma non

convenevoli alla mia, che ha altra mira. A me basterà di accennare

qualmente in una giornata campale, che i cristiani vollero azzardare,

restarono sconfitti dall'esercito di Saladino; e che ciò non ostante

continuarono essi a ristringere quella città, tuttochè bloccati da

Saladino. Entrata la carestia nel campo cristiano, cagione fu che ne

perissero ben sette mila. Giunse anche una flotta saracena nel porto di

Accon, che ridusse a maggiori angustie l'accampamento de' cristiani; ma

il valoroso marchese di Monferrato _Corrado_, portatosi a Tiro, e

tornato con uno stuolo di navi, prese i legni nemici carichi di

vettovaglie, che servirono al bisogno de' cristiani. Tuttavia disperati

pareano questi affari, quando nell'anno seguente giunsero colà i re di

Francia e d'Inghilterra, che fecero mutar faccia alle cose, siccome

diremo.

Intanto è da sapere che questi due monarchi avendo preparata cadauno una

gran flotta, coll'accompagnamento d'assaissimi principi, fecero vela

verso l'Oriente. Abbiamo dal continuatore di Caffaro[2445] che _Filippo

Augusto re_ di Francia arrivò nel dì primo d'agosto in Genova. Colà

parimente nel dì 13 d'esso mese giunse _Riccardo re_ d'Inghilterra, il

quale, dopo essersi abboccato col re Filippo, continuò tosto il suo

viaggio. Sul fine d'esso mese approdarono amendue a Messina, dove con

grandi finezze e regali furono accolti da Tancredi, che nel gennaio di

quest'anno era stato coronato re di Sicilia col consenso del romano

pontefice. Dopo la sua esaltazione avea atteso Tancredi ad assicurarsi

della Puglia[2446], dove non mancavano baroni e città, o malcontenti per

invidia della di lui fortuna, o aderenti alla regina Costanza, fra'

quali specialmente _Ruggieri conte_ d'Andria. Diede il comando dell'armi

a _Riccardo conte_ di Acerra suo cognato; e questi parte colla dolcezza,

parte colla forza tirò all'ubbidienza di Tancredi quasi tutta la Puglia

e Terra di Lavoro. Intanto _Arrigo VI_ re di Germania e d'Italia si

disponeva per far valere le ragioni della regina _Costanza_ sua moglie,

ma non con quella fretta che avrebbono desiderato i suoi parziali. Mandò

ben egli Arrigo Testa suo maresciallo con un corpo d'armata che, unitosi

col conte d'Andria, prese molti luoghi in Puglia, lasciando dappertutto

segni di crudeltà per li continui saccheggi. Ma ingrossato l'esercito

del re Tancredi, ed entrate le malattie e la penuria de' viveri nel

nemico esercito, il comandante tedesco si ritirò, lasciando in ballo il

conte d'Andria, che si rifugiò in Ascoli. Ad assediarlo in quella città

venne il conte d'Acerra, e un dì sotto buona fede chiamato fuor delle

porte esso conte d'Andria, proditoriamente il fece prendere, e poi

tagliargli la testa. Col tempo anche la città di Capua, dianzi

favorevole alla regina Costanza, abbracciò il partito del re Tancredi:

con che poco o nulla restò che nol riconoscesse per suo sovrano. Ma un

più pericoloso affare ebbe Tancredi in casa propria. Appena fu giunto al

porto di Messina il re inglese Riccardo, che mosse varie pretensioni

contra d'esso Tancredi; cioè che gli desse cento navi promesse dal re

Guglielmo al re Arrigo di lui padre, per valersene nel passaggio di

Terra santa. Pretese eziandio che gli fosse rimandata la _regina

Giovanna_ sua sorella e vedova del _re Guglielmo II_, e insieme o

restituita la dote, o assegnato per essa un stato competente. Perchè si

tardava a soddisfarlo, Riccardo principe ferocissimo mise mano all'armi,

e colla forza s'impossessò di due fortezze situate fuor di Messina. Ciò

veduto da' Messinesi, non tardarono a cacciar fuori di città quanti

Inglesi vi si trovarono. E ne sarebbe seguito peggio, se, frappostosi il

re di Francia, ch'era approdato anch'egli a Messina, non avesse calmata

l'ira di Riccardo, e trattato di aggiustamento. Ma non andò molto che,

portata a lui una falsa nuova che i Messinesi macchinavano contra di

lui, alla testa dei suoi egli ostilmente prese una porta di quella

città[2447]; fece macello di quanti cittadini gli vennero all'incontro,

e piantò le sue bandiere sopra le mura. O perchè si smorzasse la sua

collera, o perchè prevalesse il parere de' suoi consiglieri, uscì della

città. Venne poscia ad accordo con Tancredi, il quale si obbligò di

pagare venti mila oncie d'oro per la dote della vedova regina, e di

provvedere a Riccardo alquante navi pel viaggio di Terra santa. Restò

ancora conchiuso che Tancredi darebbe una sua figliuola in moglie ad

_Arturo duca_ di Bretagna, nipote d'esso re Riccardo, con dote di

ventimila oncie d'oro. Nè mancaron motivi di discordia fra gli stessi

due re di Francia e d'Inghilterra; ma il franzese, più moderato e saggio

dell'altro, sopportò tutto per non disturbare il piissimo suo disegno di

soccorrere i cristiani in Terra santa. Fu in questa occasione che, ad

istanza del re Riccardo, fu chiamato a Messina _Gioachino_ abbate

cisterciense del monistero florense, tenuto allora in gran concetto di

probità, e di profetizzar l'avvenire[2448]. Interrogato egli se si

libererebbe Gerusalemme, rispose che non era per anche giunto il tempo

di questa consolazione. Hanno combattuto e combattono tuttavia gli

scrittori, chi trattando esso abbate Gioachino da impostore, e fin da

eretico, e chi tenendolo per uomo d'esemplarissima vita, di buona

credenza e santo. Veggasi il padre Pagi a quest'anno. A me nulla

appartiene l'entrare in sì fatto litigio. In quest'anno i Genovesi

elessero per loro primo podestà Manigoldo nobile bresciano, che diede

principio con vigore al suo governo in quella troppo disunita e

tumultuante città[2449]. Per quanto s'ha dalla Cronica Estense[2450],

nell'anno presente guerra fu fra i Ferraresi e Mantovani, e si venne

alle mani nella terra di Massa, distretto ferrarese. Toccò ai Mantovani

il voltare le spalle.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 206 / 277 题