NOTE:

[2376] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[2377] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. CCIV et CCV.

[2378] Godefridus Viterbiensis, in Chron.

[2379] Godefridus Monachus S. Pantal., in Annal.

[2380] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2381] Otto de S. Blasio, in Chron.

[2382] Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.

[2383] Arnol. Lubec., lib. 3, cap. 14.

[2384] Pipinus, Chron., cap. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[2385] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2386] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[2387] Sigon., de Regno Ital., lib. 15.

[2388] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.

[2389] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[2390] Puricell., Monum. Basilic. Ambros., n. 596.

[2391] Radulphus de Diceto, Imag. Histor.

[2392] Chron. Acquicinct. apud Pagium ad hunc annum.

[2393] Arnold. Lubec., Chron., lib. 3, cap. 16.

[2394] Antiquit. Italic., Dissert. XLVII.

[2395] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2396] Campi, Istor. di Piacenza.

[2397] Arnoldus Lubecensis, lib. 3, cap. 17.

[2398] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.

[2399] Antiquit. Ital., Dissert. L.

[2400] Chron. Acquicinct. apud Pag.

[2401] Antichità Estensi, P. I.

[2402] Antiquit. Ital., Dissert. L.

[2403] Ibidem.

Anno di CRISTO MCLXXXVII. Indizione V.

GREGORIO VIII papa 1.

CLEMENTE III papa 1.

FEDERIGO I re 36, imper. 33.

ARRIGO VI re d'Italia 2.

Fu segnato il presente infelicissimo anno colle lagrime di tutta la

cristianità. La santa città di Gerusalemme, che avrebbe dovuto ispirare

in tutti i suoi abitanti cristiani la divozione e il timore di Dio, già

era divenuta il teatro dell'ambizione, della incontinenza e degli altri

vizii che accompagnano il libertinaggio; e questi si miravano baldanzosi

fra quella gente. Però Dio volle finirla. Insorsero fra i principi delle

dissensioni a cagione del regno; e perchè non si mantenea la fede a

Saladino potentissimo sultano di Babilonia e dell'Egitto, nè agli altri

vicini[2404], esso Saladino con ismisurato esercito marciò alla volta

della Palestina. Rimasero sconfitti i Cristiani (e fu creduto per

tradimento di _Rinaldo principe_ di Montereale, e di _Raimondo conte_ di

Tripoli) con istrage di molti, e colla prigionia del re Guido, e di

moltissimi altri nobili, fra' quali si abbattè il vecchio _Guglielmo

marchese_ del Monferrato, che era andato alla visita de' luoghi santi,

ed anche per assistere al picciolo suo nipote. Cotal disgrazia si tirò

dietro la perdita di molte città. Dopo di che Saladino condusse l'armata

terrestre e marittima sopra l'importante città di Tiro, e ne formò

l'assedio. Era perduta quella nobil città, se per avventura _Corrado_

figliuolo del suddetto marchese Guglielmo, venendo da Costantinopoli per

andare ai luoghi santi, intesa la perdita di Tiberiade, ossia di Accon,

voltata vela, non fosse qualche tempo prima approdato ad essa città di

Tiro, dove da quel popolo ricevuto come angelo di Dio, fu eletto per

loro signore. Guidò Saladino sotto quella città il vecchio marchese suo

prigione, esibendone la libertà a Corrado, se gli rendeva la terra:

altrimente minacciandone la morte, se non accettava l'offerta. Nulla si

mosse il marchese Corrado; anzi rispose ch'egli sarebbe il primo a

saettare il padre, se Saladino l'avesse esposto per impedir la difesa.

La costanza di questo principe fece mutar pensiero a Saladino, che niun

danno per questo inferì al vecchio marchese. Non amando poi egli di

consumare il tempo sotto una città sì dura, con perdere il frutto della

vittoria, rivolse l'armata contro le città circonvicine a Gerusalemme; e

impadronitosene, obbligò infine alla resa la santa città nel dì 2 di

ottobre: colpo che riempiè d'incredibil dolore tutti quanti i fedeli.

Tornò poscia il vittorioso Saladino all'assedio di Tiro nel mese di

novembre. Avea il valoroso marchese Corrado nei giorni addietro

coll'aiuto de' Pisani battuta due volte la flotta nemica, prese ancora

alcune lor galee e navi nel porto di Accon, provveduta la città di

viveri, e fabbricato un forte barbacane. Caddero, il dì innanzi che

arrivasse Saladino, quaranta braccia di questo muro: il che atterrì

sommamente il popolo cristiano, ma non già l'intrepido marchese Corrado,

che, impiegati uomini e donne, riparò in un dì quel danno. Fatte poi

vestire da uomo le donne, e messele sulle mura, inviò i Pisani di nuovo

ad Accon, da dove condussero due navi cariche di vettovaglie. E questi

medesimi da lì a non molto presero cinque altre galee nemiche piene di

gente e di viveri. Per queste perdite arrabbiato Saladino, fece dei

mirabili sforzi contra del barbacane, adoperando assalti e quante

macchine di guerra erano allora in uso, con gran perdita de' suoi, e

lieve degli assediati. E perciocchè ai Pisani venne fatto, inseguendo

nove galee della flotta infedele, di pressarle di maniera che i Barbari

attaccarono ad esse il fuoco, Saladino, che avea perduta molta gente,

trovandosi anche sprovveduto di aiuto per mare, finalmente nell'ultimo

giorno di decembre, oppure nel dì primo del seguente gennaio, dopo aver

bruciate tutte le macchine, si ritirò pieno di dispetto dalla città di

Tiro. In segno ancora del suo dolore fece tagliar la coda al proprio

cavallo, per incitare in questa maniera i suoi alla vendetta. Di qui

probabilmente ebbe principio il rito de' Turchi di appendere allo

stendardo loro la coda del cavallo per segno di guerra. Distesamente

parla di questi fatti Bernardo Tesoriere, la cui Storia ho dato alla

luce, oltre a molti altri scrittori, che un lacrimevol racconto

lasciarono di questi infelici successi de' Latini in Oriente. Di tante

conquiste tre sole città restarono in lor potere, cioè Antiochia, Tiro e

Tripoli.

Andavano intanto maggiormente crescendo i dissapori fra _papa Urbano

III_ e l'_imperador Federigo_; e quantunque il pontefice, il quale nel

dì 4 di giugno, stando in essa città di Verona, diede una bolla in favor

delle monache di santa Eufemia di Modena[2405], si vedesse in molte

strettezze, perchè dall'un canto Federigo avea serrati i passi fra la

Germania e l'Italia, e teneva come in pugno tutta la Lombardia e la

Romagna, e dell'altro gli Stati della Chiesa romana erano malmenati dal

giovane re Arrigo; tuttavia, come personaggio di gran cuore e zelo,

prese la risoluzione di usar l'armi spirituali contra di Federigo[2406].

Citollo nelle debite forme; ma quando fu per fulminare la scomunica, i

Veronesi, con rappresentargli che erano servi ed amici dell'imperadore,

il pregarono di non voler nella loro città far questo passo, che avrebbe

fatto grande strepito, e cagionato loro dei gravi disturbi. Il perchè

Urbano si partì di Verona, ed incamminossi alla volta di Ferrara, con

pensiero d'effettuar ivi il suo disegno. Gervasio Tiberiense[2407]

all'incontro scrive che s'era intavolato, anzi sottoscritto un accordo

fra esso papa e Federigo: dopo di che Urbano sen venne a Ferrara. Lo

stesso abbiamo dal Cronografo Sassone. Comunque sia, appena giunto il

pontefice in quella città, quivi caduto infermo, passò a miglior vita

nel dì 19 d'ottobre. Dopo avergli per sette giorni il popolo ferrarese

fatte solenni esequie, gli diede sepoltura nella cattedrale. Buona parte

degli storici[2408], copiando l'un l'altro, lasciarono scritto che il

buon pontefice Urbano, pervenutagli la dolorosa nuova della perdita di

Gerusalemme, non potendo reggere all'afflizione, mancò di vita.

Difficile è ben da credere che in sì poco tempo fosse portato a Ferrara

quel funestissimo avviso. Se egli morì d'affanno, come vien preteso,

dovette piuttosto essere per la notizia ricevuta della rotta

precedentemente data da Saladino ai cristiani, e della presa di varie

città, e dell'assedio di Tiro. Dopo la sepoltura del defunto papa

Urbano, fu in suo luogo assunto al pontificato _Alberto cardinale_ di

san Lorenzo in Lucina, cancelliere della santa romana Chiesa, che prese

il nome di _Gregorio VIII_. Non tardò questo pontefice, lodatissimo da

tutti gli scrittori, a spedir lettere circolari a tutta la cristianità,

che si leggono presso Ruggieri Hovedeno[2409], e son anche riferite dal

cardinal Baronio[2410]. In esse caldamente esorta tutti i fedeli al

soccorso di Terra santa, con prescrivere ancora digiuni e preghiere per

placare l'ira di Dio. Una lettera di questo pontefice ad Arrigo, _regi

electo Romanorum imperatori_, pubblicata dal Leibnizio[2411], per

provare usato fin allora il titolo d'imperadore eletto, non può stare,

perchè contraria all'uso di que' tempi. Leggonsi ancora presso

l'Ughelli[2412] i privilegii e le esenzioni concedute nell'ottobre

dell'anno presente da _Corrado marchese_, che s'intitola _figliuolo del

marchese di Monferrato_, ai Pisani, pel soccorso a lui dato nella difesa

di Tiro. Per attestato degli Annali Genovesi[2413], scrisse il medesimo

Corrado lettere all'imperadore, e ai re di Francia, Inghilterra e

Sicilia, implorando aiuto per gli urgenti bisogni della cristianità in

Levante. Verisimilmente venne nel dì 10 di dicembre a Pisa il nuovo papa

_Gregorio VIII_, appunto per muovere quel popolo e i Genovesi a far

maggiori sforzi per sostenere la cadente fortuna de' cristiani latini in

Levante. Ma Iddio dispose altrimenti; imperciocchè questo pontefice,

degnissimo di lunga vita per le sue rare virtù, infermatosi in essa

città di Pisa, fu chiamato da Dio ad un miglior paese nel dì 17 del mese

suddetto, e fu seppellito il sacro suo corpo in quella cattedrale. Che

vacasse la cattedra di san Pietro venti giorni, onde solamente nel

gennaio dell'anno seguente fosse eletto il di lui successore, lo

credettero il Sigonio, il Panvinio, il Baronio ed altri. Ma, secondo le

pruove recate dal padre Pagi[2414], l'elezione di un altro pontefice

seguì nel dì 19 del suddetto dicembre. Nelle Croniche Pisane[2415] è

scritto: _XIV kalendas ejusdem mensis cardinalis Paulus praenestinus

episcopus in eadem Ecclesia majori pontifex summus est electus, levatus

ab hospitio sancti Pauli de Ripa Arni, et largiente Domino Clemens III

vocatus est_. Sicchè fu eletto papa e consecrato _Paolo cardinale_ e

vescovo di Palestrina, di nazione Romano, che si fece chiamare _Clemente

III_.

Ho detto di sopra che l'ottimo _papa Gregorio VIII_ si portò a Pisa per

incitar non meno quel popolo che l'altro di Genova all'aiuto di Terra

santa; ma ho detto poco. Fu di mestieri il mettere prima pace fra quelle

due nazioni, giacchè di nuovo s'era accesa la guerra fra esse. Abbiamo

dai continuatori degli Annali Genovesi di Caffaro[2416] che in

quest'anno i Pisani, contravvenendo ai trattati e giuramenti della pace,

con un'armata passarono in Sardegna, dove spogliarono e cacciarono da

tutto il giudicato di Cagliari quanti mercatanti genovesi trovarono in

quelle parti. All'avviso della rotta pace, allestirono immediatamente i

Genovesi un potente esercito per passare a Porto Pisano, quand'ecco

comparire a Genova una lettera del _re Arrigo_, che i Pisani aveano

segretamente procacciata al bisogno. In essa pregava il re i Genovesi di

desistere per amor suo dall'offesa de' Pisani; e però si disarmò la

preparata flotta, a riserva di dieci galee, che, passate in Sardegna,

infestarono non poco i Pisani, e preso il castello di Bonifazio,

fabbricato da essi Pisani, lo distrussero da' fondamenti. Bernardo di

Guidone[2417] ed altri scrivono che la pace fra questi due popoli fu

maneggiata e conchiusa dal suddetto papa Gregorio VIII. Ma di ciò nulla

ha il continuatore de' suddetti Annali di Genova, che pur era

contemporaneo. Sul fine di quest'anno, o sul principio del seguente,

come ha dimostrato il signor Sassi[2418], arcivescovo di Milano fu

eletto _Milone_ da Cardano vescovo di Torino, e Milanese di patria. E,

se vogliam credere a Galvano Fiamma[2419], l'anno fu questo, in cui il

popolo di Milano elesse per suo primo podestà Uberto de' Visconti di

Piacenza. Nè vo' lasciar di dire una particolarità a noi conservata da

Bernardo Tesoriere[2420]: cioè che alcune migliaia di cristiani cacciati

da Gerusalemme pervennero ad Alessandria d'Egitto, e quivi svernarono

sino al marzo dell'anno seguente, trattati con assai carità ed

ospitalità da que' Saraceni. Arrivarono in quel mese trentasei navi di

Pisani, Genovesi e Veneziani, che imbarcarono quanti cristiani poteano

pagare il nolo. Essendo restato in terra un migliaio di essi, il

governator saraceno volle saperne la cagione, e inteso che era perchè

non aveano di che pagare, fece una severa parlata a que' capitani di

navi per la poca lor carità verso de' cristiani loro fratelli, con

vergogna del nome cristiano, quando Saladino ed egli stesso gli aveano

trattati tutti con tanta amorevolezza e clemenza. E perchè non perisse

quella povera gente, e non divenisse schiava, volle che la ricevessero

nelle navi, e la trasportassero in Italia, con dar loro di sua borsa

tanto biscotto ed acqua dolce, quanto potea bastare pel viaggio. Tutti

raccontano che Saladino più de' cristiani medesimi era misericordioso

verso de' poveri cristiani. Sicchè i più de' nostri non per motivo

alcuno di religione, ma per sete di guadagno, e per vivere più

liberamente, usavano in quei tempi di andare in Terra santa. Nè si vuol

tacere che l'ingrandimento e la ricchezza de' Pisani e Genovesi s'ha in

parte da attribuire alle caravane de' pellegrini che le lor navi

conducevano e riconducevano da que' paesi, con ricavarne un buon nolo,

ed occupar la roba di chi moriva nel viaggio. Molti privilegii,

esenzioni e diritti accordati circa questi tempi al popolo pisano dai re

di Gerusalemme, dal principe d'Antiochia, dal conte di Tripoli, dal

principe di Tiro e da altri principi cristiani di Levante si possono

leggere nelle mie Antichità italiane[2421].

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 203 / 277 题