[2344] Arnold. Lubec., Chron., lib. 3, cap. 9.
[2345] Godefridus Monachus, in Chron.
[2346] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2347] Rodulph. de Diceto, Imag. Histor. ad hunc annum. Sigonius,
Rubeus, Panvinius, etc.
[2348] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2349] Chron. Acquicinctinum.
[2350] Guillelm. Nang., in Chron.
[2351] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[2352] Ptolom. Lucensis, in Annalib. brevib., tom. 11 Rer. Italic.
[2353] Matth. de Griffon., Memorial. Historic., tom. 18 Rer. Ital.
[2354] Annal. Veter. Mutinenses, tom. 11 Rer. Italic.
[2355] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2356] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2357] Arnold. Lubecensis, lib. 3, cap. 10.
[2358] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCII.
[2359] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veron.
[2360] Antichità Estensi, P. I, cap. 6.
Anno di CRISTO MCLXXXV. Indizione III.
URBANO III papa 1.
FEDERIGO I re 34, imper. 31.
Continuò _papa Lucio_ il suo soggiorno in Verona, e l'Ughelli rapporta
una sua bolla data _Veronae idibus junii, Indictione III, Incarnationis
dominicae anno MCLXXXV, pontificatus vero domni Lucii III papae anno
quarto_[2361]. Trattenevasi tuttavia in Italia anche l'imperador
Federigo, se pure non aveva egli fatta una scappata in Germania. E però
il papa dovette persister ivi per continuare i negoziati scabrosi con
esso Augusto. Rapporta il Margarino un diploma di esso Federigo, dato
_apud Veronam V nonas januarii, anno dominicae Incarnationis
MCLXXXV_[2362]. Trovossi poi il medesimo Augusto _in Reggio III idus
februarii_, cioè nel dì 11 di febbraio del presente anno, e quivi
confermò i privilegii al popolo milanese, con estensione di molte
grazie, tutte probabilmente ben pagate. Il Puricelli[2363] rapporta
l'intero diploma, degno ben di considerazione, perchè in esso
restituisce a' Milanesi le antiche loro giurisdizioni dalla parte
d'occidente e settentrione, e tutte l'altre dalla parte di levante, con
obbligarsi di rimettere in piedi la terra di Crema: il che servì ad
alterar sommamente gli animi de' Cremonesi, i quali, dopo tante spese e
dopo tanto sangue e fatiche, vedeano sè stessi spogliati delle lor
conquiste, e premiato chi sì lungamente avea sostenuta la guerra contra
di esso Federigo. All'incontro i Milanesi si obbligano di aiutar
l'imperadore, di ritenere e ricuperare tutti i diritti dell'imperio in
Italia, e nominatamente i beni della contessa Matilda. Fra i testimoni
si veggono nominati, _Conradus dux Spoleti, e Conradus marchio
anconitanus_, cioè che allora governava la marca d'Ancona, benchè non
apparisca se la stessa città d'Ancona allora ubbidisse a lui. Un altro
diploma d'esso Federigo, spedito in Milano _IV nonas maii_, in favore
del monistero di santo Ambrosio, si legge presso il suddetto Puricelli.
Però non dovrebbe sussistere lo scriversi dal Sigonio[2364] che
Federigo, partitosi da Reggio, arrivò a Bologna nel dì primo di aprile,
e di là passò alla visita delle città della Romagna. Aggiugne il
medesimo Sigonio che dalla Romagna andò in Toscana nel mese di luglio, e
che tolse a tutte quelle città le regalie, fuorchè a Pisa e a Pistoia,
con privarle della libertà, e sottometterle agli uffiziali da lui
destinati; e ciò perchè nelle guerre passate aveano tenuto colla Chiesa
contra di lui. Prese queste notizie il Sigonio da Giovanni
Villani[2365], che le racconta all'anno 1184, anticipando d'un anno il
tempo. Concorrono nella stessa narrativa gli Annali antichi di
Siena[2366], con asserire sotto il presente anno l'arrivo in Toscana
dell'imperador suddetto. Già cominciavano nelle città a pullulare i semi
ascosi delle fazioni guelfa e ghibellina. Teneano i nobili la parte
dell'imperadore, per difendere le lor castella e i lor feudi, che dianzi
erano esenti dalla giurisdizione delle città. All'incontro il popolo,
che volea, non solo godere della libertà, ma rimettere ancora sotto il
suo dominio tutti i luoghi che anticamente erano del suo distretto, e
forzava i nobili ad ubbidire, ripugnava all'autorità dell'imperadore.
Per questa cagione in Faenza s'accese la discordia fra il popolo e i
nobili. Inferiori di forze gli ultimi ricorsero a Federigo[2367], il
quale ordinò a Bertoldo suo cancelliere di assediar quella città colle
forze della Romagna. Dopo una gagliarda difesa i Faentini in fine furono
costretti a sottomettersi alla volontà dell'imperadore.
S'era poi cangiato l'animo de' Cremonesi, sì caldo negli anni addietro
in favor d'esso Augusto, dacchè videro che egli avea confermata Crema al
popolo di Milano; e non essendo ignota a Federigo questa loro
alienazione d'affetto, ne fece vendetta con ordinare che si
rifabbricasse quell'abbattuta terra. Così ne scrive Sicardo[2368]: _Anno
Domini MCLXXXV, imperator in Italiam rediens, Cremam in odium
Cremonensium reaedificavit. Quo anno ego Sicardus, praesentis operis
compilator et scriba, Cremonae, licet indigne, electus sum ad episcopale
officium_. Trattenevasi tuttavia in Verona il buon papa _Lucio III_,
quando Iddio volle chiamarlo a sè. Concordano gli storici in
asserire[2369] che la sua morte accadde verso il fine di novembre, e
data gli fu sepoltura nel dì 25 di quel mese. Era stato eletto in questo
medesimo anno arcivescovo di Milano _Uberto Crivello_ chiamato Lamberto
con errore da altri. Tale dovea essere il di lui merito, che il collegio
de' cardinali appena dopo le esequie del defunto papa Lucio
s'accordarono in eleggerlo sommo pontefice. Prese egli il nome di
_Urbano III_, e continuò a governar come arcivescovo la chiesa di Milano
per tutto il tempo del suo pontificato, siccome han già concludentemente
provato il p. Pagi[2370] e il signor Sassi[2371]. Un de' motivi, per li
quali l'imperador Federigo andava rondando per l'Italia, quello era
eziandio di trattare il matrimonio di _Costanza_ figliuola postuma del
fu _re Ruggieri_ avolo di _Guglielmo II_ re di Sicilia, col _re Arrigo_
suo primogenito. Vedeva egli quel re senza successione, e bramoso di
unire il fioritissimo regno della Sicilia, che abbracciava ancora la
Puglia, la Calabria, Napoli e il principato di Capoa, si diede a far
maneggi nella corte di Sicilia per ottenere il suo intento. Vi si
trovarono delle difficoltà, ripugnando i consiglieri del re Guglielmo
all'unione di quegli Stati coll'imperio, e alla signoria de' Tedeschi,
il governo de' quali era assai screditato ne' tempi d'allora. Più ancora
par verisimile che segretamente si opponesse il romano pontefice, per
non trovarsi un dì fra le forbici e senza l'appoggio dei re di Sicilia,
stati in addietro difensori della Chiesa romana. Ma ebbe maniera
Federigo di guadagnar il punto. Abbiamo dall'Anonimo Casinense[2372] che
in questo anno fu conchiusa la pace fra esso Augusto e il re Guglielmo.
Fra i patti di quella pace vi dovette entrare il matrimonio suddetto, di
cui parleremo nell'anno prossimo seguente. Abbiamo anche dal suddetto
storico, da Niceta Coniate[2373], da Sicardo[2374] e dalla Cronica di
Fossanuova[2375] che il predetto Guglielmo II re di Sicilia, per
vendicarsi dei Greci che l'aveano molto prima beffato nel trattato di
matrimonio con una figliuola di _Manuello Comneno_ loro imperadore, e
per la loro barbarie contro de' Latini, animato ancora da _Alessio
Comneno_, che era ricorso a lui, spedì nel dì 11 di giugno una
potentissima flotta a' danni di _Andronico_ (tiranno allora regnante sul
trono di Costantinopoli) sotto il comando del conte Tancredi suo cugino.
S'impadronì questa armata nel dì 24 di giugno della città di Durazzo, e
nella festa di san Bartolommeo d'agosto, dell'insigne città di
Tessalonica, ossia di Salonichi. Conquistò molte altre città, castella e
rocche, le quali tutte giurarono fedeltà al re siciliano, le cui genti
commisero ogni sorta di crudeltà e sacrilegii in tale occasione. Ucciso
in questo mentre _Andronico_, succedutogli _Isacco Angelo_ nell'imperio,
non tardò ad inviare una poderosa flotta per fermar questi progressi; e
non finì la faccenda, che ebbero una rotta i Siciliani per terra; e
dipoi s'intavolò una pace fra loro, ma con frode, perchè gli uffiziali
del re Guglielmo traditi, furono condotti prigioni a Costantinopoli. Li
fece ben rilasciare Isacco; ma a buon conto egli ricuperò tutto il
perduto, e la flotta siciliana molto confusa se ne tornò a' suoi porti.