[2337] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2338] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2339] Ghilin., Annal. Alexandrin.
[2340] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2341] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Godefridus Monach., in
Chron. Anonym. Casinens., in Chron.
[2342] Robert. de Monte, in Chron.
[2343] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. CXCV.
Anno di CRISTO MCLXXXIV. Indizione II.
LUCIO III papa 4.
FEDERIGO I re 33, imper. 30.
Per testimonianza di Arnoldo da Lubeca[2344], e di Gotifredo
monaco[2345], nella Pentecoste di quest'anno tenne l'_imperador
Federigo_ in Magonza una delle più superbe e magnifiche corti bandite,
che da gran tempo si fossero vedute, perchè v'intervenne, non solamente
dalla Germania ed Italia, ma anche da altri regni gran copia di principi
ecclesiastici e laici, e infinita moltitudine di persone. Il motivo fu
quello di crear cavaliere il giovane _re Arrigo_ suo figliuolo. Ma
perchè non era capace la città di quella immensa foresteria, in una
vasta pianura contigua d'ordine di Federigo fu fabbricato un vasto
palagio di legno, con un'alta cappella, dove si fece la solenne
funzione, e sotto i padiglioni alloggiò quella gran frotta di nobili. Ma
in uno de' seguenti giorni insorto un fiero temporale, gittò a terra
quel grande edificio, e sotto vi restarono morte quindici o venti
persone: il che fu creduto un presagio di calamità, che pur troppo
vennero. Poscia nel mese d'agosto l'Augusto Federigo calò in Italia per
visitar le città già rimesse in sua grazia. Abbiamo dalla Cronica di
Piacenza ch'egli _primo pacifice intravit Mediolanum, deinde Papiam,
postea Cremonam, deinde Veronam ad loquendum cum papa Lucio, qui
successerat Alexandro. Postea ivit ad alias civitates, videlicet Paduam,
Vicentiam, Bergomum, Laudem et Placentiam_[2346]. Con sommo onore fu
accolto dappertutto, e si dee anche credere con gravissime spese e
regali a lui fatti da que' popoli. Abbiamo da questo scrittore e da
altri, che s'abboccarono insieme nell'anno presente il pontefice e
l'imperadore in Verona[2347], e non già nel seguente anno, come pare che
per errore si legga nella Cronica di Arnoldo da Lubeca, seguitato in ciò
dal cardinal Baronio. Sicardo sembra d'accordo con Arnoldo, e Gotifredo
monaco chiaramente scrive che quel congresso seguì nel 1185. Ma certo è
che fu nel presente. Convien ora spiegare la cagion di questo
abboccamento fra i due primi luminari nel mondo cristiano. Più che mai
si scoprivano i Romani inviperiti contro la vicina città di Tuscolo, e
siccome essi non si prendevano gran suggezione di papa Lucio, così, per
attestato di Giovanni da Ceccano[2348] nel mese d'aprile, ripigliate le
ostilità, si portarono a dare il guasto a tutto il territorio di quella
terra. E, dopo aver anche donato alle fiamme Palliano, Ferrone ed altri
luoghi, se ne tornarono a casa. La Cronica Acquicintina[2349] e il
Nangio[2350], oltre a questo, raccontano che i Romani, avendo presi
alcuni cherici aderenti al papa, cavarono loro gli occhi, a riserva
d'uno, acciocchè fosse condottiere degli altri; e messe loro in capo
delle mitre per ischerno, gli obbligarono con giuramento a presentarsi
davanti al pontefice in quella guisa. Anche frate Francesco Pipino[2351]
scrive nella vita di questo papa: _Multi ex suis excaecantur, mitrati
super asinos aversis vultibus ponuntur, et, uti juraverunt, se papae
taliter repraesentant_. A tale spettacolo inorridì e sommamente si
afflisse il buon pontefice; nè potendo più reggere a dimorar in quelle
vicinanze, prese il partito di venire a trovar l'imperadore, non tanto
per implorare il suo aiuto, quanto per trattare di altri assai
importanti affari. Tutte le suddette Croniche asseriscono ch'egli venne
in quest'anno in Lombardia, ed il suddetto Giovanni da Ceccano, non meno
che l'Anonimo Casinense attestano che egli lasciò, o piuttosto poscia
mandò il conte Bertoldo, legato dell'imperadore, alla difesa della
Campania, il quale con uno stratagemma s'impadronì della rocca di Papa,
e fece varie scorrerie nel distretto di Roma.
Ora papa Lucio incamminatosi per la Toscana[2352], passò per Lucca, e,
siccome abbiamo dalle Croniche di Bologna, in quest'anno _die octava
julii intravit Bononiam, et consecravit ecclesiam sancti Petri
majoris_[2353]. Poscia, secondo gli Annali vecchi di Modena[2354], nel
dì 12 del medesimo mese di luglio con dieci cardinali e molti
arcivescovi e vescovi arrivato a Modena, alle preghiere di _Gherardo
arcivescovo_di Ravenna, di _Ardicione vescovo_ di Modena, de' consoli
della città e dei rettori della Lombardia, marca di Verona e Romagnuola,
consecrò la cattedrale nel dì seguente, e fece vedere al popolo il sacro
corpo di san Geminiano vescovo e protettore d'essa città. Uscendo poi
della città nel dì 14 dello stesso mese per la porta di Cittanuova,
rivolto ad essa, la benedisse con dire: _Benedicta sit haec civitas ab
omnipotenti Deo Patre, Filio, et Spiritu Sancto, et a beata Maria semper
Virgine, et a beato Petro Apostolo, et a beato Geminiano. Augeat eam
Dominus Deus, et crescere et multiplicare eam faciat_. Di questa
dedicazione si fa tuttavia l'anniversario in Modena. Passò dipoi il
pontefice a Verona, dove era concertato il congresso con Federigo
imperadore. Ne abbiamo l'attestato da Sicardo vescovo di Cremona, di cui
sono le seguenti parole: _Anno Domini MCLXXXIV papa Lucius Veronam
venit, qui me anno_ _praecedenti subdiaconus ordinaverat, et pro hoc
adventu ad imperatorem direxerat_[2355]. Nella Cronica veronese di
Parisio da Cereta si legge: _Anno MCLXXXIII dominus Lucius papa, et
dominus Fredericus imperator ultimo die julii fuerunt Veronam, et
hilariter recepti et honorifice pertractati_[2356]. Ma il testo è
fallato, e si dee scrivere _anno MCLXXXIV_. Aggiugne il medesimo storico
che nel principio di gennaio dello stesso anno _maxima pars alae arenae
Veronae cecidit, terraemotu magno per prius facto, videlicet ala
exterior_. In Verona tenne il papa un concilio nell'anno presente,
piuttosto che nel susseguente, a cui intervenne lo stesso imperadore, e
in esso fulminò la condanna e scomunica contra gli eretici catari,
paterini, umiliati, poveri di Lione, passagini, giuseppini ed altri,
tutti specie di manichei sotto diversi nomi. Scomunicò ancora gli
arnaldisti e i Romani disubbidienti e ribelli alla temporale autorità
del papa. Quivi parimente si trattò del soccorso di Terra santa, il cui
pericolo ogni dì più cresceva per la potenza e per le vittorie di
Saladino sultano dell'Egitto. Abbiamo inoltre da Arnoldo da Lubeca[2357]
che si dibatterono poscia in privato varii punti particolari fra il papa
e l'imperadore, e massimamente quello del patrimonio della contessa
Matilda. Ne era in possesso Federigo, e il papa ne faceva istanza, come
di beni donati alla Chiesa romana. Si disputò lungamente, furono
prodotti varii strumenti, ma in fine la controversia restò nell'essere
di prima. Neppure s'accordarono il papa e l'imperadore nel punto di
varii prelati scismatici, o eletti in discordia. Mosse anche Federigo la
pretensione che il papa concedesse la corona dell'imperio al _re Arrigo_
suo figliuolo: al che il pontefice non acconsentì, con dire che non era
più in uso l'aver due imperadori nello stesso tempo, nè poter egli dar
la corona al figliuolo, se prima il padre non la deponeva. In somma, mal
soddisfatti l'uno dell'altro, in fine si separarono. Restò papa Lucio in
Verona, e Federigo andò a visitar l'altre città di Lombardia. Noi
abbiamo una bolla del medesimo papa in favore dell'insigne monistero
delle monache di santa Giulia in Brescia, data _Veronae XV kalendas
septembris, Indictione II, Incarnationis dominicae MCLXXXIV,
pontificatus vero domni Lucii papae III anno IV_[2358]. Un'altra sua
bolla spedita similmente in essa città _X kalendas decembris_ viene
riferita dall'Ughelli[2359]. Ho io finalmente dato alla luce lo
strumento, da cui apparisce che _anno dominicae Nativitatis MCLXXXIV,
die Veneris, qui est tertiodecimo exeunte mense octobris, Indictione
secunda, quum Federicus Romanorum imperator apud Veronam in palatio
sancti Zenonis cum maxima curia esset_, quivi egli investì _marchionem
Obizonem de Hest de marchia Genuae, et de marchia Mediolani, et de omni
eo, quod marchio Azzo_ (suo avolo) _habuit et tenuit ab imperio_[2360].
Questo rilevante atto, quantunque fosse solamente a titolo d'onore,
perchè già Milano e Genova godevano la lor libertà, nè più erano
sottoposte ai marchesi, tuttavia è di singolar gloria per la nobilissima
casa d'Este, perchè da esso risulta che i di lei maggiori doveano essere
stati _marchesi di Milano e di Genova_, e Federigo volle conservar loro
il titolo, giacchè non poteva il possesso, per le mutazioni delle cose.
Altri esempli simili di Stati non più posseduti si truovano in questi
tempi, ed anche oggidì si mirano nelle investiture date dagli imperadori
a varii principi di Germania, e alla stessa casa d'Este. E da ciò ancora
vien confermato l'abboccamento seguito in quest'anno in Verona fra il
papa e il medesimo imperadore.