[2276] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2277] Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2278] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2279] Sigonius, de Regno Ital.
[2280] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2281] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Cardinal. de
Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2282] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2283] Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.
[2284] Chronograph. Saxo apud Leibnitium.
[2285] Antichità Estensi, P. I, cap. 35. Antiquit. Ital., Dissert. XIX.
Anno di CRISTO MCLXXVIII. Indiz. XI.
ALESSANDRO III papa 20.
FEDERIGO I re 27, imper. 24.
Incredibil fu l'allegrezza di tutta la Chiesa di Dio per la pace
stabilita in Venezia fra il papa e l'imperadore. I Romani ne fecero
anch'eglino festa[2286]; e considerando il grave danno che loro era
venuto tanto nello spirituale che nel temporale per le passate
discordie, e per la lontananza del vero pontefice, cominciarono
seriamente a trattare di richiamar _papa Alessandro_ in Roma. Gli
spedirono a questo fine un'ambasceria di sette nobili, pregandolo di
ritornare alla sua città. Prima di farlo, volle il saggio pontefice che
si acconciassero le differenze passate, e deputò _Arrigo vescovo_
d'Ostia, che con due altri cardinali ne trattasse coi senatori; ed egli
intanto venne a Tuscolo per essere più vicino ai bisogni del negoziato.
Dopo lunghi dibattimenti restò conchiuso che sussisterebbe il senato, ma
con obbligazione di giurar fedeltà ed omaggio al papa, e di restituirgli
la chiesa di san Pietro e tutte le regalie occupate. Nel giorno adunque
12 di marzo, festa di san Gregorio, con trionfale accoglimento del
popolo entrò in Roma, e dopo aver visitata la basilica lateranense, andò
a riposarsi nel contiguo palazzo; e celebrò dipoi la santa Pasqua con
gran solennità. Nel mese d'agosto passò a villeggiare in Tuscolo, ossia
Tuscolano[2287]. Quivi fu che nel dì 29 d'esso mese ebbe la consolazione
di veder a' suoi piedi Giovanni abbate di Struma, già antipapa sotto
nome di Callisto III. Costui dacchè intese riconciliato l'Augusto
Federigo col pontefice, si ritirò a Viterbo, ostinato come prima nel suo
proposito. Avvertitone l'imperadore, gli ordinò di ubbidire e di
sottomettersi: altrimente l'avrebbe messo al bando dell'imperio.
Spaventato da questo tuono, lasciò Viterbo, e si rifugiò in Monte
Albano, ricevuto ivi molto cortesemente da Giovanni signore di quel
castello, per isperanza di ricavarne molto oro da papa Alessandro. Ma
ciò inteso da _Cristiano arcivescovo_ di Magonza, volò ad assediar Monte
Albano, con dare il guasto alle viti e alle biade di quel distretto.
Lasciata poi quivi gente sufficiente per tenere ristretto quel luogo,
andò a prendere il possesso di Viterbo a nome del papa, e trovò il
popolo ubbidiente, ma non già i nobili, che, fomentati da _Corrado_
figliuolo del marchese di Monferrato, si opposero coll'armi
all'arcivescovo e al popolo; e perchè non poteano resistere alla plebe,
implorarono l'aiuto de' senatori e del popolo romano. Nè mancarono
questi, siccome gente ben presto dimentica de' suoi giuramenti, di
accorrere in aiuto de' nobili; ed era per seguirne grande spargimento di
sangue, se il saggio papa non avesse ordinato all'arcivescovo e al
popolo di schivar la battaglia. Ma conoscendo l'antipapa Callisto la
rovina de' proprii affari, finalmente tutto umiliato andò nel dì 29 di
agosto a buttarsi a' piedi di papa Alessandro in Tuscolo, col confessare
il suo peccato e chiedere misericordia. _Quem Alexander papa, ut erat
pius et humilis, non objurgavit et reprehendit, sed secundum sibi
innatam mansuetudinem benigne recepit_: sono parole di Romoaldo
Salernitano, che poscia soggiugne: _Alexander papa eum, et in curia et
in mensa sua honorifice habuit_. Abbiamo inoltre[2288] che il papa _eum
postea rectorem Beneventi constituit_. Basta ciò a far conoscere qual
credenza meriti chi inventò l'accoglimento indecente di Federigo Augusto
in Venezia. Se il buon papa così amorevolmente trattò costui, che non
avrà poi fatto ad un imperadore, e imperadore qual fu Federigo, ed
essendo mediatrice la saviezza veneta, a cui stava a cuore anche l'onor
d'esso Augusto? E ben pareva a tutti con ciò estinto affatto lo scisma,
quando venne in pensiero ad alcuni disperati scismatici delle parti di
Roma di far nascere un altro fantoccio col nome di papa. Ecco le parole
di Giovanni da Ceccano[2289]: _Tertio kalendas octobris quidam de secta
schismatica inito concilio Landum Sitinum elegerunt in papam Innocentium
III, qui ab eisdem est consecratus_. Nella Cronica Acquicintina[2290] è
scritto che costui era _de progenie illorum, quos Frangipanes Romani
vocant_: il che difficilmente si può credere di quella così nobile e
cattolica famiglia; e che un fratello di Ottaviano già antipapa gli
diede ricovero in una sua fortezza in vicinanza di Roma.
Vegnendo ora all'imperador Federigo, appena egli fu giunto nell'anno
addietro a Cesena, che si accostò alla terra di Bertinoro[2291], e ai
due cardinali, che erano stati già mandati dal papa a prenderne il
possesso, fece istanza di prenderlo ed averlo egli, pretendendolo, a mio
credere, come dipendenza della Romagna, di cui allora gl'imperadori
erano padroni, senza che se ne udissero lamenti o proteste dei papi; ed
anche perchè, secondo la legge da lui pubblicata in Roncaglia, non si
potevano senza licenza sua lasciar feudi alle chiese. Risposero essi con
tutta mansuetudine di non poter farlo senza ordine del papa. Altro non
vi volle perchè Federigo intimasse immantinente la guerra, e, raunato
l'esercito, si portasse sotto quel castello. Non vollero mettersi in
difesa i due cardinali, e massimamente perchè v'erano dentro le fazioni
de' Bulgari e de' Mainardi, l'una delle quali teneva per l'imperadore.
Sicchè quell'inespugnabil castello (oggidì città episcopale) senza
sfoderar la spada venne alle mani di Federigo; e benchè il papa gliene
facesse delle doglianze con ammonizioni paterne, nulla si mosse egli dal
proponimento suo. Non si sa per altro intendere come tanto l'imperadore
che il papa pretendessero sopra Bertinoro, quando esso era della Chiesa
di Ravenna, ed io ne ho rapportata l'investitura[2292], data nell'anno
1130 da _Gualtieri arcivescovo a Cavalcaconte conte_, i cui antecessori
similmente ne erano stati investiti da essa Chiesa di Ravenna. Passò
dipoi esso Augusto a Spoleti, e di là in Toscana. Truovasi negli Annali
de' Genovesi[2293] che nel gennaio di quest'anno egli arrivò a Genova,
dove era anche pervenuta nel dì innanzi l'Augusta sua consorte
_Beatrice_, e nel dì seguente comparve il giovinetto re _Arrigo_ lor
primogenito. Dopo essersi fermati alquanti giorni in quella città,
sontuosamente regalati, se n'andarono. Galvano Fiamma scrive[2294]
ch'egli venne a Milano; ma questo autore non è tale da poter noi
riposare sulla sua parola ne' tempi lontani da lui. Ora, giacchè la
tregua co' Lombardi non permetteva a Federigo di continuar il suo
mestiere, che era quel della guerra[2295], determinò di passare in
Borgogna. Nè fidandosi degl'Italiani[2296], ordinò a _Bertoldo duca_ di
Zeringhen di venir di qua dalle Alpi con un buon corpo di truppe per
iscortarlo. Passò dunque pel Monsenisio in Borgogna, e stando in Arles
si fece coronare re di quelle contrade. Bernardo di Guidone[2297] mette
questa coronazione nel dì _III nonas augusti_. Tenne poscia il
parlamento di quel regno in Besanzone nella festa dell'Assunzion della
Vergine. Era egli forte in collera contra di _Arrigo il Leone_ duca di
Baviera e Sassonia (ne dirò le cagioni fra poco): e però sotto mano fece
che _Filippo arcivescovo_ di Colonia cominciasse a muovergli guerra.
Giunto che fu Federigo a Spira, andò il duca a rendergli i suoi
rispetti, e a dolersi degli attentati dell'arcivescovo[2298]; ma benchè
Federigo dissimulasse, pur fece abbastanza conoscere che covava dei
cattivi pensieri contra di lui. Intanto non dormivano i Lombardi. Era
ben uscito d'Italia Federigo, era fatta la tregua; contuttociò eglino
sempre in sospetto non lasciavano di prendere le misure competenti per
la difesa della lor libertà. Da un documento pubblicato dal
Puricelli[2299], e scritto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, si
scorge che i rettori della Lombardia, Marca e Romagna tennero un
congresso per loro affari nella città di Parma. I nomi loro son questi:
_Guillelmus de Ossa de Mediolano, Ardizo confanonerius Brixiae, Amabeus
Veronae, Obertus de Bonifacio Placentiae, Guillelmus de Mapello
Pergamensis, Eleazarus Laudensis, Guidotus Reginus, Malvelius de Mantua,
Pius Manfredi de Mutina, Albericus de Padua, Astulfus de Tarvisio,
Rodulfus Bononiensis, Mainfredus de Parma_. Servirà ancora questa
memoria a farci conoscere che la nobil casa de' Pii, una delle molte de'
figliuoli di Manfredi, era di patria modenese. Nella breve Cronica di
Cremona, da me data alla luce[2300], si legge che nell'anno 1177 i
Cremonesi per la prima volta elessero il loro podestà, che fu Gherardo
da Carpineta nobile reggiano, il quale finì ivi i suoi giorni nel 1180.
_Post illum Manfredus Fantus de filiis Manfredi mutinensis, gener ipsius
Girardi fuit potestas electus. Hic suo tempore Castrum Manfredum
aedificavit, et illi nomen suum imposuit_. Dal che parimente intendiamo
che i Pii, i Fanti, Pichi, ed altri _de' figliuoli di Manfredi_ erano di
schiatta modenese. Circa questi tempi _Guglielmo II_ re di Sicilia[2301]
spedì un'armata di cinquanta galee in soccorso dei cristiani d'Oriente,
sommamente afflitti dalle forze di Saladino sultano d'Egitto. L'arrivo
d'essa a Tiro con genti e vettovaglie fu la salute d'Antiochia e di
Tripoli.