[2255] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2256] Chronograph. Saxo, apud Leibnitium.
[2257] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Cardin. de Aragon., in Vit.
Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2258] Rerum Italic., P. I, tom. 3.
[2259] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2260] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2261] Kalend. Mediolan., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 1037.
[2262] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.
[2263] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.
[2264] Radulph. de Diceto, pag. 591.
[2265] Otto de S. Blasio, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.
Chronographus Saxo, apud Leibnitium.
[2266] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2267] Malvec., in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2268] Pagius, in Crit. Baron., ad hunc annum. Sigonius, de Regno Ital.,
lib. 14.
[2269] Antonio Campi, Cremon. fedel.
[2270] Anonymus Casinens., in Chron.
[2271] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2272] Romualdus Salernit., in Chron.
[2273] Radulphus de Diceto, pag. 594.
[2274] Acta Sanct. Bolland., ad diem 18 april.
[2275] Antiquit. Ital., Dissert. LX.
Anno di CRISTO MCLXXVII. Indizione X.
ALESSANDRO III papa 19.
FEDERIGO I re 26, imper. 23.
Felicissimo fu il presente anno, perchè in esso ebbe fine una volta il
deplorabile scisma della Chiesa di Dio, e cominciò la pace a rifiorire
in Italia. Erano già state con articoli segreti composte le differenze
che passavano fra la Chiesa romana e _Federigo imperadore_, e restavano
tuttavia pendenti quelle de' Lombardi. Per agevolar l'aggiustamento
ancora di queste, il _pontefice Alessandro_, siccome era il concerto,
avea da venire a Ravenna o a Bologna[2276]. Prima di muoversi da Anagni,
per maggior cautela, volle che lo stesso Federigo autenticasse col
giuramento la sicurezza della sua persona, a lui promessa dai
plenipotenziarii. Però spedì apposta il vescovo d'Ostia e il cardinale
di san Giorgio, i quali dalla Toscana venuti in Lombardia, trovarono
Federigo ne' contorni di Modena, e furono accolti onorevolmente e con
buon volto. Fece egli confermare col giuramento a nome suo da Corrado
figliuolo del marchese di Monferrato il passaporto accordato al
pontefice; e lo stesso giuramento prestarono tutti i principi della sua
corte. Informato di ciò papa Alessandro III, dopo avere spediti innanzi
sei cardinali, che trovarono l'imperadore a Ravenna, s'inviò egli a
Benevento, dove dimorò dalla festa del santo Natale sino all'Epifania.
Di là per Troia e Siponto passò al Vasto, dove trovò sette galee ben
guernite d'armi e di viveri, che il re di Sicilia gli aveva allestite,
con ordine a _Romoaldo[2277] arcivescovo_ di Salerno (lo stesso che
scrisse la storia di questi fatti) e a _Ruggieri conte_ d'Andria, gran
contestabile e giustiziere della Puglia, di accompagnare la Santità sua,
e di accudire agl'interessi del suo regno. Perchè il mare fu lungamente
in collera, non potè il pontefice imbarcarsi se non il primo dì di
quaresima, cioè a dì 9 di marzo. Undici poi furono le galee che il
servirono nel viaggio; e con queste e con cinque cardinali nella prima
domenica di quaresima arrivò a Zara, e nel dì 20, oppure nel dì 24
d'esso mese felicemente giunto a Venezia, prese riposo nel monistero di
san Nicolò al Lido. Nel dì seguente _Sebastiano Ziani_ doge co'
patriarchi d'Aquileia e di Grado, coi lor vescovi suffraganei ed immenso
popolo, andò a levarlo e il condusse a san Marco, e di là al palazzo del
patriarca. Dimorava intanto Federigo Augusto in Cesena, ed udito
l'arrivo del papa a Venezia, inviò colà l'arcivescovo di Maddeburgo, il
vescovo eletto di Vormazia e il suo protonotaio, a pregarlo di far
mutare il luogo del congresso, che già era destinato in Bologna, perchè
non si attentava d'inviare a Bologna _Cristiano arcivescovo_ di Magonza
suo cancelliere, persona troppo odiata da' Bolognesi, per li danni loro
inferiti dal medesimo poco dianzi. Nulla volle conchiudere il saggio
pontefice senza il parere e consenso de' collegati; e però scrisse,
acciocchè spedissero i lor deputati a Ferrara, dove egli si troverebbe
nella domenica di Passione. In Ferrara dunque, dove al determinato
giorno comparve con undici galee il santo padre, vennero a rendergli
ossequio _Algisio_ novello arcivescovo di Milano, e l'arcivescovo di
Ravenna coi lor suffraganei, e i consoli delle città lombarde, e gran
copia di abbati e di nobili. Disputossi per molti giorni del luogo del
congresso, insistendo i Lombardi per Bologna, e i ministri
dell'imperadore per Venezia. Prevalse l'ultimo partito, in maniera che
il papa col suo seguito imbarcatosi nel dì 9 di maggio, se ne tornò a
Venezia, dove ancora si trasferirono i deputati dell'imperadore, e
insieme quei delle città della lega, cioè i vescovi di Torino, Bergamo,
Como ed Asti, ed altri dell'ordine secolare, e si diede principio alle
conferenze. Empierei quivi di gran carta se volessi minutamente
descrivere le pretensioni delle parti e i maneggi di quel trattato. Chi
più diffuso ne desidera il racconto, dee consultare la Cronica di
Romoaldo Salernitano, e gli atti da me pubblicati nelle Antichità
italiane[2278], siccome ancora i prodotti dal Sigonio[2279], avvertendo
nulladimeno che esso Sigonio li riferisce all'anno precedente, quando è
fuor di dubbio che appartengono al presente.
Dirò in poche parole, avere preteso l'imperadore che i Lombardi
eseguissero quanto era stato decretato nella dieta di Roncaglia
nell'anno 1158 col consiglio dei dottori bolognesi intorno alla cession
delle regalie, oppure che rimettessero le cose nello stato in cui erano,
allorchè il vecchio Arrigo, cioè il quarto fra i re e il terzo fra
gl'imperadori, venne in Italia. Poca cognizion di storia convien dire
che avesse Gerardo Pesta deputato dei Milanesi, allorchè, per attestato
di Romoaldo Salernitano, rispose che Arrigo il vecchio fu un tiranno, e
ch'egli fece prigione papa Pasquale (quando ciò accadde sotto Arrigo
quinto), nè alcuno vivea che si ricordasse degli atti e statuti d'esso
Arrigo seniore. E però che essi erano pronti a rendere a Federigo quei
doveri, _quae antecessores nostri juniori Henrico, Conrado, et Lothario,
et ei usque ad haec tempora reddiderunt_; e che fossero salve le
consuetudini delle città colle lor libertà. Questa, a mio credere,
cominciò fin sotto Arrigo seniore; nè vivea allora alcuno che si
ricordasse del suo principio, laonde, _ab immemorabili_ erano esse città
in possesso dei diritti di eleggersi i lor ministri, e delle regalie.
Apparisce poi dagli atti da me prodotti che le città e i luoghi del
partito imperiale erano in questi tempi _Cremona, Pavia, Genova,
Tortona, Asti, Alba, Acqui, Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Albenga,
Casale di Sant'Evasio, Montevio, Castello Bolognese, Imola, Faenza,
Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Rimini, Castrocaro, il marchese di
Monferrato, i conti di Biandrate, i marchesi del Guasto e del Bosco, e i
conti di Lomello_. All'incontro nella lega di Lombardia erano _Venezia,
Trivigi, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Ferrara, Mantova, Bergamo,
Lodi, Milano, Como_ (benchè da noi poco fa veduto aderente di Federigo),
_Novara, Vercelli, Alessandria, Carsino e Belmonte, Piacenza, Bobbio,
Obizzo Malaspina marchese, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Doccia, San
Cassano ed altri luoghi_ e persone dell'esarcato e della Lombardia. Le
dispute andarono in lungo, e niuna conclusione potè avere il negoziato,
non volendo cedere l'una delle parti all'altra. Allora fu che papa
Alessandro propose una tregua: il che riferito all'Augusto Federigo,
andò nelle smanie. Ciò non ostante, segretamente fece intendere al papa,
che si contenterebbe di accordare ai Lombardi una tregua di sei anni, e
di quindici al re di Sicilia, purchè il papa permettesse ch'egli per
quindici anni godesse le rendite de' beni della famosa contessa Matilda,
che erano in sua mano, dopo i quali ne dimetterebbe il possesso alla
Chiesa romana. Contentossene il papa, e in questa maniera si stabilì la
concordia. Lagnaronsi dipoi non poco i Lombardi del papa[2280],
perch'egli avesse acconci i fatti propri, con lasciar essi tuttavia in
ballo, quando eglino aveano tutto il peso della guerra con tanto loro
dispendio di gente e di roba, per ridur pure Federigo a far pace colla
Chiesa. Ma il più ordinario fin delle leghe suol esser questo. Cercano
prima i potenti il maggior loro vantaggio, e tocca dipoi ai minori
l'accomodarsi al volere degli altri, e ringraziar Dio se non anche
restano abbandonati. Non erano ancora bene smaltiti tutti questi punti,
quando l'Augusto Federigo venne a Chioggia. Suscitossi allora una gran
commozione fra la plebe di Venezia, mostrandosi essa risoluta di andare
a condurlo tosto in città: il che fu quasi cagione che il papa e i
ministri del re di Sicilia si ritirassero da Venezia; e già ne erano
partiti alla volta di Trevigi i deputati de' Lombardi. Ma il doge, uomo
savissimo, trovò riparo a questo disordine, e diede tempo che fosse
giurata la pace, e concertato l'abboccamento da farsi in Venezia[2281].
Nel giorno adunque 24 di luglio, giorno di domenica, saputosi che
Federigo imperadore veniva a Venezia, il papa di buon'ora con gran
solennità si trasferì a san Marco, e mandò ad incontrarlo i vescovi
d'Ostia, di Porto e di Palestrina, con altri cardinali, che gli diedero
l'assoluzion della scomunica; e allora _Cristiano arcivescovo_ di
Magonza con gli altri prelati abiurarono Ottaviano, Guido da Crema e
Giovanni da Struma antipapi. Andò il doge con gran corteggio di
bucentori e barche a levar l'imperadore da san Niccolò del Lido, e
processionalmente poi col patriarca di Grado e clero il condusse fin
davanti alla basilica di san Marco, dove il papa in abito pontificale
con tutti i cardinali, col patriarca d'Aquileia, e molti arcivescovi e
vescovi lo stava aspettando. Allora Federigo alla vista del vero vicario
di Cristo, venerando in lui Dio, lasciata da parte la dignità imperiale,
e gittato via il manto, con tutto il corpo si prostese ai piedi del
sommo pontefice, e glieli baciò. Non potè contener le lagrime per la
gioia il buon papa Alessandro, e sollevatolo con tutta benignità, gli
diede il bacio di pace e la benedizione. Allora fu intonato ad alta voce
il _Te Deum_: e Federigo, _apprehensa pontificis dextera_, il condusse
fino al coro della basilica di san Marco, dove ricevette la benedizione
pontificia, e di là passò ad alloggiare nel ducal palagio. Nel giorno
seguente, festa di san Jacopo apostolo cantò il papa solenne messa, e
predicò al popolo in san Marco. Federigo gli baciò i piedi, fece
l'oblazione, e dopo la messa gli tenne la staffa; presa anche la briglia
del cavallo pontificio, era in procinto di addestrarlo, se il papa
affettuosamente non l'avesse licenziato. Seguirono poi visite, conviti e
colloqui, e nel dì primo d'agosto fu solennemente ratificata la pace e
tregua, e poscia assoluti gli scismatici. E nella vigilia dell'Assunzion
della Vergine tenne il papa un concilio in san Marco, dove scomunicò
chiunque rompesse la pace e tregua suddetta. Fece dipoi istanza a
Federigo per la restituzion dei beni della Chiesa romana: al che si
mostrò pronto l'imperadore, ma con salvare per sè le terre della
contessa Matilda e il contado di Bertinoro, che poco fa era vacato per
la morte di quel conte accaduta in Venezia, pretendendo quegli Stati,
come cosa dell'imperio, ed esibendo di rimetterne la cognizione a tre
arbitri per parte. Ne restò amareggiato non poco papa Alessandro, e
tanto più perchè il suddetto conte di Bertinoro ne avea fatta una
donazione alla Chiesa romana; ma per non disturbare la pace fatta,
consentì ai di lui voleri.
Con questo glorioso fine terminò lo scisma della Chiesa; al che
specialmente dopo la mano di Dio contribuì assaissimo la prudenza e
pazienza del buon papa Alessandro, che sempre si guardò dallo inasprir
gli animi coi rigori, e colse in fine il frutto della sua mansuetudine.
Il buon esito ancora di sì grande affare è dovuto all'inclita repubblica
di Venezia, ne' cui rettori da tanti secoli passa come per eredità la
prudenza e saviezza, essendosi mirabilmente adoperati que' nobili, e
sopra gli altri il loro doge Ziani, affinchè si eseguisse la tanto
sospirata riunione, con aggiungersi ancora questa alle tante glorie
della città di Venezia. Alla verità delle cose fin qui narrate fecero
poscia i tempi susseguenti varie frange con dire: che Federigo andò
nell'anno 1176 coll'esercito suo ad Anagni, perseguitando papa
Alessandro, il quale travestito se ne fuggì a Venezia, dove fu
riconosciuto ed onorato: che esso Federigo passò fino a Taranto in cerca
del papa: che una flotta di settantacinque galee da lui messa in ordine
fu disfatta da' Veneziani, con restarvi prigione Ottone figliuolo di
esso Augusto: che quando Federigo fu a' piedi del papa, mettendogli
Alessandro il piè sulla gola, prorompesse in queste parole: _Super
aspidem et basiliscum ambulabis,_ ec., e Federigo rispondesse: _Non
tibi, sed Petro_. Ed è ben vecchio questo racconto. Andrea Dandolo circa
l'anno 1340[2282] cita le storie di Venezia (se pur quella non è una
giunta fatta a quel savio scrittore) e una leggenda di fra Pietro da
Chioggia. Fra Galvano Fiamma[2283], contemporaneo del Dandolo, ne parlò
anch'egli, di modo che divenne famosa questa relazione nelle storie de'
susseguenti storici. E perciocchè il Sigonio e il cardinal Baronio
dichiararono sì fatti racconti favole e solenni imposture; e lo stesso
Sabellico prima d'essi avea assai fatto conoscere di tenerli per tali:
don Fortunato Olmo monaco benedettino nell'anno 1629 con libro apposta
si studiò di giustificarli con dar fuori un pezzo di storia di Obone
Ravennate ed altre cronichette, e con addurre varie ragioni. Ma si
tratta qui di favole patenti, e sarebbe un perdere il tempo in volerle
confutare. Gli autori contemporanei s'hanno da attendere, e qui gli
abbiamo, e gravissimi, in guisa tale che niuna fede merita la troppo
diversa o contraria narrativa degli scrittorelli lontani da que' tempi.
Che non si disse del duro trattamento fatto a Canossa da Gregorio VII al
re Arrigo IV? Altrettanto e più sarebbe detto di papa Alessandro III con
Federigo I, se fondamento avesse avuto tal diceria. Ma Alessandro fu
pontefice moderatissimo, e però, secondo l'attestato del Cronografo
Sassone[2284], Federigo dai cardinali _honestissime_, e dal papa _in
osculo pacis suscipitur_. Per essere gloriosa la città e repubblica di
Venezia, non v'ha bisogno di favole, bastando la verità per onor suo,
essendo essa stata il teatro di sì memorabil pace, a cui con tanta
prudenza, e con ispese e regali sommamente contribuì quel doge con altri
nobili. Curioso è bensì un catalogo di tutti i vescovi, principi, abbati
e signori che intervennero a quella gran funzione di Venezia colla nota
della famiglia di cadauno, pubblicato dal suddetto Fortunato Olmo. Fra
gli altri si veggono annoverati _Alberto ed Obizzo marchesi da Este con
uomini cento ottanta_, cioè con accompagnamento superiore a quello della
maggior parte degli altri principi che colà concorsero. E questi poi si
truovano con altri principi registrati in varii diplomi dell'Augusto
Federigo dati in Venezia nell'anno stesso, siccome ho io altrove
dimostrato[2285]. Si partì poscia da Venezia Federigo, dopo aver baciati
i piedi al sommo pontefice, e dato il bacio di pace a tutti i cardinali,
e andossene a Ravenna, e di là a Cesena. Papa Alessandro anch'egli circa
la metà di ottobre con quattro galee ottenute dai Veneziani, perchè già
s'erano partiti i legati del re di Sicilia colle lor galee, si imbarcò,
e giunse nel dì 29 d'esso mese a Siponto e presa la strada di Troia,
Benevento e San Germano, con felicità e sanità arrivò ad Anagni verso la
metà di dicembre; se non che in Benevento finì i suoi giorni _Ugo_ da
Bologna cardinale, in Aversa _Guglielmo_ da Pavia vescovo di Porto, e
_Manfredi_ vescovo di Palestrina in Anagni. Per attestato di Sire Raul,
nel settembre di quest'anno un orribil diluvio, tale che di un simile
non v'era memoria, si provò nelle parti del lago Maggiore, il qual
crebbe sino all'altezza di dieciotto braccia (se pure, come io vo
credendo, non è scorretto quel testo), e coprì le case di Lesa, con
restare allagati dal fiume Ticino tutti i contorni, di maniera che dalla
Scrivia s'andava sino a Piacenza in barca.