[2240] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.
Ital.
[2241] Godefr. Monach., in Chron.
[2242] Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.
[2243] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2244] Godefridus Monachus, in Chron. Cronographus Saxo.
[2245] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2246] Gherard. Maurisius, in Chron.
[2247] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 204.
[2248] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2249] Romualdus Salernit., in Chron.
[2250] Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.
[2251] Guichenon, de la Mais. de Savoie, tom. 1.
[2252] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2253] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2254] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Guillelm. Tyrius, Hist.
Hierosolymit., lib. 21.
Anno di CRISTO MCLXXVI. Indizione IX.
ALESSANDRO III papa 18.
FEDERIGO I re 25, imper. 22.
Dacchè le alte pretensioni di _Federigo_ fecero svanir tutte le speranze
di pace, andò egli infestando gli Alessandrini, ma senza maggiormente
stuzzicare il vespaio, dissimulando il suo sdegno finchè arrivassero i
soccorsi aspettati dalla Germania, per ottenere i quali avea nell'anno
precedente spedite lettere a tutti i principi di quelle contrade.
Stavano all'erta per lo contrario anche i Lombardi, a' quali non
mancavano spie per sapere ciò che si manipolava oltramonti. Vedesi
parimente nel gennaio di questo anno il giuramento di chi era direttore
della lega lombarda[2255]. Ora _Wichmanno arcivescovo_ di Maddeburgo, e
_Filippo arcivescovo_ di Colonia, con tutti que' vescovi e principi
ch'eglino poterono raunare[2256], dopo Pasqua misero in marcia
l'esercito preparato, per venire in aiuto dell'Augusto Federigo. Dalla
parte dell'Adige non v'era libero il passo, e però per montagne alpestri
calarono finalmente verso il lago di Como. Appena udì Federigo essere
quella gente in viaggio, che non si potè contenere di andar, ma
sconosciuto, a riceverli a Como, ed anche a Bellinzona. Con questa
armata e colle forze de' Comaschi suoi fedeli, perchè doveano aver di
nuovo aderito al di lui partito, si mise in marcia per Cairate alla
volta del Ticino, con pensiero di unirsi coi Pavesi e col marchese di
Monferrato, e ricominciar la festa. Non dormivano i Milanesi; e premendo
loro che non seguisse l'union di Federigo coll'esercito pavese,
sollecitarono tutti i lor collegati per uscire in campagna, ed opporsi
al di lui passaggio. Non erano ancor giunte tutte le milizie che
s'aspettavano, quando s'udì che l'armata nemica era già pervenuta a
Como. Però, senza perdere tempo, le scelte schiere de' Milanesi,
Bresciani, Piacentini, Lodigiani, Novaresi e Vercellini mossero col
carroccio, e fecero alto fra Borsano e Busto Arsiccio, ossia fra Legnano
e il Ticino[2257]. Mandarono innanzi settecento cavalli, per riconoscere
qual via tenesse l'esercito tedesco, e questi, appena fatte tre miglia
di viaggio, si videro venire all'incontro circa trecento cavalieri
tedeschi. Imbracciati gli scudi, e colle lance in resta tutti
spronarono, e tosto si attaccò battaglia: battaglia memorabile per tutti
i secoli avvenire. Il giorno, in cui essa seguì, dal Panvinio vien detto
il dì 26 di maggio; dal Sigonio il dì 30 d'esso mese, correndo la festa
de' santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro. Il padre Pagi pretende che
abbia a prevalere a tutti l'autorità della vita di papa Alessandro III,
dove si legge che questo fatto d'armi accadde _circa finem mensis
junii_. Nell'edizion da me fattane è scorretto in essa vita
l'anno[2258], leggendosi _anno MCLXXV_, quando ha da essere _MCLXXVI_,
come si truova negli estratti che ne fece il cardinal Baronio. Tanto poi
nell'edizion suddetta, quanto presso il Baronio è difettoso quel _circa
finem junii_. E si conosce dal vedere che si fa incamminato Federigo a
Como circa il fine di giugno, con soggiugnere appresso che i Milanesi
_in primo sabbato mensis junii_ uscirono in campagna, nè tardarono a
venire alle mani. Ma neppur sussiste che nel primo sabbato di giugno
succedesse quella campal giornata. Avvenne essa nell'_ultimo sabbato di
maggio_, che era in quell'anno il dì 29 di maggio, ossia il dì _IV
kalendas junii_, correndo veramente allora la festa dei santi suddetti,
che fu posta dal Sigonio, sedotto da Galvano Fiamma, _III kalendas
junii_. Sire Raul, autore allora vivente in Milano[2259], chiaramente
mette la battaglia suddetta _quarto kalendas junii, in die sabbati_. Il
continuatore di Caffaro scrive[2260] succeduto ciò _in hebdomada
Pentecostes_. E nel Calendario milanese, da me dato alla luce, si
legge[2261]: _IV kalendas junii, sanctorum Sisinnii, Martyrii, et
Alexandri, anno Domini MCLXXVI inter Legnianum et Ticinum Mediolanenses
expulerunt de campo imperatorem Federicum cum toto exercitu suo, et
infiniti Teutonici capti sunt ibi, et gladio occisi, et fere totus
populus Cumanorum ibi remansit._ Il suddetto Galvano Fiamma[2262]
anch'egli mette questo fatto nella festa de' suddetti santi, benchè per
errore nel suo testo sia scritto _III kalendas junii_. E però in essa
festa il popolo di Milano annualmente da lì innanzi continuò a rendere
un pubblico ringraziamento alla misericordia di Dio, di maniera che non
è più da mettere in dubbio questa verità: cioè nel dì 29 maggio seguì
quel famoso conflitto.
Incominciarono dunque la baruffa i settecento cavalieri milanesi
incontratisi coi trecento tedeschi, quando sopraggiunse l'imperadore col
grosso dell'armata, al cui arrivo non potendo essi reggere, presero la
fuga. Con questo buon principio arrivò Federigo dove l'aspettava col
carroccio il nerbo maggiore dell'esercito collegato, e con tutto vigore
l'assalì. Quivi trovò gran resistenza, e sulle prime vide steso a terra
e stritolato dai piedi de' cavalli chi portava l'imperial bandiera.
Contuttociò tal fu lo sforzo de' Tedeschi, che piegarono alcune schiere
di Bresciani, e presa in fine la fuga, furono inseguite per parecchie
miglia. Ma perchè restava un altro gran corpo de' più valorosi collegati
alla guardia del carroccio, e parte de' Tedeschi s'era perduta a dar la
caccia ai fuggitivi, non solamente non potè Federigo romperli, ma restò
rotto egli stesso, massimamente perchè andarono sopravvenendo al campo
de' collegati nuovi rinforzi di gente che dianzi era in viaggio[2263].
Fece delle maraviglie di bravura in quel dì Federigo, e fu anche degli
ultimi a ritirarsi; ma finalmente rovesciato da cavallo, come potè il
meglio si sottrasse al pericolo, e sparì, lasciando i suoi alla
discrezione de' vincitori. Restarono moltissimi vittima delle spade de'
collegati, o affogati nel Ticino, moltissimi altri rimasero prigioni; ma
principalmente toccò la mala ventura alle milizie di Como, che quasi
tutte rimasero tagliate a pezzi, o condotte in prigionia. Diedesi poscia
il sacco al campo nemico, ed oltre ad una quantità d'armi, di cavalli,
d'arnesi e d'equipaggio, fu presa la cassa di guerra, che portava
all'imperadore il tesoro raunato in Germania per sostener la guerra in
Italia, con altri arredi e robe preziose. In una lettera scritta dai
Milanesi a Bologna, e rapportata da Radolfo di Diceto, si legge[2264]:
_Interfectorum, submersorum, captivorum non est numerus. Scutum
imperatoris, vexillum, crucem, et lanceam habemus. Aurum et argentum
multum in clitellis ejus reperimus, et spolia hostium accepimus, quorum
aestimationem non credimus a quoquam posse definiri. Captus est in
praelio dux Bertholdus, et nepos imperatoris, et frater coloniensis
archiepiscopi. Aliorum autem infinitas captivorum numerum excludit, qui
omnes Mediolano detinentur._ Chi non sapesse che i vittoriosi
ingrandiscono sempre il valore e la fortuna loro, di qua può impararli.
E chi avesse anche da imparare che i vinti sogliono inorpellar le loro
perdite, legga qui le storie degli scrittori tedeschi[2265], che
scrivono aver avuto i collegati ben cento mila combattenti in
quest'azione, quando era di poche migliaia l'armata imperiale. V'ha
licenza di credere che superiori di forze fossero i collegati, ma non
per questo era sterminato l'esercito loro, come si può raccogliere da
Sire Raul. Nè Federigo, principe, che come mastro di guerra sapeva bene
il suo conto, ito sarebbe ad attaccare i Lombardi con poche migliaia
d'armati. Aggiungono finalmente, che l'imperadore fece una grande strage
di essi Lombardi, e che finalmente soperchiato dalle lor forze, si aprì
colla spada il passaggio a Pavia. La verità si è[2266] che celatamente
fuggito Federigo, fu creduto ucciso in battaglia, e si cercò
diligentemente il di lui cadavero. Prese tal piede questa credenza, che
la imperadrice restata in Como si vestì da corruccio; e molti giorni si
stette in tale ambiguità, senza sapersi dove fosse il fuggitivo
imperadore, finchè all'improvviso egli comparve vivo e sano in Pavia.
Presso il Malvezzi abbiamo[2267] che Federigo fu fatto prigione dai
Bresciani, e condotto a Brescia, da dove fuggì in abito di mendico.
Questa favola ci vorrebbe far credere molto poco avveduti i signori
Bresciani.
Comparve dunque in Pavia l'imperador Federigo, ma molto umiliato,
riconoscendo egli finalmente la mano di Dio sopra di sè, e di meritar
anche peggio, per aver sì lungamente fomentata la disunione e lo
scandalo nella Chiesa di Dio, e per tante sue crudeltà, prepotenze ed
altri suoi peccati. Pertanto ammaestrato dalle disgrazie, e forse più
per trovarsi sprovveduto di danaro e di gente, e consigliato da varii
suoi principi, cominciò una volta a concepir daddovero pensieri di pace.
Però non tardò molto a spedire con plenipotenza _Cristiano_ eletto
arcivescovo di Magonza, _Guglielmo_ eletto arcivescovo di Maddeburgo, e
Pietro eletto vescovo di Vormazia, per farne l'apertura a papa
_Alessandro III_, che si trovava in Anagni. Ammessi all'udienza,
esposero il desiderio di Federigo, ed ebbero per risposta che il papa
era prontissimo alla concordia, purchè in essa avessero luogo anche il
re di Sicilia, i Lombardi e l'imperador di Costantinopoli: al che
acconsentirono gli ambasciatori. Per quindici dì si tennero segrete
conferenze, e restò smaltita la controversia spettante alla Chiesa
romana, siccome si può vedere dallo strumento pubblicato dal padre
Pagi[2268]. Ma per quel che riguardava la lite coi Lombardi, niuna
determinazione si potè prendere, e solamente si giudicò bene che il papa
in persona venisse verso la Lombardia, per dar più facilità e calore
all'aggiustamento. Presentito questo negoziato di pace dai Cremonesi, si
credettero eglino o sul fine di questo, o sul principio del seguente
anno, di vantaggiare i loro interessi con darsi di buona ora
all'imperadore; e però si aggiustarono con lui senza il consenso dei
collegati e contro del giuramento. Antonio Campi[2269] ne rapporta lo
strumento dato nell'anno presente. Altrettanto fecero dipoi i Tortonesi:
passi tutti sommamente detestati dal papa e dagli altri collegati, che
li chiamarono traditori, vili ed infami. Per quanto s'ha dall'Anonimo
Casinense[2270] e dalla Cronica di Fossanuova[2271], _Cristiano
arcivescovo_ di Magonza sul principio di marzo dell'anno presente
assediò il castello di Celle ai confini della Puglia. _Ruggieri conte_
di Andria e il conte Roberto, messo insieme un copioso esercito,
andarono per isloggiarlo di là. V'ha chi scrive, che venuti a battaglia
coll'armata imperiale, ne riportarono vittoria. Tutto il contrario
sembra a me di leggere nella Cronica di Fossanuova, dove son queste
parole: _Comites regni Siciliae cum ingenti exercitu insurrexerunt in
eum; et gens quidem Alemannorum fuit super eos; et plerosque cepit;
atque in fugam verterunt VI idus martii._ Altro non si sa di una tale
impresa che questo poco. L'anno poi fu questo in cui _Guglielmo II_ re
di Sicilia determinò di ammogliarsi[2272], e a tal fine spedì col titolo
di legati in Inghilterra _Elia vescovo_ eletto di Troia, ed _Arnolfo
vescovo_ di Capaccio, a chiedere _Giovanna_ figliuola del re _Arrigo II_
in sua moglie[2273]. Conchiuso il parentado per interposizion di papa
Alessandro, fu da una squadra di navi inglesi condotta questa
principessa sino all'isola di Sant'Egidio in Linguadoca. Colà vennero a
levarla _Alfano arcivescovo_ di Capoa, _Riccardo vescovo_ di Siracusa e
_Roberto conte_ di Caserta con venticinque galee, e la condussero a
Napoli, dove per non poter più essa soffrir gl'incomodi del mare,
sbarcò, e celebrò la festa del santo Natale. Continuato poscia il
viaggio per Salerno e Calabria, arrivò in fine felicemente a Palermo, e
quivi con gran solennità fu sposata e poi coronata nel dì 13 dell'anno
seguente. Nel dì 18 d'aprile di quest'anno _Galdino arcivescovo_ di
Milano[2274], appena fatta sul pulpito della metropolitana una fervorosa
predica contra degli eretici Catari che aveano cominciato ad infettare
la città di Milano, colpito da un accidente mortale, rendè l'anima a
Dio, e fu poi annoverato fra i santi. Erano i Catari una specie di
Manichei, che venuti dalla Bulgaria, a poco a poco s'introdussero in
Lombardia, in Francia e in Germania. Nella storia ecclesiastica sotto
varii nomi, secondo la diversità de' paesi dove si annidarono, veggonsi
nominati. Qui in Italia per lo più venivano chiamati _paterini_, e durò
gran tempo questa peste, senza poterla sradicare. Ne ho parlato ancor io
nelle Antichità italiane[2275].