NOTE:

[2221] Chron. Reicherspergense.

[2222] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.

[2223] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2224] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2225] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital.

[2226] Godefridus Monachus, in Chron.

[2227] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.

[2228] Sigon., de Regno Ital., lib. 14.

[2229] Puricell., Monument. Basilic. Ambros.

[2230] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[2231] Romualdus Salern., in Chron.

[2232] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[2233] Boncompagnus, de obsidione Anconae, tom. 6 Rer. Ital.

[2234] Annales Pisani.

[2235] Romualdus Salern., in Chron.

[2236] Godefridus Monachus, in Chron.

[2237] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2238] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Italic.

[2239] Catalog. Consul. Patavinor., tom. 8 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCLXXV. Indizione VIII.

ALESSANDRO III papa 17.

FEDERIGO I re 24, imper. 21.

Rigoroso fu il verno di quest'anno, e, ciò non ostante, l'intrepido

imperador _Federigo_ non volle muovere un passo di sotto all'assediata

città di Alessandria contro il parere di tutti i suoi principi[2240].

Tali e tanti furono i disagi patiti dalla sua armata in quella

situazione, che per mancanza di foraggi gli perì gran quantità di

cavalli, e si scemò il numero dei combattenti o per le malattie o per le

diserzioni, non potendo i soldati reggere alla penuria di tutte le cose

necessarie. Non si rallentava per questo l'ardore d'esso Augusto,

lusingandosi egli di uscirne presto con riputazione, mercè di

un'invenzione che gli prometteva un felice successo dell'impresa. Questa

era una mina condotta sì segretamente sotterra verso la città, che gli

Alessandrini non se ne avvidero giammai. Per questa sperava Federigo di

penetrare all'improvviso nella città. Racconta Gotifredo monaco[2241],

che se cadeva nelle sue mani alcuno de' nemici, d'ordinario li faceva

impiccare; ma che un dì ne fece pur una degna di lode. Condottigli

davanti tre prigioni, ordinò tosto che fossero lor cavati gli occhi.

Eseguita la sentenza sopra i due primi, dimandò l'imperadore al terzo,

che era un giovinetto, perchè fosse ribello contro l'imperio. Rispose il

giovane: _Nulla, signore, ho fatto contra di voi o dell'imperio; ma

avendo un padrone nella città, ho fedelmente ubbidito a quanto egli mi

ha comandato. E s'egli vorrà servire a voi contra de' suoi cittadini,

con egual fedeltà a lui servirò; e quando pur mi vogliate privar della

vista, così cieco ancora servirò, come potrò, al mio padrone_. Da queste

parole ammansato l'imperadore, senza fargli altro male, gli ordinò di

ricondurre in città gli altri due accecati. Venuto il marzo, cominciava

Alessandria a scarseggiar troppo di viveri: del che avvisati i

collegati, non tardarono più a mettersi all'ordine, per dar anche

battaglia al campo imperiale. S'unì dunque a Piacenza un formidabil

esercito di _Milanesi, Bresciani, Veronesi, Novaresi, Vercellini,

Trevisani, Padovani, Vicentini, Mantuani, Bergamaschi, Piacentini,

Parmigiani, Reggiani, Modenesi e Ferraresi_[2242], cavalieri e fanti.

Coraggiosamente marciando questa sì poderosa oste, dopo aver prese e

distrutte le terre di Broni e di San Nazario de' Pavesi, andò a postarsi

nella domenica delle Palme, giorno 6 di aprile, vicino a Tortona, dieci

miglia lungi dal campo tedesco. Si trovò allora Federigo tra due fuochi,

ma non si sgomentò, perchè sperava vicina la caduta di Alessandria: per

ottenere il quale intento (conviene ben confessarlo) si servì di una

frode non degna di principe onesto, e molto men di principe cristiano:

cioè fece intendere agli Alessandrini nel giovedì santo, che concedeva

loro tregua per benignità imperiale fino al lunedì di Pasqua. Affidato

da queste parole quel popolo, senza credere bisognevole in tempo tale la

moltiplicità delle guardie, dopo le divozioni andò al riposo. Verso la

mezza notte Federigo, dimentico della fede data, spinse per la mina

sotterranea dugento dei più bravi e nerboruti suoi soldati; e

figurandosi che questi, sboccando nella città, darebbono campo a lui

d'entrar per la porta, messa in armi tutta la sua gente, stette

aspettando l'esito dell'affare poco lungi dalla porta suddetta. Ma

appena dalle sentinelle fu scoperto essere entrati in città alcuni de'

nemici, che gridarono all'armi; alla qual voce il popolo uscito dalle

case, a guisa di lioni, affrontò i nemici, e li costrinse a gittarsi giù

dai bastioni, oppure a lasciare ivi la vita. Sopra quelli che non erano

per anche usciti dalla mina, cadde la terra superiore, e li soffocò.

Poscia in quel bollore di sdegno gli Alessandrini, aperte le porte,

assalirono il campo nemico non senza molta strage de' Tedeschi. Riuscì a

quel popolo eziandio di attaccar fuoco al castello di legno

dell'imperadore, in cui stava un buon drappello di soldati, e di bruciar

l'uno e gli altri. Quand'anche volesse talun dubitare se vera fosse la

frode suddetta, la qual pure vien raccontata dallo scrittor della vita

di papa Alessandro III, confermata da Romoaldo Salernitano e da Sire

Raul, certo si meritava Federigo un sì infelice successo, dacchè egli

avea meditato e procurato in giorni sì santi l'eccidio di un popolo

intero seguace di Cristo. Vedendo egli dunque andare a rovescio tutte le

speranze sue, attaccato il fuoco alle restanti macchine di guerra, levò

il campo, e venne a fronte dell'esercito collegato[2243], per impedirgli

l'unione cogli Alessandrini; oppure si mise in viaggio per tornare a

Pavia; ma non potendo passare, si fermò nella villa appellata Guignella.

Già pareva imminente una terribil giornata campale, quando in vece di

battaglia seguì pace e concordia fra l'imperadore e i Lombardi. Gli

storici tedeschi, soliti a far nascere allori in tutti i passi di questo

e d'altri Augusti, scrivono[2244] che al comparire dell'esercito cesareo

sorpresi i Lombardi da timor panico, mandarono tosto a chieder pace a

Federigo, ed ottenutala con aver deposte le armi, s'andarono a gittar

colle spade sul collo ai di lui piedi. Ma queste son da credere

millanterie. L'autore della vita di papa Alessandro, e Romoaldo

Salernitano, scrittor gravissimo di questi tempi, ci assicurano che il

timore fu dalla parte di Federigo; nè è da credere altrimenti, perchè

egli era molto inferiore di forze ai Lombardi, e i Lombardi sapeano

molto bene contra di chi s'erano mossi col loro esercito. Ora nel lunedì

di Pasqua, mentre i Lombardi, preparati a menar le mani, erano incerti

se dovessero eglino assalire, oppure aspettar l'assalto[2245], alcuni

religiosi ed uomini savii, e non sospetti, cominciarono a correre di qua

e di là, per consigliar la pace e risparmiare il sangue cristiano.

Finalmente acconsentì l'imperadore di rimettere le controversie, e di

stare nell'arbitrio d'uomini dabbene, purchè restasse salvo il diritto

dell'imperio. E i Lombardi accettarono il partito, purchè si salvasse la

lor libertà e quella della Chiesa romana. Gherardo Maurisio[2246] e

Galvano dalla Fiamma[2247] scrivono che Eccelino primo, avolo del

crudele, ed Anselmo da Doara, padre di Buoso, furono tra i mediatori di

questo accordo. E specialmente Eccelino _sic humiliter verbis et factis

supplicavit eidem imperatori, quod tam sibi quam dictis Lombardis, et

Obitioni marchioni estensi suam indignationem remisit_. Dovette anche il

marchese _Obizzo di Este_ trovarsi nell'esercito collegato contra di

Federigo. Insomma sottoscritto e giurato l'accordo con fare il

compromesso in _Filippo_ eletto arcivescovo di Colonia, in Guglielmo da

Pozasca capitano di Torino, e in un Pavese di San Nazario per parte di

Federigo, e per parte de' Milanesi in Gherardo da Pesta milanese, e in

Alberto da Gambara bresciano, e in Gezone veronese: non lasciarono i

Lombardi di comparire con tutta umiliazione e riverenza davanti

all'imperadore, che gli accolse con molta benignità, e si ritirò poscia

a Pavia colla moglie e coi figliuoli. E perchè erano ormai sazii i

soldati del re di Boemia dei tanti patimenti fatti, ottennero licenza di

tornarsene alle loro case: il che sempre più sforzò l'imperadore a dar

orecchio a trattati di tregua o pace. Non era egli uomo, se non si fosse

veduto in bassa fortuna e in pericolo, da rimettere sì per poco la spada

nel fodero. Tornando poscia i Lombardi per Piacenza alle loro città,

trovarono per viaggio i Cremonesi che venivano col loro carroccio

all'armata[2248]. Non erano saldi nella lega essi Cremonesi per

l'amicizia che passava fra loro e i Pavesi, e però consigliatamente

tardarono tanto per isperanza d'impedir la mossa degli altri collegati.

Saputo poi che senza di loro s'era intavolata la concordia, n'ebbero

gran vergogna; e il popolo di Cremona, mosso per questo da bestial

furore, ed incolpatine i consoli, andò ad atterrare i loro palagi, e a

dare il sacco a tutti i loro beni, con poscia crearne dei nuovi. In

quest'anno _papa Alessandro_ diede il primo vescovo alla città

d'Alessandria, cioè _Arduino_ suddiacono della Chiesa romana, e privò il

vescovo di Pavia della prerogativa del pallio e della croce per cagione

del suo attaccamento allo scisma.

Intanto l'Augusto Federigo, facendo credere di voler pace anche nella

Chiesa romana, fece sapere a Roma che ne avrebbe volentieri trattato con

_Ubaldo vescovo_ d'Ostia, _Bernardo vescovo_ di Porto, e _Guglielmo

pavese_ cardinale di san Pietro in Vincola. Vennero tutti e tre a

Pavia[2249]; fors'anche più a requisizion de' Lombardi che di Federigo;

loro fu fatto grande onore; molte furono le conferenze d'essi coi

deputati dell'imperadore e colle città della lega. Ma infine trovandosi

esorbitanti in tutto le pretensioni di Federigo per quello che

riguardava la libertà tanto della Chiesa quanto de' Lombardi, si sciolse

in fumo il trattato, e i legati apostolici se ne tornarono a Roma. Le

segrete mire di Federigo erano di guadagnar tempo, tanto che calasse in

Italia un nuovo esercito, che s'aspettava di Germania, e non già di

ridursi ad accordo alcuno, in cui si avessero a moderar le alte sue

pretensioni. Per altro certissimo è che fu fatto in quest'anno nel dì 16

d'aprile, vicino a Mombello, il compromesso dell'imperadore e de'

Lombardi. Lo strumento intero, da me tratto dagli antichi registri della

comunità di Modena, si legge nelle mie Antichità italiane[2250], ed è di

gran luce a questi avvenimenti. Degno è d'osservazione che _Uberto conte

di Savoia_ fa la figura di uno dei principali aderenti e confidenti

dell'imperador Federigo; e però sembra che sieno favole quelle che ci

racconta il Guichenon[2251] intorno a questi tempi della real casa di

Savoia. Si conferma eziandio ciò che abbiam detto di sopra di Eccelino

primo e di Anselmo da Doara; perchè da quegli atti apparisce che amendue

erano _rettori di Lombardia_, cioè direttori della lega e società delle

città lombarde: dignità di sommo credito in questi tempi, e indubitato

indizio della lor nobiltà e saviezza. Vedesi inoltre che la lega

abbracciava _le città della Lombardia, Marca di Verona, Venezia e

Romagna_, e che Federigo segretamente se la dovea intendere coi

_Cremonesi_, benchè collegati di Milano, perchè in loro è rimessa la

decision de' punti che restassero controversi. Tralascio il resto di

quell'atto, da cui niun frutto poscia si ricavò.

Abbiamo dalle storie di Bologna[2252] che nel dì 7 di febbraio dell'anno

presente quel gran faccendiere di Cristiano arcivescovo di Magonza,

usato a maneggiar più l'armi che il pastorale, co' Faentini, co'

Forlivesi condotti dal conte Guido Guerra, e colle milizie di Rimini e

d'Imola e della Toscana, venne ad assediare il castello di San Cassano,

alla cui difesa stavano trecento cavalieri dei migliori di Bologna, che

per più di tre settimane bravamente si sostennero. Contuttochè i

Bolognesi ottenessero un buon soccorso, cioè da Milano trecento

cavalieri, trecento da Brescia, trecento da Piacenza, cento da Bergamo,

cinquecento da Cremona, ducento da Reggio, cento da Modena, trecento da

Verona, ducento da Padova, con altri della contessa Sofia e della città

di Ferrara, e marciassero per liberar quel castello; tuttavia nulla

fecero, perchè i difensori ormai stanchi, attaccatovi il fuoco ed

usciti, ebbero la fortuna di salvarsi correndo a Bologna. Il Sigonio

diversamente narra questo fatto. Impadronissi poscia l'arcivescovo del

castello di Medicina, e fece altri mali al contado bolognese, e

sconfisse la lor gente presso al castello de' Britti. Mentre dimorava lo

imperador Federigo in Pavia, comandò che venissero a trovarlo i deputati

di Genova e Pisa con plenipotenza delle loro città[2253]; e venuti che

furono, stabilì fra queste due emule nazioni, la pace, con assegnare ai

Genovesi la metà della Sardegna (il che rincrebbe forte ai Pisani), e

con ordinare la distruzion di Viareggio ai Lucchesi. Proibì ai Pisani il

battere moneta ad imitazion del conio lucchese. Secondo gli Annali di

Pisa[2254], in quest'anno (se pur non fu nel precedente) _Guglielmo_ II

re di Sicilia, desideroso di far qualche prodezza contra de' Saraceni,

che ogni dì più faceano progressi in Oriente colla rovina del regno

gerosolimitano, sul principio di luglio inviò in Egitto un'armata di

cento cinquanta galee e di ducento cinquanta legni da trasporto per la

cavalleria; se pure è credibile sì poderosa flotta. Fecero sbarco vicino

ad Alessandria, diedero il sacco a que' contorni, nè si sa che

riportassero alcun altro vantaggio. Forse per questo niuna menzione fece

di tale spedizione Romoaldo arcivescovo di Salerno nella sua Cronica.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 191 / 277 题