[2214] Godefridus Monachus, in Chron.
[2215] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2216] Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.
[2217] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2218] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.
[2219] Tronci, Annali Pisani.
[2220] Antiquit. Ital., Dissert. XIX.
Anno di CRISTO MCLXXIV. Indizione VII.
ALESSANDRO III papa 16.
FEDERIGO I re 23, imper. 20.
Dopo aver l'_imperadore Federigo_ tenuta una solennissima dieta in
Ratisbona verso il fine di maggio[2221], nella quale con sacrilega
prepotenza fece deporre _Adalberto_ legittimo arcivescovo di Salisburgo,
e sostituirne un altro, attese ad unire un potentissimo esercito, con
isperanza una volta di conculcar tutte le città della Lombardia. Gli
faceano continue premure i Pavesi e il marchese di Monferrato, perchè
venisse. Adunque circa la festa di san Michele di settembre, come ha il
continuatore di Caffaro[2222], ossia _IV calendas octobris_, come ha
Sire Raul[2223], per la Borgogna e Savoia calò in Italia, seco avendo il
re di Boemia, e non pochi altri principi di Germania. Occupò Torino ed
altre circonvicine città, che spontaneamente se gli renderono. Arrivato
a Susa, da dove è da credere che fossero fuggiti tutti quegli abitanti,
sfogò la sua collera contro le loro case[2224], riducendo quella città
in un mucchio di pietre; non già perchè que' cittadini, come taluno ha
scritto, seguitassero le parti di papa Alessandro, ma perchè nella sua
fuga dall'Italia aveano a lui tolti gli ostaggi, e ridotto lui a
fuggirsene travestito per timore di peggio. Passò di là alla città
d'Asti, e per otto giorni l'assediò[2225]. Quel popolo, contuttochè
fosse stato premunito dalla lega con assai gente e buoni ingegneri, pure
spaventato chiese ed ottenne buona capitolazione, con rinunziare alla
lega lombarda. Riserbava Federigo il suo furore contro la città
d'Alessandria, nata ad onta sua, e che avea preso quel nome per far
dispetto a lui. Perciò rivolse tutto il suo sforzo contro quella città,
spintovi ancora dal marchese di Monferrato, che coi Pavesi accorse a
quell'assedio, e ne fece sperar facile la conquista. Nel dì 29 di
ottobre si cominciò dunque ad assediarla; si spiegarono tutte le
macchine di guerra, nè si lasciò indietro tentativo alcuno per vincere.
Ma si trovarono sì risoluti i cittadini alla difesa, che quantunque
fosse quella città, per così dire, bambina, e, secondo Gotifredo
Monaco[2226], non peranche cinta di mura, ma solamente provveduta di una
profonda fossa (il che viene asserito dall'autore della vita
d'Alessandro III[2227]), pure nulla vi profittò l'esercito imperiale.
Lascerò considerare ad altri che capitale debba farsi dell'Urspergense,
allorchè scrive di Alessandria: _Erat tamen circumdata fossatis et muris
firmissimis_. Federigo, principe di costanza mirabile nelle sue imprese,
benchè le piogge avessero allagata quella pianura, pure determinò di
passare piuttosto il verno sotto quella città nelle tende, che di
ritirarsi a più agiati quartieri. Se vogliamo credere al Sigonio[2228],
i Milanesi, Piacentini, Bresciani e Veronesi, ciascun popolo col proprio
carroccio, vennero in quest'anno a postarsi tra Voghera e Castiggio, per
dar soccorso all'assediata città. Alla vista del loro ardire non
potendosi contener l'imperadore, venne ad attaccar con esso loro
battaglia: _Verum acie pulsus vix incolumis Clastidium recepit_. Niun
fondamento trovo io di questo fatto d'armi e di tal vittoria de'
collegati nelle antiche storie, le quali anzi insegnano il contrario. Nè
sussiste, come vuole esso Sigonio, che in quest'anno i Cremonesi e
Tortonesi si ritirassero dalla lega di Lombardia per paura di Federigo.
Molto meno poi si regge in piedi l'opinione del Puricelli[2229], che i
Pavesi fossero dianzi entrati in essa lega. Costantissimi furono sempre
essi nel partito di Federigo. Nella prefazione all'opuscolo di
Buoncompagno, da me dato altrove alla luce[2230], fidatomi al testo di
Sicardo vescovo di Cremona che vivea in questi tempi, scrissi che
l'assedio d'Ancona seguì nell'anno 1172. Ora meglio disaminato questo
punto di storia, credo fallato quel testo, e doversi riferire tale
impresa all'anno presente, Romoaldo Salernitano[2231], scrittore
contemporaneo, ne parla sotto questi tempi, e gli Annali Pisani[2232]
più chiaramente ci additano quest'anno.
Non riconosceva la città d'Ancona, come le circonvicine, per suo signore
lo imperador d'Occidente; ma godendo della sua libertà si pregiava
d'avere per suo sovrano l'imperador d'Oriente, o almeno di stare sotto
il di lui patrocinio. Quivi perciò risiedeva un ministro di _Manuello
Comneno_ imperadore, principe che, siccome più d'una volta dicemmo, da
gran tempo andava ruminando pensieri di conquiste in Italia. Ma nè
all'Augusto Federigo, nè ai suoi ministri piacea questo nido de' Greci
nel cuore dell'imperio occidentale. Molto men piaceva esso ai Veneziani,
i quali, non solamente erano inaspriti per le cose già dette contra dei
Greci, ma eziandio aspiravano ad essere soli nel dominio dell'Adriatico,
e nel commercio delle merci in Levante; laonde antica era la gara, e
vecchio l'odio fra Venezia ed Ancona. Varie guerre ancora ne erano
procedute negli anni addietro fra loro. S'intesero dunque insieme essi
Veneziani e l'arcivescovo di Magonza _Cristiano_, legato e
plenipotenziario di Federigo in tutta l'Italia, per sottomettere, anzi
per distruggere Ancona. _Buoncompagno_, autore contemporaneo, che
descrisse questo avvenimento, ci fa intendere qual fosse allora la
potenza de' Veneziani, con dire[2233] che _illius civitatis dux aureum
circulum in vertice defert, et propter aquarum dignitatem quaedam
regalia insignia obtinere videtur_. Vennero dunque i Veneziani con una
flotta di quaranta galee e con un galeone di smisurata grandezza a
bloccare sì strettamente per mare il porto di quella città, che niuno ne
poteva uscire. Per terra ancora ne formò l'arcivescovo maganzese
l'assedio con quante milizie tedesche egli potè raccogliere, e con altre
in maggior numero venute dalla Toscana, Romagna e Spoleti. Dagli Annali
Pisani[2234] abbiamo che quell'assedio durò dal primo giorno d'aprile
dell'anno presente sino alla metà d'ottobre: cotanto vigorosa fu la
difesa di que' cittadini. Ma, più che gli eserciti nemici, cominciò col
tempo la fame a far guerra a quel popolo, di maniera che si ridussero a
cibarsi de' più sordidi alimenti; e felice si riputava chi poteva avere
in tavola carni di cani e gatti, e cuoio di bestie poco fa uccise. Volea
l'arcivescovo a discrezione la città, per mandarla del pari colla città
di Milano con altre, secondo la barbarie d'allora; e però mai non volle
prestar orecchio ad accordo alcuno, senza pensare che sempre ha fatto e
sempre farà brutto vedere un vescovo alla testa di un'armata per
ispargere il sangue cristiano, e tanto più se privo di clemenza. Non
mancava intanto di confortare alla pazienza ed animare alla difesa quei
cittadini il legato del greco Augusto, con impiegare ancora quant'oro
ebbe in loro soccorso; ma in fine era disperato il caso: ma eccoti un
buon vento di Ponente che rincorò gli assediati, e fece seccar tutte le
speranze degli assedianti. _Guglielmo_ degli Adelardi, potentissimo e
primario cittadino di Ferrara, unitosi con _Aldruda contessa_ di
Bertinoro, donna di gran cuore, della nobil famiglia de' Frangipani di
Roma, avea raunato un copiosissimo esercito di Lombardi e Romagnuoli.
Con questi venne egli nella vicinanza d'Ancona; e di più non vi volle,
perchè nella notte l'arcivescovo di Magonza levasse il campo, e
precipitosamente si ritirasse. Restò la città libera, e dipoi
abbondantemente provveduta di viveri. Romoaldo Salernitano[2235], dopo
aver detto che Guglielmo e la contessa di Bertinoro vennero con grandi
forze in soccorso d'Ancona, scrive appresso che l'arcivescovo, _recepta
ab Anconitanis pecunia, ab obsidione recessit_. Credane il lettore quel
che vuole. Che per altro quell'arcivescovo fosse un gran cacciatore di
danaro, si può facilmente provare. Gotifredo monaco di san
Pantaleone[2236], accennando all'anno 1171 le prodezze del suddetto
Cristiano arcivescovo fatte in cinque anni di sua dimora in queste
parti, non seppe quel che si scriveva, allorchè disse: _Anconam
civitatem maritimam, expulsis Graecis, imperatori restituit_.
Differentemente ne parlano gli storici italiani, meglio informati de'
nostri affari. Andossene dipoi il glorioso ferrarese Guglielmo alla
corte di Costantinopoli, dove fu accolto con onori da principe; e tanti
furono i regali di oro e d'argento a lui fatti dall'imperador Manuello,
che, tornato in Italia, disimpegnò tosto tutte le sue tenute, sulle
quali avea preso grosse somme di danaro per far quell'impresa.
Largamente ancor esso Augusto rifece tutti i lor danni a' cittadini
d'Ancona. Di questo famoso assedio poco si mostrano consapevoli gli
scrittori veneti, quantunque espressa menzione ne faccia il
Dandolo[2237]; ma è da vederne la descrizione a noi lasciata dal
suddetto Buoncompagno fiorentino, che era in questi tempi pubblico
lettore di belle lettere in Bologna. Nè si dee tacere che il suddetto
arcivescovo, per attestato di Romoaldo, prima d'imprendere l'assedio
d'Ancona, _ad ducatum spoletinum, et ad Marchiam veniens, multa castra
regionis illius depopulatus est, et cepit. Assisiam civitatem et
spoletinam suo dominio subdidit_. E scrivendo l'Abbate Urspergense che
in quest'anno nel mese di marzo _la città di Terni fu distrutta_, si può
immaginare che questa fosse una delle belle prodezze di quel barbaro
prelato. Questi gran movimenti di guerra cagion furono che seguì pace
fra Guglielmo II re di Sicilia e i Genovesi[2238], i quali ancora
stabilirono una buona concordia col _marchese Obizzo_ Malaspina. Un gran
flagello nell'anno presente si fece sentire alla città di Padova[2239].
Attaccatosi il fuoco, o per accidente o per iniquità d'alcuno, nel dì 4
di marzo, vi bruciò più di due mila e seicento case.