[2205] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2206] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2207] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.
Italic.
[2208] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.
[2209] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2210] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2211] Dandul., in Chronic.
[2212] Anonymus Casinens., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.
[2213] Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXIII. Indizione VI.
ALESSANDRO III papa 15.
FEDERIGO I re 22, imper. 19.
Fece in quest'anno _papa Alessandro_, mentre dimorava in Segna, la
canonizzazione di _san Tommaso arcivescovo_ di Cantorberì. _Federigo
imperadore_ in Germania andava disponendo sè stesso e quei nazionali per
calare di nuovo in Italia con grandi forze, voglioso di domare i
Lombardi, e già era intimata la spedizione per l'anno seguente
1174[2214]. Arrivarono circa questi tempi alla corte d'esso Augusto gli
ambasciatori del Soldano di Babilonia, che gli presentarono dei rari e
preziosi regali, e poi discesero a chiedere una figliuola
dell'imperadore per moglie del figliuolo del medesimo Soldano, con
esibirsi il Soldano d'abbracciar col figliuolo e con tutto il suo regno
la religion cristiana, e di rendere tutti i prigioni cristiani.
L'imperadore trattenne per un mezz'anno questi ambasciatori, e loro
permise di visitar le città della Germania, e d'informarsi ben dei riti
del paese. Credane quel che vuole il lettore. Per me tengo la
proposizione attribuita a quei legati per una vana diceria del volgo, al
veder in corte uomini di diversa credenza venuti sì di lontano. Non son
facili da smuovere i Maomettani; e quand'anche il Sultano avesse avuta
tal disposizione, come potea promettersi de' sudditi suoi? La sua testa
avrebbe corso troppo pericolo. Sarà ben vero ciò che scrive Romoaldo
Salernitano[2215]: cioè che _Cristiano arcivescovo_ di Magonza mandò
nell'anno seguente persona apposta a _Guglielmo II_ giovane re di
Sicilia, offerendogli in moglie una figliuola del suddetto imperador
Federigo, e di stabilir buona pace ed amicizia fra loro. Ma il re
Guglielmo (o, per dir meglio, i suoi consiglieri) riflettendo all'arti
di Federigo, che si studiava di dividere i collegati, per poterli più
facilmente divorar tutti, non potè indursi ad abbandonar papa
Alessandro, e diede per risposta che non potea dar mano ad una pace, da
cui restassero esclusi i suoi confederati. Informato di ciò Federigo, se
l'ebbe molto a male; ma da lì a qualche tempo quella stessa sua
figliuola cessò di vivere. Udivansi intanto in Lombardia i gran
preparamenti che facea l'imperadore, per calar di nuovo in Italia; il
che serviva di continuo stimolo a queste collegate città per ben
premunirsi, con istrignere le vecchie alleanze e farne delle
nuove[2216]. A questo fine si tenne in Modena nell'anno presente nel dì
10 di ottobre un parlamento, a cui intervennero i cardinali
_Ildelbrando_ e Teodino, e il vescovo di Reggio _Albericone_; nel
distinguere i quai nomi non adoperò la solita sua diligenza il Sigonio;
mentre, in far menzione di tal atto dice che il papa spedì da Anagni a
Modena _Hildeprandum Crassum episcopum mutinensem_ (non era egli più
vescovo di questa città) _et Albergonum cardinalem utrumque_.
V'intervennero ancora i consoli _di Brescia, Cremona, Parma, Mantova,
Piacenza, Milano, Modena, Bologna,_ e _Rimini_. Fu ivi confermata la
_società e lega di Lombardia_, con obbligarsi cadauna delle parti di non
far trattato nè pace con Federigo imperadore senza il consentimento di
tutti, e di non riedificare la terra di Crema senza permissione degli
altri collegati. Ho io dato alla luce questo documento, preso
dall'archivio della comunità di Modena.
Abbiamo poi dagli Annali Pisani[2217], che avendo i Lucchesi,
fiancheggiati da un buon esercito, rimesso in piedi il castello di
Motrone, il popolo di Pisa, uscito in campagna, li mise in fuga, e
distrusse il nuovo edifizio. Poscia nel dì 27 di giugno _Cristiano
arcivescovo_ di Magonza, pentito di averla presa contra de' Pisani, li
liberò dal bando. Il che fatto, trasferitosi a Pisa nel primo giorno dì
luglio (se pure all'anno presente appartiene questo avvenimento), tenne
ivi un parlamento, in cui comandò che cessasse la guerra fra quel popolo
e i Fiorentini dall'una parte, e i Lucchesi dall'altra; e che si
restituissero i prigioni, con deputar nello stesso tempo persone, le
quali si studiassero di terminar tutte le altre differenze, e di
stabilir fra que' popoli una buona pace. Furono rilasciati i prigioni;
ma iti i consoli di Pisa e gli ambasciatori fiorentini coll'arcivescovo
al borgo di San Genesio, quivi, perchè non vollero acconsentire ad
alcune proposizioni di poco onore e molto danno delle loro città,
l'arcivescovo proditoriamente li fece prendere ed incatenare. Quindi
unito coi Lucchesi, Sanesi e Pistoiesi, e col conte Guido, si mise in
punto per correre ai danni del territorio pisano. A questo avviso
fumanti di collera i Pisani e i Fiorentini uscirono in campagna, e
fecero fronte alla meditata irruzione. Passarono anche i Pisani per fare
una diversione sul territorio di Lucca, dando il guasto sino a
Ponsampieri e a Lunata: il che servì a far correre i Lucchesi alla
propria difesa. Ma allorchè questi furono al ponte di Fusso, assaliti
dai Pisani nel dì 19 d'agosto, rimasero sconfitti. Seguitò poi
l'arcivescovo Cristiano coi Lucchesi a far guerra in Toscana; e i
Genovesi nel settembre tolsero a' Pisani il castello dell'isola di
Pianosa, e lo smantellarono affatto. Questo fatto negli Annali Genovesi
vien riferito al precedente anno[2218]: il che mi fa dubitare se
appartenga quanto ho tratto qui dagli Annali Pisani all'anno presente, o
pure all'antecedente. Da essi Annali Genovesi altro non si vede
registrato sotto quest'anno, se non la guerra incominciata prima da
_Obizzo marchese_ Malaspina e da _Moroello_ suo figliuolo, contra de'
Genovesi, con aver questi assediato e ricuperato il castello di Passano
che s'era ribellato. Anche il Tronci[2219] rapporta all'anno 1172 i
suddetti avvenimenti. Seguitavano in questi tempi le città di Lombardia
a farsi render ubbidienza dalle terre e castella già concedute in feudo
dagl'imperadori a varii nobili, per reintegrare i loro distretti e
contadi, che ne' tempi addietro erano rimasti troppo smembrati. Nè da
questo loro empito andavano esenti i vescovi e monisterii. Ne abbiamo un
esempio nell'anno presente, in cui il popolo di Modena costrinse varie
comunità della montagna sottoposta alla badia di Frassinoro[2220] a
promettere di pagar tributo a Modena, e di militar sotto ai consoli di
essa città in occasion di guerra. Altrettanto faceano anche le altre
città, ingrandendo il lor territorio e distretto colle terre e castella
loro tolte ne' secoli addietro o dalla forza de' nobili, o dai
privilegii dei re ed imperadori.