[2200] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.
Ital.
[2201] Puricell., Monum. Basilic. Ambr.
[2202] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.
[2203] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2204] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXII. Indizione V.
ALESSANDRO III papa 14.
FEDERIGO I re 21, imper. 18.
Fin qui il pontefice _Alessandro_ era dimorato fuor di Roma, perchè
tuttavia il popolo, o, per dir meglio, il senato romano che avea provato
il gusto di comandare, gli contrastava l'esercizio della giurisdizione
ed autorità temporale dovuta ai sommi pontefici. Erano anche i Romani
forte in collera contro del papa per la protezione ch'egli avea preso
dei Tuscolani, popolo troppo odiato da essi per la vecchia nemicizia e
per la memoria della sanguinosa sconfitta dell'anno 1167. Si trattò in
quest'anno d'accordo. Indussero gli astuti Romani il pontefice a
contentarsi che si spianassero le mura di Tuscolo[2205], promettendo
essi in ricompensa di riguardarlo da lì innanzi come lor padre e
signore, e di ubbidire a tutti i suoi comandamenti. Menarono poi le mani
per atterrar quelle mura: dopo di che si scoprì la lor frode, con
restare burlato il buon papa, perchè non mantennero punto la promessa
fatta dal canto loro. Se ne crucciò altamente Alessandro; e giacchè
altro non si potea, fece circondar di fossa e muro la torre di Tuscolo,
e, lasciata ivi per sicurezza di quel popolo una buona guarnigion di
cavalli e fanti, andò a stare ad Anagni, dove poi dimorò molto tempo.
Romoaldo Salernitano quegli è che ci ha conservata questa notizia, la
quale dal cardinal Baronio vien riferita all'anno 1168, ma
verisimilmente fuori di sito. Nella Cronica di Fossanuova si
legge[2206]: _Anno 1172, Indictione quinta, Alexander fecit finem cum
Romanis, qui destruxerunt muros civitatis tusculanae mense novembri_.
Questo autore lasciò nella penna l'inganno fatto dai Romani al papa; ma
ne parla bene l'autor della vita di papa Alessandro, con dire[2207] che
i Romani non permisero al papa di entrare in città, e di esercitarvi il
suo pastorale uffizio: laonde egli si ritirò in Campagna di Roma,
aspettando tempi migliori. Dopo avere ricevuto molte finezze da'
Genovesi, passò _Cristiano arcivescovo_ eletto di Magonza, ed
arcicancelliere dell'imperadore, a Pisa nel dì 3 di febbraio, ricevuto
ivi parimente con molta magnificenza. Poscia convocati tutti i conti,
marchesi e consoli delle città da Lucca sino a Roma, tenne un gran
parlamento nel borgo di San Genesio, per quanto s'ha dagli Annali
Pisani[2208], e quivi propose da parte dell'imperadore la pace fra'
Genovesi, Lucchesi e Pisani. Il continuatore di Caffaro scrive[2209] che
questo parlamento tenuto fu appresso Siena; ma forse furono due in
diversi luoghi, o San Genesio era del Sanese. Sarebbono condiscesi i
Pisani ad abbracciar la pace, se loro non fosse paruta troppo dura la
condizione di restituir senza compenso alcuno tanti prigioni che aveano
de' nemici. Però stando forti su questo, l'arcivescovo in un altro
parlamento, certamente tenuto nelle vicinanze di Siena, mise i Pisani al
bando dell'imperio, privandoli di tutti i privilegii, e delle regalie, e
della Sardegna.
Leggesi negli Annali di Genova la lettera scritta da lui ai Genovesi,
con avvisarli che nell'assemblea tenuta presso Siena, _in conspectu
praefecti urbis Romanorum, et coram marchionibus anconitanis, Conrado
marchione de Monteferrato, comite Guidone, comite Aldebrandino, et
quamplurimis aliis comitibus, capitaneis, valvasoribus, consulibus,
civitatum Tusciae, Marchiae, et vallis spoletanae, et superioris atque
inferioris Romaniae, et infinita populi multitudine_, avea pubblicato il
bando contra de' Pisani, con ordinare ad essi Genovesi di tener pronte
cinquanta galee per l'ottava di Pasqua in servigio dell'imperadore. Ho
rapportato questo passo, acciocchè il lettore comprenda quai popoli
tuttavia aderissero al partito imperiale in Italia per questi tempi.
Abbiamo in fatti dall'Abbate Urspergense[2210] che Federigo prima di
passare in Germania, _quemdam Bideluphum ducem Spoleti effecit, Marchiam
quoque Anconae, et principatum Ravennae Cunrado de Luzelinhart contulit,
quem Italici Muscamincerebro nominabat, eo quod plerumque quasi demens
videretur_. Tentarono poscia i Pisani coi Fiorentini di togliere San
Miniato al presidio tedesco che ivi dimorava: perlochè l'arcicancelliere
fu di pensiero di metter anche il popolo di Firenze al bando
dell'imperio. Seguitarono inoltre le offese tra i Genovesi e Pisani.
Mentre passava il verno nell'isola di Scio l'armata veneta[2211],
aspettando pure risposte decisive di guerra o di pace da _Manuello
imperador_ de' Greci, che dava quante buone parole si volevano, ma niuna
conclusion del trattato: si cacciò la peste in quella flotta, e cominciò
a fare un'orrida strage di gente. Per questo il doge _Vital Michele_
salpò per tornarsene a casa. Ma infierì nel viaggio più che mai la
pestilenza, di modo che quella dianzi sì fiorita e possente armata
arrivò a Venezia poco men che disfatta; e perchè colla venuta di tanta
gente infetta s'introdusse anche nella città lo stesso micidial malore,
molto popolo ne perì. Rigettata la colpa di tanti mali sopra il doge,
insorse col tempo contra di lui un tumulto, per cui nel ritirarsi dal
palagio restò mortalmente ferito; poscia finì di vivere nel dì 27 di
marzo, oppur di maggio dell'anno presente, se pur non fu nell'anno
seguente. Restò eletto in di lui luogo _Sebastiano Ziani_. Venne in
quest'anno il giovinetto re di Sicilia _Guglielmo II_ in Puglia, e fino
a Taranto[2212], credendosi che si avessero ad effettuar le sue nozze
concertate con una figliuola del greco imperadore Manuello. Ma restò
deluso dai Greci. Assai di ciò disgustato, passò a Capoa e a Salerno, e
di là se ne tornò a Palermo, menando seco Arrigo suo minor fratello, già
creato dal padre principe di Capoa, il qual diede fine ai suoi giorni in
quest'anno nel dì 16 di giugno. Abbiamo anche dalla Cronica di
Piacenza[2213] che i Piacentini, Milanesi, Alessandrini, Astigiani,
Vercellini e Novaresi fecero un fatto d'armi presso il castello di
Mombello col marchese di Monferrato, e lo sbaragliarono, con inseguire
per sei miglia i fuggitivi.