[2192] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2193] Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, cap. 35.
[2194] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2195] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.
[2196] Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2197] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2198] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.
[2199] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXI. Indizione IV.
ALESSANDRO III papa 13.
FEDERIGO I re 20, imper. 17.
Somma era stata l'occupazion di _papa Alessandro_ negli anni addietro
per rimettere in grazia di _Arrigo re_ d'Inghilterra, e nel possesso
della sua chiesa _Tommaso arcivescovo_ di Cantorberì, ed aveva avuta la
consolazione di veder terminato così scabroso affare. Ma non fu minore
il suo affanno nel principio del presente anno, perchè vennero le nuove
che al santo prelato era stata da empii sicarii levata la vita nel dì 29
del precedente dicembre: laonde meritò di essere onorato da Dio con
varii miracoli, e poi registrato nel catalogo dei martiri. Ebbe perciò
il pontefice da faticar tuttavia non poco per eseguir ciò che la
disciplina ecclesiastica prescrive in simili casi[2200]. Trovavasi egli
in Tuscolo nel dì 25 di marzo, allorchè arrivarono gli ambasciatori del
re Arrigo, venuti per discolparlo, e protestare ch'egli non avea avuta
mano in quel sacrilego fatto. A tutta prima non li volle il papa vedere;
ma dopo qualche maneggio gli ammise, e dipoi spedì in Inghilterra due
cardinali per formare il processo, e conoscere se il re era innocente o
reo. Continuarono ancora in quest'anno con gran vigore i Milanesi a
rialzare l'abbattuta loro città; nè contenti di questo, ne ampliarono
con nuove mura il circuito chiudendo in essa le basiliche di santo
Ambrosio, di san Lorenzo, di san Nazario e di sant'Eusebio, di maniera
che le disgrazie loro servirono a maggiormente nobilitare la per altro
nobilissima patria loro. Ne resta tuttavia la memoria in un antico marmo
rapportato dal Puricelli[2201], dove ancora si leggono i nomi de'
consoli milanesi di quest'anno. Due d'essi specialmente sono da notare,
cioè _Ardericus de la Turre, Obertus de Orto_; il secondo celebre fra i
legisti, per la raccolta delle consuetudini feudali; e il primo, perchè
da lui verisimilmente discende l'illustre casa della Torre, ossia
Torriana, che signoreggiò dipoi in Milano. Pubblicò nell'anno 1708 il
famoso Stefano Baluzio la Storia genealogica della casa della Torre
d'Alvernia, ossia dei duchi di Buglione, per cui ebbe di molti guai. Sì
egli, come altri han creduto una medesima famiglia quella de' Torriani
milanesi e l'altra de' franzesi. Quando non si adducano pruove più
sicure di tal connessione, difficile sarà il credere sì fatta unione di
sangue. Noi qui a buon conto troviamo un _Arderico della Torre_ console
in Milano, e perciò buon cittadino di Milano: ma ch'egli, o i suoi
maggiori fossero venuti di Francia, non si dee senza buone pruove
asserire.
Cercarono i Lucchesi e Genovesi collegati di tirar nella loro alleanza
altri popoli, per poter con più fortuna rintuzzare i Pisani. Riuscì loro
di guadagnare i Sanesi e Pistoiesi, e al conte Guido signor potente in
Toscana. Fu ciò cagione che anche i Pisani stabilirono lega coi
Fiorentini per quaranta anni avvenire. Gli Annali pisani, in vece di
anticipar di un anno i successi di questi tempi per accomodarsi all'era
pisana, che nove mesi prima dell'era volgare comincia l'anno nuovo, li
pospongono di un anno: e però non si può stare alla cronologia d'essa
storia. Abbiamo gli Annali genovesi in questo più esatti[2202].
Fabbricarono nel presente anno i Lucchesi coll'aiuto de' Genovesi
Viareggio al mare. Verso l'autunno arrivò in Lombardia all'improvviso
_Cristiano arcivescovo_ eletto di Magonza, inviato dall'imperador
Federigo, per assistere agl'interessi dell'Italia, e massimamente della
Toscana, che tuttavia teneva il partito imperiale. Passò egli
intrepidamente per mezzo le città lombarde nemiche, ma con gran fretta;
e valicando il fiume Tanaro presso Alessandria, si trasferì a Genova,
dove per rispetto dell'imperadore fu onorevolmente accolto. Se l'ebbero
forte a male i collegati lombardi, e però pubblicarono un bando che
niuno avesse da condurre grani e altre vettovaglie a Genova: il che
cagionò una gran carestia in quella città. Tornarono ancora in
quest'anno essi Genovesi a condurre in Sardegna il _re Barisone_,
sequestrato da essi per debiti, e pare che soddisfatti del loro avere,
quivi il lasciassero a scorticare i suoi popoli per le colpe della sua
vanità. Aveva l'imperadore Manuello Comneno cacciato da Costantinopoli i
Pisani. In quest'anno venuto con essi a concordia, restituì loro i
fondachi e il maltolto. Obbligossi egli di pagare per quindici anni
avvenire al comune di Pisa cinquecento bisanti (monete d'oro) e due
pallii, o un pallio ancora all'arcivescovo di Pisa. Vennero gli
ambasciatori di lui a Pisa, e nel dì 13 di dicembre furono segnati i
capitoli della concordia. Essendo mancato di vita _Guido arcivescovo_ di
Ravenna[2203], succedette in quella chiesa _Gherardo_, il quale, al pari
dei suoi antecessori usò il titolo di _esarco_, cioè di padron temporale
di Ravenna e dell'esarcato, per le concessioni loro fatte
dagl'imperadori. Papa Alessandro III con sua bolla data in Tuscolo gli
confermò la superiorità sopra i vescovati di Bologna e Parma, per li
quali forse era stata in que' tempi qualche controversia. Tolte furono
ai Veneziani da _Stefano re_ d'Ungheria le città di Spalatro, Sebenico,
Zara e Traù[2204]. Il doge _Vitale Michele_ ricuperò Zara. Ma contra de'
Veneziani mosse maggior tempesta Manuello imperador de' Greci. Mostrossi
egli tutto benevolo verso questa nazione, e l'invitò a passare in
Levante colle lor merci, sicchè moltissimi uomini e navigli v'andarono
sotto la buona fede. Poscia spediti gli ordini per tutto il suo imperio,
nel dì 22 di marzo fece prendere tutti i legni e l'avere de' Veneziani.
Portatane la nuova a Venezia, ne' generosi petti di que' cittadini tanto
ardore di giusto risentimento s'accese, che in poco più di tre mesi
parte prepararono, parte fabbricarono cento galee e venti navi da
trasporto per portare la guerra in Grecia. Vi s'imbarcò lo stesso doge,
e mossa nel mese di settembre la poderosa flotta, ricuperò per forza
Traù, con darle poscia il sacco, e diroccarne una parte. Costrinse
Ragusi a sottomettersi al dominio di Venezia. Passò dipoi a Negroponte,
e imprese l'assedio di quella capitale. Fu allora dai Greci mossa parola
di pace, e il comandante di quella città inviò persone apposta a
Costantinopoli col vescovo d'Equilio, pratico della lingua greca, per
parte de' Veneziani. Finchè venissero le risposte, portatosi il doge a
Scio, s'impadronì di quella città e dell'isola tutta, e quivi determinò
di svernare coll'armata: il che gli fu di gravissimo danno, siccome fra
poco si dirà.