NOTE:

[2145] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital.

[2146] Acerb. Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, tom. 6

Rer. Ital.

[2147] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2148] Acta S. Galdini, apud Bolland. ad diem 18 april.

[2149] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital.

[2150] Otto de S. Blasio in Chron.

[2151] Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.

[2152] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2153] Chron. Reicherspergens.

[2154] Godefr. Monach., in Annal.

[2155] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Italic.

[2156] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[2157] Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Otto de S. Blasio.

Godefrid. Monachus apud Freherum.

[2158] Antichità Estensi, P. I, cap. 31.

[2159] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital. Continuat. Acerbi Morenae.

[2160] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Italic.

[2161] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Hugo Falcandus,

Histor. Sicul.

[2162] Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Act. S. Galdini

apud Bollandist. ad diem 18 april.

[2163] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.

Anno di CRISTO MCLXVIII. Indizione I.

ALESSANDRO III papa 10.

FEDERIGO I re 17, imper. 14.

Abbiamo dal continuatore di Acerbo Morena che l'Augusto _Federigo_ quasi

per tutto il verno dell'anno presente andò girando, con dimorare ora

nelle parti di Pavia, ora in quelle di Novara, ora di Vercelli, del

Monferrato e d'Asti. Ma veggendo sempre più declinare i suoi affari, e

trovandosi come chiuso in Pavia, e sempre in sospetto che i pochi

rimasti a lui fedeli il tradissero, un dì di marzo all'improvviso

segretamente si partì, _et in Alemaniam per terram comitis Uberti de

Savogia, filii quondam comitis Amadei, qui et comes dicitur de Morienna,

iter arripuit_: così si legge negli antichi manoscritti. Questo

_Uberto_, chiamato dal Guichenon _Umberto_, è uno de' progenitori della

real casa di Savoia; e quantunque ritenesse il nome di _conte di

Morienna_, pure in varii strumenti ha il titolo ancora di _marchese_; e

di qui parimente si scorge ch'egli era principe di molta potenza, e che

per andare in Borgogna si passava per li di lui Stati. Fra le lettere di

san Tommaso arcivescovo di Cantuaria[2164], una se ne legge di Giovanni

Sarisberiense, riferita anche dal cardinal Baronio[2165], dalla quale si

ricavano varie particolarità. Cioè che Federigo non vedendosi sicuro in

Pavia, per aver fatto cavar gli occhi ad un nobile di quella città, e

sapendo che già i Lombardi mettevano insieme un'armata di venti mila

soldati, lasciati in Biandrate trenta degli ostaggi lombardi, passò nel

Monferrato, dove, per la fidanza che aveva in _Guglielmo marchese_ di

quella contrada, per le di lui castella distribuì gli altri ostaggi.

Poscia andò qua e là sempre di sospetto, non osando di pernottare più di

due o tre giorni nel medesimo luogo. Frattanto il marchese trattò _cum

cognato suo comite mauriensi_, (leggo _mauriennensi_), _ut imperatorem

permitteret egredi, promittens ei non modo restitutionem ablatorum, sed

montes aureos, et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam_.

Poscia raccolti gli ostaggi, e accompagnato da soli trenta uomini a

cavallo, andò sino a Santo Ambrosio fra Torino e Susa; e la mattina per

tempo rimessosi in viaggio, quando fu presso a Susa barbaramente fece

impiccare uno degli ostaggi, nobile bresciano, incolpandolo d'aver

maneggiata l'unione dell'esercito che il cacciava dall'Italia. Sire

Raul[2166] scrive che Federigo _nono die martii suspendit Zilium de

Prando obsidem de Brixia juxta Sauricam_ (forse era scritto _Secusiam_)

_dolore et furore repletus, quod Mediolanenses, Brixienses, Laudenses,

Novarienses, et Vercellenses obsederant Blandrate, et inde abiit in

Alamanniam_. Aggiugne, che arrivato a Susa cogli altri ostaggi, i

cittadini presero l'armi, e gli tolsero questi ostaggi, mostrando paura

di essere rovinati dai Lombardi, se lasciavano condurre per casa loro

fuori d'Italia quei nobili, massimamente dopo aver egli tolto poco fa di

vita un d'essi, uomo potente e generoso, con tanta crudeltà. Accortosi

Federigo del mal tempo che correva per quelle parti, anzi, se è vero ciò

che ha Ottone da San Biagio[2167], avvertito dal suo albergatore che

que' cittadini meditavano d'ucciderlo, avendo lasciato nel letto suo un

Artmanno da Sibeneich che il rassomigliava, travestitosi da famiglio e

con altri cinque suoi famigli mostrando di andare innanzi a preparar

l'alloggio per un gran signore suo padrone, continuò il viaggio per

istrade alpestri e dirupate, finchè giunse in Borgogna, dove di gravi

minacce fece a que' popoli; e dipoi passò in Germania, con trovar ivi

non poche turbolenze, e molti che l'odiavano. Sarebbe da desiderare che

le antiche storie ci avessero lasciate notizie più copiose della real

casa di Savoia, perciocchè non bastano le moderne a darci de' sicuri e

sufficienti lumi. Abbiam veduto all'anno 1155 che Federigo probabilmente

avea tolto degli Stati anche ad Umberto conte di Morienna; ma quali non

sappiamo. Nella lettera suddetta del Sarisberiense è scritto che

Federigo prometteva ad esso conte _restitutionem ablatorum_; ma quali

Stati fossero a lui tolti non apparisce. Il Guichenon[2168], che

dimenticò di parlare all'anno presente, di questo passaggio di Federigo

per la Savoia, e dell'avvenimento di Susa, scrive che Federigo irritato

contra d'esso Umberto pel suo attaccamento a papa Alessandro III, diede

in feudo ai vescovi di Torino, di Morienna, di Tarantasia, di Genova,

ec. quelle città. Veggasi ancora l'Ughelli[2169], che rapporta un

diploma d'esso Federigo in favore del vescovo di Torino, e le liti poi

sopravvenute. Quel che è certo, brutta scena fu quella dell'uscita di

Federigo imperadore, dico, al cui cenno dianzi tremavano tutte le città

italiane, e che già per decisione dei vanissimi dottori di que' tempi,

era stato dichiarato _padrone del mondo_, si vide in fine ridotto a

fuggirsene vergognosamente d'Italia sotto un abito di vil famiglio

_contra imperatoriam dignitatem_, come dice Gotifredo Monaco[2170],

tardi conoscendo che più colla clemenza e mansuetudine, che colla

crudeltà ed alterigia, si suol far guadagno, e che per voler troppo,

bene spesso tutto si perde.

Dopo un vigoroso assedio cadde in potere dei collegati lombardi la terra

di Biandrate. Furono ricuperati gli ostaggi quivi detenuti, e tagliati a

pezzi quasi tutti i Tedeschi che v'erano di guarnigione[2171]. Dieci

d'essi nobilissimi e ricchissimi vennero consegnati alla moglie del

nobile Bresciano fatto impiccare da Federigo, acciocchè ne facesse

vendetta, o ne ricavasse un grosso riscatto. In questo anno[2172] nel

giovedì santo, cioè a dì 28 di marzo, per le istanze di Galdino

arcivescovo di Milano, e per paura di mali maggiori, il popolo di Lodi

abiurò l'antipapa Pasquale, e ridottosi all'ubbidienza di Alessandro

papa, elesse per suo vescovo Alberto proposto della chiesa di Lodi.

Intanto cresciuti gli animi dei popoli collegati della Lombardia per la

fuga dell'imperador Federigo, si accinsero questi alla guerra contra de'

Pavesi e del marchese di Monferrato, che soli in quelle parti restavano

più che mai attaccati al partito d'esso Augusto. Per maggiormente

angustiare Pavia, venne loro in capo un grandioso pensiero, cioè quello

di fabbricar di pianta una nuova città ai confini del Pavese e del

Monferrato. Però i Milanesi, Cremonesi e Piacentini nel dì primo di

maggio[2173] unitamente si portarono fra Asti e Pavia in una bella e

feconda pianura, circondata da tre fiumi, e quivi piantarono le

fondamenta della nuova città, obbligando gli abitatori di sette terre di

quelle parti, e fra l'altre Gamondio, Marengo, Roveredo, Solera ed

Ovilia a portarsi ed abitare colà. Poscia in onore di papa Alessandro

III, e dispregio di Federigo, le posero il nome d'_Alessandria_. Perchè

la fretta era grande, e mancavano i materiali al bisogno, furono i tetti

di quelle case per la maggior parte coperti di paglia: dal che venne che

i Pavesi ed altri emuli cominciarono a chiamarla _Alessandria dalla

paglia_; nome che dura tuttavia. Ottone da San Biagio[2174] mette sotto

l'anno 1170 l'origine di questa città, forse perchè non ne dovette sì

presto prendere la forma. Ma è scorretta in questi tempi la di lui

cronologia. Il continuatore di Caffaro[2175] anche egli ne parla

all'anno presente. Lo stesso abbiam da Sicardo e da altri autori. Certo

nondimeno è che di buoni bastioni e profonde fosse fu cinta quella

nascente città, ed essere stato tale il concorso della gente a piantarvi

casa, che da lì a non molto arrivò essa a metter insieme quindici mila

persone, parte di cavalleria e parte di fanteria, atte all'armi e

bellicose. E nell'anno seguente i consoli della medesima città,

portatisi a Benevento, la misero sotto il dominio e protezione de'

romani pontefici, con obbligarsi a pagar loro un annuo censo o tributo.

Tutto ciò fu di somma gloria a papa Alessandro. Attaccato fin qui era

stato _Obizzo_ marchese _Malaspina_, potente signore in Lunigiana, ed

anche possessore di varii Stati in Lombardia, al partito di Federigo. Ma

dacchè egli vide tracollati i di lui affari, non fu pigro ad unirsi

colla lega lombarda contra di lui. Egli fu che coi Parmigiani e

Piacentini nel dì 12 marzo, secondo Sire Raul[2176], introdusse il

disperso popolo di Tortona nella desolata loro città, la quale perciò

tornò a risorgere. Andò intanto crescendo la lega delle città lombarde,

entrandovi or questa or quella, chi per ricuperare la perduta libertà ed

autorità, e chi per non esservi astretta dalla forza e potenza

dell'altre. Il suddetto Sire Raul nomina le città confederate con quella

di Milano, cioè le città della Marca, capo d'esse _Verona, Brescia,

Mantova, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Piacenza, Parma, Reggio,

Modena, Bologna, Ferrara_. Confessa il continuatore di Caffaro[2177] che

anche i Genovesi furono invitati ad entrare in questa lega, ed eziandio

spedirono i lor deputati per trattarne, ma senza che tal negoziato

avesse effetto.

Ho io dato alla luce[2178] l'atto della concordia seguita nel dì 3 di

maggio dell'anno presente fra il suddetto marchese _Obizzo_ e i consoli

di _Cremona, Milano, Verona, Padova, Mantova, Parma, Piacenza, Brescia,

Bergamo, Lodi, Como_ (degno è di osservazione che ancora i consoli

comaschi aveano abbracciata la lega), _Novara, Vercelli, Asti, Tortona,

Alessandria, nuova città_, e _Bologna_. Leggonsi ivi i patti stabiliti

fra loro e i nomi de' deputati di cadauna città. Fu guerra in quest'anno

fra i pisani e Lucchesi[2179]. Erano gli ultimi collegati coi Genovesi,

e, secondo il concerto fatto con essi, verso la metà di maggio andarono

ad assediare il castello di Asciano, e, dategli varie battaglie, se ne

impadronirono. Accorsero i Pisani, ma non a tempo, e venuti ad un

combattimento, ebbero la peggio, con restarvi molti di loro prigioni, i

quali furono mandati dai Lucchesi nelle carceri di Genova: il che venne

creduto cosa infame e degna dell'odio di tutti[2180]. Gl'impetrarono i

Genovesi per potere col cambio riavere altri loro prigioni detenuti in

Pisa. Continuò tuttavia la guerra fra i Pisani e Genovesi, e contuttochè

molto si adoperasse _Villano arcivescovo_ di Pisa, che era tornato al

possesso della sua chiesa, per metter pace fra queste due sì accanite

città, pure non gli venne fatto: tanto predominava in cuor di que'

popoli l'ambizione d'essere soli in mare, e soli nel commercio e

guadagno. Aveano fin qui i predetti Genovesi tenuto come sequestrato

nelle loro città il vanerello re di Sardegna Barisone, sperando ch'egli

arrivasse pure a soddisfar pel danaro sborsato a conto di lui. Ma un

soldo mai non si vide. Il perchè i Genovesi si contentarono di condurlo

in Sardegna, dove diede speranza di pagare. Andarono, e fecero raccolta

di danaro; ma perchè molto vi mancò a soddisfare i debiti contratti,

ricondussero a Genova quel fantasma di re. In questi tempi i Romani

mossero guerra al popolo d'Albano[2181], perchè era stato in favore di

Federigo contra di loro, e tanto fecero che distrussero da' fondamenti

quella città, ancorchè fosse in quelle parti _Cristiano_ eletto

arcivescovo di Magonza, mandatovi da Federigo per sostenervi il suo

partito. Rodeva i Romani un pari, anzi maggior desiderio di vendicarsi

de' Tuscolani, per cagion de' quali aveano patita sì fiera rotta

nell'anno precedente, e recarono loro anche gran danno; ma non

consentendo la Chiesa ai loro sforzi, desisterono per allora da tale

impresa. Tornò parimente in quest'anno _Manuello_ Comneno imperador de'

Greci ad inviare ambasciatori a Benevento, dove era il pontefice

Alessandro; e, siccome ben informato delle rotture che passavano fra

esso papa e Federigo, si figurò facile di poter ottenere il suo intento:

cioè di far privare della corona Federigo, e che questa fosse poi

conferita a lui e a' suoi successori. Per ismuovere la corte pontificia,

venne cogli ambasciatori un'immensa quantità d'oro. Ma Alessandro,

pontefice de' più prudenti che s'abbia avuto la Chiesa di Dio, ringraziò

forte il greco Augusto per la sua buona volontà e divozione; ma per

conto della corona imperiale fece lor conoscere che troppe difficoltà

s'incontravano, nè conveniva a lui il trattarne, per esser uffizio suo

il cercare la pace, e non già la guerra. Pertanto rimandò indietro essi

ambasciatori colla lor pecunia, e spedì con tale occasione due cardinali

alla corte di Costantinopoli. Abbiamo da Giovanni da Ceccano[2182], da

Romoaldo Salernitano[2183] e da altri storici che l'antipapa Pasquale

III, ossia Guido da Crema, mentre stava nella basilica di san Pietro

fuori di Roma, fu chiamato da Dio al rendimento de' conti. Morì egli

impenitente nel dì 20 di settembre. Pareva che lo scisma con la morte di

costui avesse affatto a cessare, perchè niuno più restava de' cardinali

scismatici, e gli antipapi d'allora non soleano crearne dei nuovi,

siccome vedremo fatto nel grande scisma del secolo XIV. Tuttavia gli

scismatici non si quetarono, e si trovò un Giovanni abbate di Struma,

uomo apostata e pieno di vizii, che si fece innanzi ed accettò il falso

papato, con assumere il nome di Callisto III. Costui era stato eletto

vescovo tuscolano da papa Alessandro, e fece dipoi una miserabil figura

fra quei della sua screditata fazione.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 184 / 277 题