NOTE:

[2135] Romualdus Salern., in Chron., Anonymus. Casinens.

[2136] Hugo Falcandus, in Hist.

[2137] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.

[2138] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III.

[2139] Sire Raul, in Histor.

[2140] Idem, ibidem.

[2141] Acerb. Morena, Hist. Laudens.

[2142] Card. de Aragon., in Vit. Alexandri III.

[2143] Annal. Pisani. Caffar., Annal. Genuens., lib. 2

[2144] Acta S. Galdini apud Bolland. ad diem 18 april.

Anno di CRISTO MCLXVII. Indizione XV.

ALESSANDRO III papa 9.

FEDERIGO I re 16, imper. 13.

Celebre e memorando è quest'anno nella Storia d'Italia per le strepitose

avventure che succederono. Avea l'_imperadore Federigo_ mandato avanti

con un corpo di truppe Rinaldo, eletto arcivescovo di Colonia e

arcicancelliere d'Italia, uomo fatto più per gl'imbrogli secolareschi,

che per maneggiare il pastorale, affinchè riducesse i contorni di Roma

all'ubbidienza dell'antipapa Pasquale[2145]. Tra la forza e i regali

ridusse Rinaldo ai suoi voleri molte di quelle terre e città; quelle che

fecero resistenza, la pagarono con patire saccheggi, incendii od altre

calamità figliuole della guerra. Nè solamente fuori di Roma fece egli

de' progressi, ma studiossi con profusione d'oro di guadagnare in Roma

stessa partito. E perciocchè, come scrive l'autor della vita di papa

_Alessandro III_, con servirsi di un detto degli antichi, _Roma, si

inveniret emtorem, se venalem praeberet_; non furono pochi i Romani che,

adescati dalla pecunia, giurarono fedeltà all'antipapa Guido da Crema e

all'imperadore contra di ogni persona. Non mancava il buon papa

Alessandro con paterne ammonizioni di esortar tutti alla concordia, alla

fedeltà e alla difesa della patria, offerendo ancora il danaro

necessario per questo; e davano essi buone parole, ma camminavano con

doppiezza, volendo piacere all'una e all'altra parte, infedeli nello

stesso tempo a tutte e due. Intanto l'Augusto Federigo nel dì 11 di

gennaio si mosse da Lodi colla imperadrice e coll'armata alla volta di

Roma[2146]. Arrivò sul Bolognese, dove, in vendetta della morte data già

al suo ministro Bozzo, diede il guasto sino alle porte della città, e

ridusse quel popolo a dargli cento ostaggi, che furono mandati sotto

buona scorta a Parma, e a pagare sei mila lire di moneta di Lucca. Passò

dipoi a Imola, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, e in quelle contrade si

fermò sino a San Pietro, esigendo da que' popoli e dagli altri della

Romagna grosse contribuzioni di danaro. Non si sa il motivo perch'egli

facesse quivi sì lunga dimora, non accordandosi ciò col costume di un

principe sì focoso e diligente. Finalmente sul principio di luglio

marciò verso la città di Ancona, e ne intraprese l'assedio. Era questa

città in quei tempi ubbidiente e suddita a _Manuello imperador_ de'

Greci, e contuttochè gli costasse di molto il mantenere tale acquisto,

pure se ne compiaceva, lusingandosi che potesse un dì quel piccolo nido

riuscire di gran vantaggio alle mire non mai interrotte sopra l'Italia.

Ora i cittadini, sì perchè animati dai Greci, e perchè restava ad essi

libero il mare, nè mancavano buone fortificazioni alla lor terra, si

accinsero con vigore alla difesa. Fece Federigo fabbricar varie macchine

di guerra, e succederono varii conflitti con vicendevoli perdite, usale

in simili contrasti.

Intanto dacchè fu partito l'imperadore dalla Lombardia, Arrigo conte di

Des, lasciato governatore in Pavia, perchè verisimilmente subodorò i

segreti maneggi delle città lombarde, nel mese di marzo dimandò e volle

cento ostaggi del popolo milanese, cinquanta de' quattro borghi, e

altrettanti de' forensi. Da lì a qualche tempo crescendo i sospetti, ne

volle altri dugento, che tutti mise nelle carceri di Pavia, e fece anche

istanza di danari. Allora l'infelice popolo milanese giunto ai termini

della disperazione, al vedersi si maltrattato ed oppresso, diede ascolto

a chi proponeva di unirsi in lega con altre città, per iscuotere

l'insoffribil giogo tedesco. Fecesi dunque un congresso, a cui

intervennero i Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani, Bresciani e Ferraresi;

e senza dubbio vi si contò ancora qualche inviato della lega della marca

di Verona. Quivi, rammentati gli aggravii e le crudeltà che tuttodì

pativano per l'insaziabilità e indiscretezza de' ministri cesarei,

determinarono di voler piuttosto morire una volta con onore, se

occorresse, che di viver con tanta lor vergogna e miseria sotto chi si

dimenticava d'essere lor principe, e principe cristiano. Una lega dunque

fu stabilita fra loro, con obbligarsi, sotto forte giuramento, di

difendersi l'un popolo l'altro, se l'imperadore o i suoi uffiziali

volessero da lì innanzi recar loro ingiuria o danno senza ragione,

_salva tamen imperatoris fidelitate_, clausola nondimeno che nulla dovea

significare secondo i bisogni. Fu specialmente convenuto il giorno

d'introdurre i dispersi Milanesi nell'abbattuta e abbandonata loro

città, e di star ivi finchè quel popolo si fosse messo in istato di

potervi sussistere da sè solo. Erano stati finora i Cremonesi de'

maggiori nemici che avesse Milano, e de' più fedeli che potesse vantar

Federigo. È da credere che si movessero a mutar massima dal vedere, e

fors'anche dal provar eglino il duro trattamento e l'alterigia de'

ministri imperiali sulle città lombarde, e temere col tempo di una

somigliante fortuna. Sicardo, che pochi anni dappoi fu vescovo di

Cremona, e scrisse una Cronica da me in buona parte data alla

luce[2147], si lagna non poco di questa risoluzion del suo popolo,

perchè a' suoi dì i Milanesi divenuti potenti, e dimentichi de'

benefizii, angustiavano forte la città di Cremona: quasichè in

quest'anno essa città avesse fabbricato un martello che dovea poi

schiacciare il capo a lei. Ma anche i saggi provveggono al bisogno

d'oggi, come possono il meglio, rimettendo poi alla provvidenza di Dio

il resto, giacchè niuno vi è che arrivi con sicurezza a leggere nel

libro dell'avvenire.

Erano i Milanesi in una somma costernazione, perchè veniva minacciata la

distruzione de' loro borghi, e i Pavesi ne lasciavano correre la voce;

laonde per quattro settimane stettero come in agonia tra i pianti e le

grida; e chi a Como, e chi a Novara, a Pavia, a Lodi trasportava i suoi

pochi mobili, perchè di dì in dì aspettavano l'ultimo eccidio. Quando

nel felicissimo dì 27 d'aprile comparvero le milizie bresciane,

cremonesi, bergamasche, mantovane e veronesi, che introdussero quel

popolo nella desolata città, con immenso gaudio di tutti[2148]. Che

menassero tosto le mani per alzar terra, e valersi delle reliquie

dell'antico muro, e serrarsi in casa, ben giusto è il crederlo.

Riportata questa nuova all'imperador Federigo, benchè altamente se ne

cruciasse il suo cuore, pure mostrò di non curarsene punto. Ed allorchè

i collegati videro la città ridotta in istato di competente difesa, si

ritirarono per attendere a guadagnar Lodi. Sussistendo questa città sì

attaccata al servigio dell'imperadore, niuno di quei popoli si vedeva

sicuro. Però trattarono di tirarla nella lega: e perchè i Lodigiani a

niun patto volevano staccarsi dal servigio imperiale dopo i tanti

beneficii ricevuti da Federigo, si venne alla forza. Fu assediata quella

città dai Milanesi e dagli altri alleati nel dì 17 di maggio: seguirono

varii combattimenti; fu dato il guasto al paese, e adoperate tante

minacce, che finalmente s'indusse quel popolo, per non poter di meno, ad

entrar nella lega, _salva imperatoris fidelitate_. Passarono i collegati

al castello di Trezzo, fortezza di gran polso, perchè cinta di un muro e

di una torre che non avea pari in Lombardia. Quivi era riposto un gran

tesoro dell'imperadore, come in luogo di somma sicurezza. Tanto

nulladimeno lo strinsero e batterono colle macchine di guerra, che il

presidio tedesco, a riserva del governatore, fu astretto alla resa,

salva la lor vita e libertà. Messo a sacco quel castello, fu poi

consegnato alle fiamme ed interamente distrutto. Tali notizie le abbiamo

da Acerbo Morena, autore lodigiano e contemporaneo; il perchè o non

sussiste ciò che scrisse Radevico all'anno 1159 della distruzion di quel

castello oppure convien immaginare che fosse rifatto dipoi. Portato

questo spiacevole avviso all'imperadore, ne provò allora un immenso

dispiacere; ma impegnato nella guerra contra d'Ancona e di Roma, altro

per allora non potè fare che legarsela al dito.

Avvenne in questo mentre che il popolo romano concepì, o, per dir

meglio, rinnovò l'odio antico contra quei di Tuscolo e di Albano, perchè

li vedea inclinati o aderenti ai Tedeschi, e renitenti a pagar gli

eccessivi tributi loro imposti[2149]. Sul fine dunque di maggio essi

Romani con tutto il loro sforzo, ancorchè si opponesse a tal risoluzione

il prudentissimo papa Alessandro III, andarono a dare il guasto a tutto

il territorio tuscolano, con tagliar le biade, gli alberi e le viti:

dopo di che assediarono quella città. Rainone padrone di Tuscolo, non

avendo forze da poter resistere, per necessità ricorse all'aiuto

dell'imperadore, che assediava Ancona. Ordinò egli tosto a Rinaldo

eletto arcivescovo di Colonia, esistente in que' contorni, che con

alquante schiere d'armati s'affrettasse al soccorso di Tuscolo. Così

fece egli. Ma, se vogliam credere a Ottone da San Biagio[2150], restò

Rinaldo rinserrato ed assediato dai Romani in quella città. Ne fu bensì

avvisato Federigo, e perchè parve ch'egli non se ne mettesse gran

pensiero, Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, con Roberto conte di

Bassavilla e con altri baroni, prese l'assunto di marciare in aiuto di

lui con poco più di mille cavalieri tedeschi e borgognoni, ma i più

bravi dell'armata[2151]. Allora i Romani si misero in punto di dar

battaglia, confidando nella superiorità delle forze, giacchè si tiene

che nel campo loro si contassero tra cavalieri e fanti ben tre mila

persone armate. Romoaldo Salernitano scrive[2152] che i Romani, sedotti

dalla lor prosunzione e superbia, vollero venire alle mani, ma senza

ordine e cautela alcuna. Si azzuffarono dunque nel dì 30 di maggio coi

nemici. Sulle prime poco mancò che i Tedeschi, sopraffatti dal troppo

numero degli avversarii, non piegassero; ma uscito di Tuscolo

l'arcivescovo Rinaldo coi suoi, e dando alle spalle ai Romani, così

vigorosamente li caricò, che la lor cavalleria prese la fuga, lasciando

alla discrezion de' Tedeschi la fanteria. Non erano i Romani d'allora

come gli antichi loro antenati; però da lì innanzi non fu più battaglia,

ma solamente una fuga e un macello di que' miseri. Ingrandiscono qui

alcuni a dismisura la perdita de' Romani, facendola Ottone da San Biagio

ascendere a quindici mila tra morti e prigioni. Lo scrittor della vita

di papa Alessandro apre più la bocca, con dire che appena si salvò la

terza parte di sì copiosa armata, e che dalla battaglia d'Annibale a

Canne in qua non era più succeduta strage sì grande del popolo romano.

Sicardo copiò anch'egli questo bell'epifonema. E l'autore della Cronica

reicherspergense arrivò a dire che di quaranta mila Romani _paucissimi

evaserunt, qui non occisi, aut captivati fuerint_. Più ancora ne disse

Gotifredo monaco nei suoi Annali. Giovanni da Ceccano nella sua cronica

di Fossanuova ne fa morti sei mila, e molte altre migliaia di rimasti

prigioni. Ma perchè suol più spesso avvenire che la fama e la

millanteria de' vincitori faccia in casi tali di troppe frange al vero,

meglio sarà l'attenersi qui alla relazione di Acerbo Morena, autor di

questi tempi, che dice d'averlo inteso da Romani disappassionati; cioè

esservi restati morti più di due mila d'essi Romani, e più di tre mila

fatti prigioni, che legati furono condotti alle carceri di Viterbo.

L'Anonimo Casinense scrive di mille e cinquecento uccisi, e di mille e

settecento prigioni. Meno ancora dice il continuatore degli Annali

genovesi di Caffaro.

Non potè contener le lagrime all'avviso di sì funesto successo il buon

papa Alessandro. Tuttavia senza avvilirsi attese a premunir la città di

Roma, e a procurar degli aiuti dal di fuori. Mosse la regina di Sicilia

e il figliuolo _Guglielmo II_ a spedir le loro truppe, che giunte nella

campagna di Roma, si diedero ad assediare un forte castello presediato

da' Tedeschi. Secondo Acerbo Morena, pare che il giovinetto re venisse

in persona a tale impresa; ma è cosa non sì facile da credere. Ora

l'avviso della vittoria riportata dalle sue genti sotto Tuscolo, ma più

questa mossa delle armi siciliane, furono i motivi che indussero

Federigo a dismettere l'assedio d'Ancona a fine di trasferirsi verso

Roma. Per mantener nondimeno il decoro, ed acciocchè non paresse che la

ritirata venisse da paura, ammise dopo quasi tre settimane d'assedio ad

un trattato d'accordo gli Anconitani, i quali si obbligarono di pagargli

una gran somma di danaro, e per sicurezza del pagamento gli diedero

quindici ostaggi. S'ingannò Ottone da San Biagio con altri, allorchè

scrisse che Ancona si rendè all'imperadore. L'impazienza di Federigo era

grande, nè volendo aspettare i lenti passi della fanteria, presa seco la

cavalleria e l'Augusta sua moglie, a gran giornate marciò verso la

Puglia. Alla nuova che si accostava l'imperadore, e sulla credenza

ancora che con tutta l'armata egli venisse, si ritirarono ben

prestamente dall'assedio del suddetto castello le soldatesche del re di

Sicilia. Con tal fretta marciò Federigo, che raggiunse i fuggitivi al

passo di un fiume, dove molti ne fece prigioni. Assediò e vinse un

castello tolto dal re Guglielmo a Roberto conte di Bassavilla, con

restituirlo poi ad esso conte. Arrivò sino al Tronto, mettendo a sacco e

fuoco tutte quelle contrade. Sua intenzione pareva di passar più oltre;

ma sì vigorose furono le istanze dell'antipapa Pasquale dimorante in

Viterbo, per tirarlo a Roma, sì in virtù delle promesse a lui fatte,

come anche per la speranza di cacciarne papa Alessandro, che Federigo

con tutto l'esercito si mosse a quella volta, e nel dì 24 di luglio

giunse a mettere il campo nel monte del Gaudio, appellato monte Malo

dallo scrittor della vita di papa Alessandro, che racconta il di lui

arrivo colà _XIV kalendas augusti_. Nulla più sospirava egli che

d'impadronirsi della basilica vaticana; nè tardò a superar la cortina e

il portico di san Pietro, con ispogliare e dar alle fiamme tutte quelle

case. Ma nella vaticana non potè egli entrare, perchè fortificata e ben

difesa dalla masnada di san Pietro, cioè dai soldati raccolti dai beni

patrimoniali della Chiesa romana. Diedero i Tedeschi varie battaglie al

sacro luogo per una continua settimana, sempre inutilmente, finchè

riuscì loro di potere attaccar fuoco alla chiesa di santa Maria del

Lavoriere, ossia della torre. Essendo questa contigua a san Pietro, poco

mancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica. Mise

nondimeno quell'incendio tal paura ne' difensori, massimamente veggendo

essi di non potere sperar soccorso alcuno dalla città, che dimandarono

di capitolare. Fu loro accordato di potersene andar salvi colle persone;

e così san Pietro venne in potere di Federigo. Però nella seguente

domenica arrivò l'antipapa Pasquale a cantar messa in quella chiesa,

nella quale occasione coronò l'imperadore con un cerchio d'oro, insegna

del patriziato. Fin dall'anno 1155, siccome abbiam veduto, aveva egli

ricevuta la corona imperiale dalle mani di papa Adriano IV. Tuttavia

volle (Acerbo Morena, che v'era presente, ce ne assicura) il piacere di

riceverla di nuovo da quelle del suo idolo; funzione fatta nel martedì

seguente, festa di san Pietro in Vincola. Fu coronata anche l'Augusta

Beatrice; anzi che a lei sola fosse imposta l'imperial corona lo scrive

l'autor della Cronica Reicherspergense[2153], parendogli molto strano

che il già coronato imperadore si facesse coronar di nuovo. Altrettanto

ha Gotifredo monaco di san Pantaleone ne' suoi Annali[2154]. Ciò fatto,

si studiò l'imperador Federigo di guadagnare i grandi e il popolo di

Roma[2155]: e siccome accortissimo principe propose, che se dava lor

l'animo di fare che il pontefice Alessandro rinunziasse al papato,

astrignerebbe anch'egli il suo papa Pasquale ad imitarlo: con che si

verrebbe poi all'elezione di un terzo, ed egli darebbe la pace a tutti,

senza più intricarsi nell'elezion de' pontefici. Esibiva eziandio di

rilasciar tutti i prigioni. Parve questo un bel partito ai più de'

Romani, i quali giunsero fino a dire che il papa era tenuto ad

accomodarvisi, e a far anche di più per riscattare e salvare tante sue

pecorelle; e il cominciarono a tempestar su questo. Ma Alessandro,

dacchè si accorse dei segreti maneggi del popolo co' suoi nemici, dal

palazzo lateranense s'era ritirato nelle forti case de' Frangipani, e

poscia presso il colosseo, con ispedir quivi le cause spettanti alla

Chiesa e allo Stato. Intanto il giovane re Guglielmo, giuntagli la

notizia di quanto passava in Roma, mosso dal suo zelo per la salute del

papa, spedì due ben corredate galee con gente e danaro assai, ed ordine

di condurre in salvo il pontefice. Vennero su pel Tevere le due galee, e

fatto sapere l'arrivo loro ad Ottone Frangipane, furono introdotti

all'udienza del papa i sopracomiti. Sommamente obbligato si protestò

Alessandro III all'amorevol pensiero del re siciliano; prese il denaro

inviato; e credendo per allora non necessaria la sua partenza, rimandò

le galee indietro con due cardinali, per trattar dei presenti affari

colla corte di Sicilia. Poscia distribuì buona parte di quel danaro ai

Frangipani e ai figliuoli di Pier Leone, per maggiormente animarli a

star seco uniti; e il resto l'inviò ai custodi delle porte. Ma in fine

si lasciarono piegare gli incostanti Romani dalle lusinghevoli

proposizioni di Federigo, e volendo pur indurre il papa ad acconsentire,

questi, accompagnato da alcuni de' cardinali, e travestito, segretamente

uscì di Roma, e passando per Terracina, arrivò a Gaeta, dove ripigliò

gli abiti pontificali. Di là poi si trasferì a Benevento, dove fu con

grande onore accolto da quel popolo.

Eransi interamente dati i Pisani ai servigi dell'imperador

Federigo[2156], verisimilmente per que' gran doni e vantaggi che, a

guisa dei già conceduti a' Genovesi, dovette compartire anche a

quest'altro popolo con un pezzo di pergamena, per l'ansietà di portare

in breve la guerra, non solo contra de' Romani, ma anche in Puglia,

Calabria e Sicilia; al qual fine abbisognava della loro flotta. Aveano

essi Pisani giurata ubbidienza all'antipapa Pasquale. E perchè Villano

loro arcivescovo non volle acconsentire a sì fatta abbominazion del

santuario, fu costretto a fuggirsene e a ritirarsi nell'isola della

Gorgona; e in luogo suo fu intruso in quella chiesa Benincasa canonico

sul fine di marzo. Aveano anche prestato aiuto a Rinaldo arcivescovo di

Colonia, per prendere Civitavecchia, prima ch'egli passasse a Tuscolo,

ossia Tuscolano. Ora Federigo, benchè trattasse di ridurre i Romani a'

suoi voleri colle buone, non lasciò per questo di prepararsi per

adoperar la forza, se il bisogno lo portava. A questo fine richiese

d'aiuto i Pisani, che gli spedirono dodici galee ben armate con due de'

loro consoli; e queste dipoi entrate pel Tevere, e salite sino al ponte,

infestavano non poco le ville dei Romani, ed impedivano ogni soccorso

per quel fiume. Il popolo romano adunque per la maggior parte, tanto per

ischivar gli ulteriori danni e pericoli, quanto perchè Federigo confermò

il senato romano, ed accordò e quel popolo di molte esenzioni per tutti

i suoi Stati, condiscese a quanto egli bramava, con promettere, fra

l'altre cose, che _justitias suas_ (cioè dell'imperadore) _tam intra

urbem, quam extra urbem juvabunt eum retinere_; e che terrebbono per

papa l'antipapa Pasquale, se pure s'ha in ciò da credere al continuator

del Morena; perciocchè da una lettera di Giovanni Sarisberiense fra

quelle di san Tommaso Cantuariense si raccoglie che i Romani stettero

saldi nell'ubbidienza di papa Alessandro III, nè di Pasquale si parla

nel giuramento dei Romani rapportato nella sua Cronica da Gotifredo

monaco di san Pantaleone presso il Freero. I Frangipani nondimeno e la

casa di Pier Leone con altri nobili non consentirono a questo accordo.

Mandò poscia Federigo a ricevere il giuramento di fedeltà da' Romani

varii suoi deputati, fra' quali uno fu Acerbo Morena, continuatore della

Storia di Ottone suo padre, uomo dabbene ed incorrotto, e diverso da

tanti altri dell'armata imperiale, che viveano di sole rapine. Intanto

venne Dio a visitare i peccati e l'alterigia dell'imperadore Federigo,

principe che nulla meno meditava che di mettere in catene l'Italia

tutta, e per politica andava fomentando il deplorabile scisma della

Chiesa di Dio. Una improvvisa epidemia cagionata dall'aria di Roma,

micidiale anche allora in tempo di state, se pur non fu una vera

pestilenza, assalì intanto l'esercito di Federigo, e cominciò a mieterne

le centinaia ogni giorno. La mattina erano sani, non arrivava la sera

che si trovavano morti, di modo che si penava a seppellir tanta

gente[2157]. Nè già sulla sola plebe de' soldati si stese questo

flagello, comunemente attribuito alla visibil mano di Dio, ma ancora ai

principi e signori più grandi d'essa armata. Vi perirono _Rinaldo_

eletto arcivescovo di Colonia, _Federigo duca_ di Suevia, ossia di

Rotemburgo, figliuolo del già re Corrado e cugino germano

dell'imperadore, i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden e

d'altre città, con assaissimi altri principi e nobili, fra' quali

specialmente è da notare il _duca Guelfo_ iuniore, la cui morte fu

compianta anche dagl'Italiani, perchè la di lui perdita fu cagione che

si seccasse in lui questa linea di Estensi-guelfi, e che il duca Guelfo

suo padre rinunziasse dipoi all'imperadore tutti i suoi Stati in Italia;

del che ho assai favellato altrove[2158]. Per questa fiera mortalità di

gente anche il suddetto Acerbo Morena istorico, nel tornare a casa

portando seco il malore, nel dì 19 d'ottobre mancò di vita nei borghi di

Siena, come s'ha dal suo Continuatore.

Atterrito da così tragico avvenimento l'imperador Federigo,

frettolosamente decampò col resto dell'armata, e per la Toscana venuto a

Pisa e a Lucca, continuò il viaggio alla volta di Lombardia. Ma nel

voler valicare l'Apennino, trovò il popolo di Pontremoli ed altri

Lombardi che gli vietarono per quelle montagne il passo[2159]. Se non

era _Obizzo marchese_ Malaspina che l'affidò per le sue terre della

Lunigiana, e gli diede il passaggio, si sarebbe trovato in pericolose

angustie. Gran parte nondimeno del suo equipaggio si perdè per istrada.

Verso la metà di settembre, e non già di dicembre, come per error de'

copisti si legge presso Sire Raul, arrivò egli a Pavia, con avere

perduto e ne' contorni di Roma, e nel viaggio per le malattie suddette,

oltre a gran copia di soldati, più di due mila nobili, tra vescovi,

duchi, marchesi, conti, vassalli e scudieri. Quivi nel dì 21 d'esso mese

di quest'anno, e non già del 1168, come ha il testo del continuatore del

Morena, mise al bando dell'imperio tutte le città congiurate di

Lombardia, riserbando solamente Lodi e Cremona, senza che s'intenda il

perchè di quest'ultima, e gittò in aria il guanto in segno di sfida. In

vece de' _Cremonesi_, sospetto io che il continuatore di Acerbo Morena

eccettuasse i _Comaschi_, perchè questi continuarono a tenere il partito

di Federigo. Il qual poscia più fiero che mai coi Pavesi, Novaresi,

Vercellesi, e coi marchesi _Guglielmo_ di Monferrato ed _Obbizzo_

Malaspina, e col conte di Biandrate cavalcò contro le terre de'

Milanesi, con devastar Rosate, Abbiategrasso, Mazzenta, Corbetta ed

altri luoghi. Accorsero allora a Milano i Lodigiani, i Bergamaschi e i

Bresciani che erano in Lodi, e i Parmigiani e Cremonesi che si trovavano

in guardia di Piacenza. Tornossene per questa mossa Federigo a Pavia; ma

senza prendere fiato si voltò contra de' Piacentini, alle terre de'

quali fece quanto male potè. Ingrossatisi per questo a Piacenza i

collegati, erano per affrontarsi con lui, s'egli non si fosse

prestamente ritirato a Pavia. Abbiamo nondimeno da una lettera di

Giovanni Sarisberiense che seguì fra loro qualche baruffa colla peggio

di Federigo, il quale_ in fugam versus est_, come si può vedere fra le

lettere di san Tommaso Cantuariense. Nè già sussiste, come scrive il

Sigonio, che Federigo andasse sotto Bergamo, e ne bruciasse i borghi.

Tante forze egli non aveva. Venuto poscia il verno, si quetò il rumore

delle armi in Lombardia.

Durò anche nel presente anno la rabbiosa guerra fra i Pisani e i

Genovesi[2160], perseguitandosi i loro legni per mare a tutto potere.

Furono fatti progetti di pace, e rimesse le differenze in dieci per

parte; ma senza che animi tanto alterati potessero punto accordarsi.

Intanto il regno di Sicilia era agitato dalle gare di que' baroni e da

varie fazioni[2161], che tutte cercavano di superiorizzare durante la

minorità del re _Guglielmo II_. Le città di Messina e di Palermo

tumultuarono, e contribuì ad accendere quel fuoco _Giovanni cardinale_

Napoletano, uomo sol fatto per ismugnere danaro; e per gli suoi vizii

biasimato dal Baronio. Queste dissensioni minutamente descritte si

leggono nelle storie di Ugone Falcando e di Romoaldo Salernitano. Mi

dispenso io dal riferirle per amore della brevità. Si trasferì in

quest'anno a Venezia in abito da pellegrino, e di là venne a Milano il

novello arcivescovo di quella città _Galdino_[2162] nel dì 5 di

settembre, con infinita consolazion del suo popolo. Portò egli seco il

titolo e l'autorità di legato apostolico: il che servì a maggiormente

corroborare ed accrescere la lega delle città lombarde contra di

Federigo. Infatti ho io pubblicato i patti d'essa lega, stabiliti nel dì

primo di dicembre[2163], obbligandosi cadauno di difendere _civitatem

Venetiarum, Veronam et castrum et suburbia, Vicentiam, Paduam,

Trivisium, Ferrariam, Brixiam, Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum,

Placentiam, Parmam, Mantuam, Mutinam, Bononiam_, ec. con varii patti, il

più considerabile de' quali è l'obbligarsi alla difesa ed offesa _contra

omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerit guerram aut malum,

contra quod velit nos plus facere, quam fecimus a tempore Henrici regis

usque ad introitum imperatoris Friderici_. Sotto nome di Arrigo porto io

opinione che si debba intendere Arrigo quarto fra i re, terzo fra

gl'imperadori, perchè sotto di lui vo credendo incominciata la libertà

di molte città di Lombardia, che andò poi crescendo finchè arrivò alla

sua pienezza; e questa abbiamo dipoi veduta come annichilata dal terrore

e dalla fortuna dell'imperadore Federigo.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 183 / 277 题