NOTE:

[2117] Cardin. de Aragon., in Vit, Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital.

[2118] Acerbo Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.

[2119] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III. Acerbus Morena, in

Histor. Laudens. Sire Raul., tom. 6 Rer. Ital.

[2120] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Caffari, Annal. Genuens., lib.

1, tom. 6 Rer. Ital. Acerb. Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.

[2121] Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.

[2122] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[2123] Annales veteres Mutinens., tom 9 Rer. Ital.

[2124] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.

Anno di CRISTO MCLXV. Indizione XIII.

ALESSANDRO III papa 7.

FEDERIGO I re 14, imper. 11.

Essendo in questi tempi mancato di di vita _Giulio vescovo_ di

Palestrina[2125], lasciato da _papa Alessandro_ per suo vicario in Roma,

fu sostituito in suo luogo _Giovanni cardinale_ de' santi Giovanni e

Paolo, il quale, a forza di danaro e di esortazioni, indusse il popolo

romano a giurar la solita fedeltà ad esso pontefice, e regolò ancora a

suo volere il senato. Avendo egli inoltre tolta di mano agli scismatici

la basilica vaticana e la contea della Sabina, giudicando che fosse

oramai tempo di richiamare il papa dalle contrade della Francia, gli

spedì a questo fine messi e lettere di molta premura. Per consiglio

dunque non solamente de' vescovi e cardinali, ma anche dei re di Francia

e d'Inghilterra, si preparò egli al suo ritorno. Partitosi dopo Pasqua

dalla città di Sens, e passando per Parigi, dopo la festa di san Pietro

arrivò a Mompellieri; e dappoichè furono all'ordine i legni che doveano

condurlo, fra l'ottava dell'Assunzion della Vergine s'imbarcò, con

alcuni cardinali, in una nave di Narbona, e il rimanente de' cardinali

con _Oberto arcivescovo_ di Milano, il quale fu poi creato cardinale di

santa Sabina, in un altro più grosso legno che era de' cavalieri

ospitalieri, oggidì appellati di Malta. Aveano appena date le vele ai

venti, che eccoti comparir la flotta de' Pisani, i quali stavano in

agguato. A tal vista la nave, dove era il papa, voltò la prora, e se ne

tornò in fretta a Magalona. Circondarono i Pisani quella in cui venivano

i più dei cardinali, e non avendo essi trovato fra loro il pontefice,

senza far male alcuno, la lasciarono andare al suo viaggio. Il

Neobrigense scrive[2126] che questa nave bravamente si difese, e con

poco lor gusto fece retrocedere i Pisani. Comunque sia, tornò il papa ad

imbarcarsi in un legno più picciolo, ed ancorchè fosse travagliato da

alcune tempeste nel cammino, pure felicemente arrivò a Messina[2127]. A

questo avviso il _re Guglielmo_, che era in Palermo, inviò tosto a

complimentarlo i suoi ambasciatori con molti regali, e destinò

l'arcivescovo di Reggio e di Calabria ed altri baroni, che

l'accompagnarono fino a Roma: al qual fine somministrò una forte galea

pel papa, e quattro altre per gli cardinali e pel resto della corte

pontificia. Pertanto nel mese di novembre mosse papa Alessandro III da

Messina, e venne a Salerno, dove fu con grande onore accolto da

_Romoaldo arcivescovo_ e da tutto il popolo. Nella festa di santa

Cecilia giunse all'imboccatura del Tevere sano e salvo, e riposò per

quella notte in Ostia. Nel seguente giorno corsero a venerarlo i

senatori romani con gran folla di cherici e laici, e gli prestarono la

dovuta ubbidienza. Dopo di che coi rami di ulivo il condussero fino alla

porta Lateranense. Quivi era il clero vestito de' sacri ammanti, quivi i

Giudei colla sacra Bibbia nelle braccia, e i giudici e le milizie colle

loro insegne. Con questa processione e fra gli alti viva del popolo

passò il papa alla basilica, ed indi al palazzo del Laterano, con tanta

allegria della città, che non v'era memoria d'altra sì lieta giornata in

quel popolo.

Giunto in Germania l'_imperador Federigo_ vi trovò accesa la

guerra[2128]. Imperocchè avendo _Ugo conte_ palatino di Toingen fatto

impiccare due uomini del duca _Guelfo juniore_, al quale il duca _Guelfo

seniore_ avea rinunziato gli Stati della Suevia, per attendere a quei

dell'Italia, esso giovane Guelfo, non potendo averne soddisfazione, mise

a ferro e fuoco il di lui paese. Ricorse il palatino per aiuto a

_Federigo duca_ di Rotemburg, cugino dell'imperadore; e siccome fra la

casa di lui, erede della guibellinga, che noi ora diciam ghibellina, e

la casa estense-guelfa del duca Guelfo era antica la gara e la

nemicizia; così Federigo prese volentieri ad assisterlo. Il giovane

Guelfo anch'egli ebbe dalla sua _Bertoldo duca_ di Zeringhen ed altri

principi. Nei primi giorni di settembre vennero alle mani i due

eserciti, e Guelfo ne andò rotto, con lasciarvi prigioni novecento de'

suoi cavalieri. A questa nuova il vecchio _duca Guelfo_, ardente di

collera corse dall'Italia in Germania, assediò ed espugnò varie

castella, e vittorioso andò a riposarsi nelle sue terre. Ma il palatino

colle forze del duca Federigo avendo congiunto l'armata de' Boemi, gente

allora fierissima, rinforzò la guerra, che costò immensi danni e guasti

a quelle contrade, essendo venuti i Boemi per la Baviera e Suevia sino

al lago di Ginevra, commettendo infiniti disordini. S'interpose

l'Augusto Federigo, fece rilasciare i prigioni, e dare nella dieta

d'Ulma al duca Guelfo soddisfazione: con che si smorzò quell'incendio.

Tenne ancora Federigo in quest'anno[2129] una dieta in Erbipoli, ossia

in Wirtzburg, dove circa quaranta vescovi tedeschi giurarono di ubbidire

al falso pontefice Pasquale, ossia Guido da Crema. Nell'anno presente

ancora, come s'ha dalla Cronica di Fossanuova[2130], _Cristiano_,

eletto, o, per dir meglio, intruso arcivescovo di Magonza, col conte

Gotolino e con alcune soldatesche passò nella Campania romana, e fece

giurar fedeltà da tutti que' popoli all'antipapa Pasquale, condotto da

lui sino a Viterbo, e all'imperadore. Perchè Anagni ricusò di ubbidire,

diede il guasto alle sue campagne, ed incendiò Cisterna. Ma non sì tosto

furono costoro tornati in Toscana, che Giliberto conte di Gravina e

Riccardo da Gaia coll'esercito del re di Sicilia entrarono in essa

Campania, ed uniti coi Romani ricuperarono Veroli, Alatri, Ceccano ed

altre terre. Si ruppe ancora in quest'anno la tregua fra i Pisani e

Genovesi[2131], e cominciò l'un popolo all'altro a far quel male che

potea, con prendersi le navi. Riuscì a' Pisani, dopo aver bruciato Capo

Corso, di giugnere, nel dì 21 d'agosto, allo improvviso addosso alla

città d'Albenga, e di prenderla, con darle poscia il sacco e consegnarla

alle fiamme. Passarono essi dipoi alla fiera di Sant'Egidio in Provenza

con galee trentuna. Ma i Genovesi, ansiosi di vendicarsi, con maggior

numero di galee andarono a cercar colà i nemici, e fidandosi che

_Raimondo_ conte di santo Egidio non proteggerebbe i Pisani, attaccarono

una battaglia, che fu separata dalla notte. Gli Annali Pisani[2132]

dicono, esserne uscita vittoriosa la lor nazione; ma per una fiera

tempesta nel ritorno perderono dodici delle lor galee con tutta la

gente.

Crebbero in quest'anno i guai delle città di Lombardia. Avea l'Augusto

Federigo lasciati dappertutto i suoi uffiziali che raccogliessero i

dazii e tributi spettanti al fisco imperiale. Per testimonianza di

Acerbo Morena[2133] tuttochè parzialissimo dell'imperadore, questi cani

ne esigevano sette volte più del dovere: _Plus de septem, quam

imperatori de jure deberetur, ab omnibus injuste excutiebant._ Il Morena

va specificando gli smoderati tributi ed aggravi, che l'avidità loro

inventò. Ai Milanesi non si lasciava che un terzo delle loro entrate.

Sopra ogni casa, sopra ogni mulino, sopra la pescagione imposero dazii:

la caccia tutta per essi: tolto ai nobili, padroni delle castella, il

distretto ossia la giurisdizione, benchè goduta per trecento anni

addietro. Altre estorsioni di grano, di fieno, legna, polli e d'altri

naturali tuttodì si faceano da essi uffiziali, per attestato di Sire

Raul[2134]. In somma tutto operavano costoro per ridurre all'ultima

disperazione i Lombardi; il che nondimeno si credeva contro l'intenzion

di esso imperadore. Teneva intanto il timore di peggio molti di questi

popoli in dovere; ma in lor cuore si rallegravano al vedere nella marca

di Verona già alzata bandiera per la difesa della libertà, e all'udire

che i Veronesi e Padovani aveano tolto di mano ai Tedeschi le due

fortissime rocche di Rivoli ed Appendice, e spianatele da' fondamenti.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 181 / 277 题