NOTE:

[2111] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital.

[2112] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2113] Sire Raul, in Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2114] Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.

[2115] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[2116] Hugo Falcandus, Histor, Sicul.

Anno di CRISTO MCLXIV. Indizione XII.

ALESSANDRO III papa 6.

FEDERIGO I re 15, imper. 10.

Continuò _papa Alessandro_ ancora per quest'anno la sua dimora in

Francia nella città di Sens, dove ebbe molte faccende per le differenze

insorte in questi tempi fra _Arrigo re_ d'Inghilterra e _Tommaso

arcivescovo_ di Cantorberì, che fu poi santo martire. Intanto

l'ambizioso antipapa Ottaviano, chiamato Vittore III, mentre dimorava in

Lucca[2117], fu colto da una mortale infermità, e quivi impenitente

passò al tribunale di Dio nel dì 20 d'aprile. Pietro Blesense, che ne

parla per esperienza, descrive il di lui fasto e la di lui crudeltà; e

pure si fece credere alla buona gente che al suo sepolcro erano

succeduti non pochi miracoli: _Pro cujus sanctis meritis dicitur, Deum

multa miracula ibi fecisse_: così scrive Acerbo Morena[2118], uno de'

suoi parziali: il che sempre più ci dee rendere cauti a distinguere i

veri dai finti o dai creduti miracoli. Restavano tuttavia in vita due

soli cardinali scismatici, cioè Giovanni da san Martino e Guido da

Crema. Costoro fecero un'adunanza di molti ecclesiastici della lor

fazione; e giacchè _Arrigo vescovo_ di Liegi ricusò il falso

pontificato, fu questo conferito allo stesso Guido da Crema, il quale

senza alcuna osservanza degli antichi riti ricevette la consecrazione

dallo stesso vescovo di Liegi, con assumere il nome di _Pasquale III_.

Speditone tosto l'avviso all'Augusto Federigo, in vece di valersi egli

di tal congiuntura per estinguere lo scisma, approvò il fatto, e

riconobbe costui per legittimo papa. Intanto le città di Lombardia

avvezze per assaissimi anni addietro a vivere lautamente col godimento

delle regalie e della libertà, con decoro ed autorità principesca, al

vedersi ora ridotte ad una vile schiavitù, troppo mal volentieri

s'accomodavano a questo insolito giogo. Si aggiunsero le continue avanie

che faceano i ministri imperiali, oppressori dei grandi e de' piccioli,

intenti solo a smugnere danaro dagli afflitti popoli. Fece tutto ciò

perdere a que' popoli la pazienza, e cominciarono a risorgere gli

spiriti generosi in alcune città, determinate di non lasciarsi così

obbrobriosamente calpestar da li innanzi[2119]. Queste furono le città

della marca di Verona, cioè _Verona, Vicenza, Padova, Trevigi_, ed altre

minori, che strinsero una segreta società e lega fra loro. Trovavansi

mal soddisfatti anche i Veneziani per aggravii patiti dagli uffiziali

dell'imperadore, e però anch'essi entrarono in essa lega; e tutti

cominciarono a far testa agli ordini di Federigo e de' suoi ministri.

Appena scoppiò questo principio di ribellione, che Federigo, messo

insieme l'esercito de' Pavesi, Cremonesi e dell'altre città fedeli, e

col poco che gli restava de' suoi Tedeschi, marciò verso Verona. Prese e

distrusse alcune castella di quel territorio: quando eccoti uscirgli

incontro l'esercito delle città collegate, che animosamente venne ad

accamparsi in faccia sua, disposto e preparato a ricevere o dar

battaglia. Tra perchè era superiore di forze questa armata, e perchè

cominciò Federigo ad accorgersi del poco capitale che potea far de'

Lombardi suoi seguaci, ne' quali più non concorreva l'odio, che li rendè

sì fieri contra di Milano, e si scorgeva in essi piuttosto del

compatimento e dell'inclinazione per chi avea preso l'armi per la sua

libertà: restò esso Augusto assai confuso. Giudicò dunque miglior

partito il ritirarsi, benchè non senza rabbia e vergogna, che di

azzardare ad un troppo dubbioso fatto d'armi la sua dignità e

riputazione. Da lì innanzi ebbe sempre in sospetto tutte le città

d'Italia, perchè conosciute troppo vogliose e gelose della libertà; e

però, giacchè non sapea farsi amare da esse, cercò da indi in poi di

farsi temere. Aveva egli dalla sua di certo solamente i marchesi, conti

ed altri nobili vassalli, perchè questi abbisognavano del di lui braccio

e patrocinio per non essere divorati dalle città. Mise pertanto in tutte

le rocche e fortezze presidii e governatori tedeschi, de' quali

unicamente si fidava, senza valersi più d'Italiani.

Accade in quest'anno[2120] che _Barasone_ giudice di Turri, ossia di

Logodoro in Sardegna, e _Pietro_ giudice di Cagliari, uniti co' Pisani,

per vendicarsi di varie ingiurie ricevute da Barasone giudice di

Arborea, oggidì Oristagno, gli fecero guerra, con bruciargli il paese e

menar via gran copia di prigioni. Allora questo giudice d'Arborea si

raccomandò ai Genovesi, perchè l'aiutassero ad impetrare dall'imperador

Federigo il titolo di re di tutta la Sardegna. E non già del solo suo

giudicato; perciocchè, siccome ho io altrove dimostrato[2121], la

Sardegna era divisa in quattro giudicati, e que' giudici ben cento anni

prima si truovavano intitolati re, perchè niun superiore riconoscevano.

Promise costui di gran cose ai Genovesi, dai quali perciò fu condotto a

Pavia e presentato a Federigo. Condiscese ben volentieri l'imperadore

alla dimanda, non tanto per acquistar diritto sopra la Sardegna, quanto

per godersi quattro mila marche d'argento, che gli furono esibite per

questa grazia. Gli Annali di Pisa dicono che l'offerta fu di trenta mila

lire di soldi imperiali. Forse le quattro mila marche davano questa

somma. Ma si opposero forte gli ambasciatori pisani alle istanze del

giudice e alla risoluzion dell'imperadore, pretendendo che la Sardegna

fosse di lor giurisdizione. Altrettanto ancora pretendevano i Genovesi.

Federigo che non volle perdere l'oro promesso, senza curarsi delle lor

brighe, nel dì 5 d'agosto, nella chiesa di san Siro di Pavia,

solennemente coronò e dichiarò re della Sardegna esso _Barasone_. Il

bello fu, che quando Federigo si credea di mettere le mani sopra il

danaro accordato, si trovò che il re novello non aveva un soldo, e

lavorava solo di promesse. Era Federigo in procinto di condurlo seco

prigione in Germania, finchè avesse soddisfatto; ma costui tanto si

adoperò coi Genovesi, che fecero sigurtà per lui, ed essi effettivamente

dopo alquanti giorni sborsarono la somma, con prenderla ad usura da

varii cittadini. Non trovandosi poi maniera ch'egli soddisfacesse ai

Genovesi, fu detenuto prigione in Genova; e i Pisani cogli altri giudici

della Sardegna mossero di nuovo guerra ad Arborea, e distrussero quasi

tutto il paese, di modo che la vanità di Barasone andò a terminare in un

re da teatro. Fecero di più i Pisani. Passò Federigo nell'anno presente

in Germania ad oggetto di metter insieme una buona armata, per

maggiormente assodare il piede in Italia. Colà spedirono i Pisani

Uguccione, uno dei lor consoli, per cui maneggio Federigo investì col

gonfalone la città di Pisa di tutta l'isola di Sardegna; nè andò molto

che i Pisani la renderono interamente tributaria alla loro repubblica.

L'onnipotenza dell'oro quella fu che fece dimenticar sì presto a

Federigo di aver già dichiarato _principe della Sardegna_ il duca Guelfo

suo zio, e poco prima _re d'essa isola_ il vanissimo Barasone. Dagli

Annali genovesi si sa che i Pisani sborsarono tredicimila lire per

ottenere quel privilegio. Diede fine in quest'anno alla sua vita nel dì

20 di luglio _Pietro Lombardo_, Novarese di patria, già vescovo di

Parigi, celebre personaggio, e conosciuto da tutti col nome di mastro

delle sentenze. Abbiamo ancora dagli Annali di Bologna[2122] e di

Modena[2123] che Bozzo, luogotenente dell'imperadore in Lombardia, fu

ucciso nel contado di Bologna, verisimilmente a cagion delle sue

angarie. Nè si dee tacere, che, avendo in quest'anno l'Augusto Federigo

richiesto aiuto da' Ferraresi _pro motione et guerra Venetorumn,

Paduanorum, Vicentinorum et Veronensium, quae cornua rebellionis et

superbiae contra nos et imperium erexerunt_, concedette o confermò loro

tutte le regalie con altri privilegii, siccome apparisce dal diploma da

me pubblicato[2124], e dato _apud sanctum Salvatorem juxta Papiam, VIIII

kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MCLXIV, Indictione XII_.

Con altro diploma confermò al popolo di Mantova parimente tutti i suoi

privilegii. Ma, ossia per errore, come io credo, ossia perchè fu usato

l'anno pisano, quel diploma si dice bensì dato _Papiae apud sanctum

Salvatorem VI kalendas junii, anno millesimo centesimo sexagesimo

quinto, Indictione XII_; ma è certo ch'esso appartiene all'anno

presente.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 180 / 277 题