NOTE:

[2093] Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.

[2094] Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.

[2095] Acerbus Morena. Sire Raul. Otto de Sancto Blasio.

[2096] Romualdus Salernitanus, in Chron.

[2097] Abbas Urspergensis, in Chron.

[2098] Ptolom. Lucens., in Annalib.

[2099] Dodech., in Append. ad Marian.

[2100] Robert. de Monte, in Append. ad Sigebert.

[2101] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor.

[2102] Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.

[2103] Sigon., de Regno Ital., lib. 13.

[2104] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.

[2105] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII et LXXII.

[2106] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Italic.

[2107] Acerbus Morena, Histor. Lauden., tom. 6 Rer. Ital. Romualdus

Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.

[2108] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2109] Romualdus Salernit., in Chron. Johann de Ceccano, Chron.

Fossaenovae.

[2110] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCLXIII. Indizione XI.

ALESSANDRO III papa 5.

FEDERIGO I re 12, imper. 9.

Dopo avere _papa Alessandro_ celebrata la festa del santo Natale nella

città di Tours[2111], venuta la domenica di settuagesima, passò a Parigi

per una conferenza con _Lodovico VII_ re di Francia. Gli venne incontro

il piissimo re coi baroni e colle sue guardie due leghe lungi dalla

città, e alla vista di lui smontato, corse a baciargli i piedi. Dopo di

che amendue continuarono il viaggio fino a Parigi, dove la processione

del clero col vescovo l'accolse. Dimorò ivi il pontefice per tutta la

quaresima, e vi solennizzò la Pasqua. Poscia, avvicinandosi il tempo

della celebrazion del concilio da lui intimato nella città di Tours,

colà si trasferì. Riguardevole fu quella sacra adunanza, a cui fu dato

principio nel dì 19 di maggio, perchè v'intervennero diciassette

cardinali, cento ventiquattro vescovi, quattrocento quattordici abbati,

e una copiosa moltitudine di clerici e laici. Furono ivi pubblicati

varii canoni di disciplina ecclesiastica, da' quali apparisce che era

già insorta nelle parti di Tolosa, e si andava dilatando, una setta

d'eretici, i quali, siccome accenneremo, infettarono in fine tutte

quelle contrade. Era anche passato in Francia lo studio delle leggi

civili, e molti monaci e canonici regolari, col pretesto d'insegnarle

nelle scuole, oppur di spiegare la fisica, o di praticar la medicina,

abbandonavano i loro chiostri. Questo fu proibito, e dichiarate nulle e

sacrileghe tutte le ordinazioni fatte e da farsi dall'antipapa e dagli

altri scismatici. E perciocchè l'andar girando il papa dovea riuscire di

non lieve aggravio alle chiese, gli fu fatto sapere che se volea più

lungamente fermarsi in Francia, eleggesse una dimora stabile nella città

che più gli fosse in grado: laonde egli scelse la città di Sens, dove si

trattenne dal principio d'ottobre fino alla Pasqua dell'anno 1165. Circa

questi tempi avendo _Ulrico_, novello patriarca di Aquileia, fatta

un'invasione nell'isola di Grado[2112], vi accorsero i Veneziani con uno

stuolo di galee, e il fecero prigione con assai nobili del Friuli

nell'ultimo giovedì del carnevale, e tutti li misero nelle carceri di

Venezia. Per liberarsi, egli si obbligò di mandare ogni anno da lì

innanzi nell'ultimo mercordì del carnevale al doge dodici porci grassi,

e dodici pani grossi in memoria della vittoria de' Veneti e della sua

liberazione. Allora fu fatto in Venezia uno statuto, che nel giovedì

suddetto in avvenire ad un toro e ad altri simili porci nella pubblica

piazza si dovesse tagliar la testa, il qual uso per conto del toro dura

tuttavia in essa città. Credevasi dalla plebe ciò istituito per denotare

che si tagliava il capo al suddetto arcivescovo e a dodici de' suoi

canonici; ma i saggi sapeano che pel solo fine suddetto si facea quello

spettacolo.

Era in questi tempi straziato l'infelice popolo milanese dai ministri

tedeschi, che tutti aveano nell'ossa il morbo dell'avarizia. Tanta era

la parte che il loro vice-governatore Pietro di Cunin esigeva dalle

rendite de' poderi[2113], che quasi nulla ne restava ai miseri padroni e

ai loro rustici. Oltre di che, da que' poderi che aveano i Milanesi sul

Lodigiano e Cremasco, nel Seprio, nella Martesana e in altri luoghi,

nulla poteano ricavare. Tutto sel divorano gli uffiziali

dell'imperadore. Fabbricarono costoro nel borgo di Noseta una gran torre

per far quivi la zecca, e guardarvi il danaro dell'imperatore. Ad un

magnifico palagio ancora per servigio d'esso Augusto fu dato principio

in Monza; e tutto il dì erano in volta gli strapazzati contadini colle

lor carra e buoi per condurre i materiali. Altrettanto si facea per la

fabbrica del castello di Landriano, e di un palazzo a Vigiantino. Per

queste e per altre doglianze della gente, il vescovo di Liegi richiamò

il Cunin, e mandò al governo un Federigo cherico, appellato mastro delle

scuole: che così era chiamata una dignità nelle cattedrali. La sperienza

mostrò che costui avea l'unghie anche più arrampinate che quelle del

precedente ministro. Arrivò poi a Lodi nel dì 29 d'agosto, di ritorno

dalla Germania l'imperador _Federigo_ coll'augusta sua consorte

_Beatrice_[2114] e con gran comitiva di baroni. Da lì a quattro giorni

vi giunse ancora l'antipapa, il quale nel dì 4 di novembre fece la

traslazione del corpo di san Bassiano da Lodi vecchio a Lodi nuovo. Lo

stesso Ottaviano, ed anche l'imperadore col patriarca d'Aquileia e

coll'abbate di Clugnì, ed altri vescovi ed arcivescovi portarono sulle

loro spalle la sacra cassa. Nel dì 16 d'esso mese essendosi trasferito a

Pavia esso Federigo, allora fu che i Pavesi fecero tante istanze,

avvalorate dal rinforzo di una buona somma di danaro, che ottennero di

potere smantellar le mura di Tortona, con rappresentare riedificata

quella città in obbrobrio dell'imperadore e di Pavia. Corsero dunque

all'esecuzion del decreto; nè contenti d'aver diroccato il muro, vi

distrussero ancora con fretta incredibile tutte le case, riducendo

quella sventurata città in un monte di pietre. Un alto di clemenza

esercitò poco appresso l'imperadore coi Milanesi, perchè rimise in

libertà i quattrocento loro ostaggi. Passando poi egli da Pavia a Monza

nel dì 5 di dicembre, il popolo milanese, confinato in uno dei borghi

nuovi, maschi e femmine gli andarono incontro sulla via. Era di notte, e

forte piovea. Prostrati a terra in mezzo al fango, gridavano

misericordia; e Federigo lasciò ivi _Rinaldo_ arcivescovo eletto di

Colonia, acciocchè gli ascoltasse. Questi ordinò che alcuni d'essi nel

dì seguente andassero a Monza, dove darebbe loro udienza. Fece anche

venir colà dodici di cadaun borgo, e udito che richiedevano la

restituzion de' loro poderi più colle lagrime che colla voce, dimandò,

cosa offerissero all'imperadore per ricuperarli. Si scusarono essi per

la somma loro povertà e per le tante miserie: il che fece montar in

collera l'iniquo arcivescovo, e intimar loro di pagare per tutto gennaio

prossimo venturo una somma di danaro, e bisognò sborsarla. Nel

precedente anno aveano i Pisani inviata un'ambasceria all'imperador

Federigo[2115], che ne mostrò molto piacere, e fece di molte carezze ai

loro ambasciatori. Nell'anno presente poi investì egli di tutte le

regalie quel popolo, che si obbligò di armare sessanta galee in aiuto

del medesimo Augusto per la guerra che si andava meditando contro il re

di Sicilia. Ma questo lor palese attaccamento a Federigo fu cagione che

non si poterono accordare coll'imperador de' Greci _Manuello Comneno_,

pretendente ch'essi rinunziassero all'amicizia di Federigo: al che mai

non vollero acconsentire. Ma peggio loro avvenne negli Stati del re di

Sicilia, perchè considerandoli il re Guglielmo come nemici della sua

corona, benchè avesse pace con loro, pure all'improvviso fece prendere

quanti Pisani si trovarono nelle sue contrade, ed occupar tutte le loro

mercatanzie. Corse un gran pericolo in quest'anno esso re Guglielmo in

Palermo[2116]. Folto era il numero de' prigionieri di Stato in quelle

carceri. Ebbero costoro maniera di uscire, ed usciti assalirono il

palazzo regale con disegno e gran voglia di trucidare il re. Fecero così

bene il loro uffizio le guardie, che andò fallito il colpo, e restarono

i più d'essi tagliati a pezzi.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 179 / 277 题