NOTE:

[2085] Gerhous Reicherspergens., de investigand. Anticar., lib. 1.

[2086] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Italic.

[2087] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.

[2088] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.

[2089] Hugo Falcandus, Histor.

[2090] Romuald. Salernit., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.

[2091] Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.

[2092] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCLXII. Indizione X.

ALESSANDRO III papa 4.

FEDERIGO I re 11, imperad. 8.

Famosissimo divenne quest'anno, perchè in esso finalmente venne fatto

all'imperador Federigo di vedere a' suoi piedi il popolo di Milano, e di

potere sfogare contra della loro città il suo barbarico sdegno[2093]. Il

guasto dato a tutti i contorni di Milano avea privato di viveri quel

valoroso popolo, nè restava speranza nè maniera di cavarne dai vicini,

perchè tutti all'incontro erano lor nemici e collegati per rovina di

quell'illustre città. La sola città di Piacenza avrebbe potuto o voluto

soccorrere; ma n'era impedita dall'armi di Federigo, acquartierato

apposta a Lodi, che facea battere le strade, e tagliar crudelmente la

mano destra a chiunque era colto portante vettovaglia a Milano. Però si

cominciò stranamente a penuriare in essa città, e alla penuria tenne

dietro una grave discordia tra i cittadini, cioè tra i padri e i

figliuoli, i mariti e le mogli e i fratelli, gridando alcuni che s'aveva

a rendere la città, ed altri sostenendo che no: laonde accadevano

continue risse fra loro[2094]. Si aggiunse che i principali formarono

una segreta congiura di dar fine a tanti guai, in guisa che prevalse il

sentimento accompagnato da minaccie di chi proponeva la resa, e fu preso

il partito d'inviare a trattar di pace. Iti gli ambasciatori a Lodi,

proposero di spianare per onor dell'imperadore in sei luoghi le mura e

le fosse delle città. Federigo col parere de' suoi principi, e de'

Pavesi, Cremonesi, Comaschi ed altri popoli nemici di Milano, stette

fisso in volerli a sua discrezione senza patto alcuno. Durissima parve

tal condizione, ma il timore di peggio indusse i Milanesi ad accomodarsi

al fierissimo rovescio della lor fortuna. Pertanto nel primo giorno di

marzo vennero a Lodi i consoli di Milano, cioè Ottone Visconte, Amizone

da porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto, con altri; e

colle spade nude in mano, siccome nobili, giurarono di fare quello che

piacesse all'imperadore, e che lo stesso giuramento si presterebbe da

tutto il loro popolo. Nella seguente mattina comparvero trecento soldati

a cavallo milanesi, che rassegnarono a Federigo le lor bandiere, e

insieme le chiavi della città. Nel martedì vennero circa mille fanti da

Milano col carroccio, che giurarono come i precedenti. Volle Federigo

quattrocento ostaggi, e spedì sei Tedeschi e sei Lombardi, fra i quali

fu Acerbo Morena, allora podestà di Lodi, continuatore della storia

cominciata da Ottone suo padre, acciocchè esigessero il giuramento di

totale ubbidienza da tutto il popolo milanese. Andò l'imperadore a Pavia

con tutta la corte, e nel dì 19 d'esso mese di marzo mandò ordine ai

consoli milanesi[2095] che in termine di otto giorni tutti i cittadini

maschi e femmine evacuassero la città con quel che poteano portar seco.

Spettacolo sommamente lagrimevole fu nel dì 25 il vedere lo sfortunato

popolo piangente abbandonar la cara patria co' piccoli lor figliuoli,

cogl'infermi e coi lor fardelli, portando quel poco che poterono, e

lasciando il resto in preda agli stranieri. Alcuni giorni prima, cioè

nel dì 18, se n'era già partito l'_arcivescovo Oberto_ coll'arciprete

Milone, Galdino arcidiacono ed Alchisio cimeliarca, ed ito per trovar

_papa Alessandro_ che tuttavia dimorava in Genova. Chi potè, se ne andò

a Pavia, a Lodi, a Bergamo, a Como, e ad altre città; ma l'infelice

plebe si fermò fuori della città ne' monisteri di san Vincenzo, di san

Celso, di san Dionisio e di san Vittore, sperando pure che non fosse

estinta affatto nel cuore dell'imperadore la clemenza, e ch'egli,

soddisfatto dell'ubbidienza, permetterebbe il ritorno alle lor case. Non

poteva essere più vana una sì fatta lusinga. Comparve nel dì seguente

Federigo accompagnato da tutti i suoi principi e soldati, e da'

Cremonesi, Pavesi, Novaresi, Lodigiani e Cremaschi, e da quei del Seprio

e della Martesana; ed, entrato in Milano, l'abbandonò all'avidità

militare. Nel sacco neppure alcun riguardo s'ebbe alle chiese. Furono

asportati i lor tesori, i sacri arredi e le reliquie. Ed allora dicono,

che trovati i corpi creduti dei tre re magi, e donati a _Rinaldo_

arcicancelliere ed arcivescovo eletto di Colonia, furono portati alla di

lui città, dove di presente la popolar credenza li venera. Scrissero

alcuni che anche i corpi dei santi Gervasio e Protasio furono portati a

Brisacco; ma il Puricelli e il signor Sassi, bibliotecario

dell'Ambrosiana, hanno già convinta di falso una tale opinione. Sire

Raul, autore di questi tempi, scrive seguito solamente nell'anno 1164

questo pio ladroneccio.

Poscia uscì della bocca imperiale il crudele editto pella total

distruzione della città di Milano. Se fosse vero ciò che racconta

Romoaldo arcivescovo in questi tempi di Salerno[2096], Federigo nella

concordia avea promesso _civitatem integram, et cives cum rebus suis

permanere illaesos_; poi mancò alla parola. Ma non s'accorda questa

particolarità con quanto ne scrivono il Morena e Sire Raul, storici più

informati di questi fatti. Furono deputati i Cremonesi ad atterrare il

sestiere di porta Romana, i Lodigiani a quel di porta Renza, i Pavesi a

quel di porta Ticinese, i Novaresi a quel di porta Vercellina, i

Comaschi a quel di porta Comacina, e il popolo del Seprio e della

Martesana a quello di porta Nuova. L'odio e lo spirito della vendetta

animò sì forte questi popoli, che si diedero un'incredibil fretta alla

rovina dell'infelice città. Gran somma di danaro aveano anche sborsato a

Federigo per ottenerne la permissione. Il fuoco attaccato alle case ne

distrusse buona parte; il resto fu diroccato a forza di martelli e

picconi, ed anche in pochi giorni si vide smantellata la maggior parte

delle mura. Pare che Acerbo Morena si contraddica, perchè, dopo avere

scritto, che _usque ad dominicam Olivarum tot de moenibus civitatis

consternaverunt, quod ab initio a nemine credebatur in duobus mensibus

posse dissipari, soggiugne appresso, che remansit tamen fere totus murus

civitatem circumdans (forse manca dissipatus), qui adeo bonis et magnis

lapidibus confectus fuerat, et quasi centum turribus decoratus, quod, ut

existimo, numquam tam bonus fuit visus in Italia_. Certo è da credere

che, se non prima, lo dirupassero almeno dopo la domenica dell'ulivo,

perchè lasciando in piedi un sì forte muro, nulla avrebbono fatto. E

Sire Raul scrive che Federigo _destruxit domos, et turres, et murum

civitatis_. Così ha l'Abbate Urspergense[2097], Elmoldo, Gotifredo

monaco ed altri. Il campanile della metropolitana, mirabile a vedere per

la sua vaghezza ed incredibil altezza, venne per comandamento

dell'imperadore abbassato. Ma rovesciato sopra la chiesa, ne atterrò la

maggior parte. La fama accrebbe poi questa calamità di Milano, essendo

giunti alcuni a scrivere[2098] che Federigo vi fece condurre sopra

l'aratro, e la seminò di sale: tutte fandonie. Per attestato di

Duodechino[2099] _populus expulsus fuit; murus in circuitu dejectus;

aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae. Reservatis

tantummodo matrice Ecclesia, et quibusdam aliis_, scrive Roberto dal

Monte[2100]. Ordine ancora fu dato che mai più non si potesse

rifabbricare, nè abitar quella nobilissima città, a spianar le cui fosse

concorse quasi tutta la Lombardia. Io qui niuna menzione farò delle

favole della Cronica de' conti di Anghiera, mentovate ancora da Galvano

Fiamma[2101], perchè il confutarle sarebbe tempo mal impiegato. Nella

domenica delle Palme assistè Federigo Augusto ai divini uffizii nella

basilica di santo Ambrosio[2102] fuori della desolata città milanese, e

prese l'ulivo benedetto; e nello stesso giorno s'inviò a Pavia. Celebrò

egli in essa città la santa Pasqua, col concorso della maggior parte dei

vescovi, marchesi, conti ed altri baroni d'Italia. Alla messa e dopo la

messa, ad un lauto convito, a cui s'assisero i suddetti principi, e i

vescovi colla mitra, e i consoli delle città, si fece vedere colla

corona in capo, insieme coll'Augusta Beatrice, giacchè due anni innanzi

avea fatto proponimento di non portar più corona, se prima non

soggiogava il popolo di Milano. Grande fu allora il giubilo e il plauso

del popolo di Pavia per le fortune dell'imperadore; e gli scrittori

tedeschi si sciolgono in sonori elogi del suo gran valore e della sua

costanza, per aver sottomessa una sì riguardevol città. Ma resterebbe da

vedere se gloria vera s'abbia a riputare per un monarca cristiano il

portare l'eccidio ad un'intera insigne città, con distruggere e

seppellir tante belle fabbriche e memorie dell'antichità, che fino a'

tempi di Ausonio quivi si conservavano. Che in pena della ribellione si

dirocchino tutte le mura ed ogni fortificazione, ciò cammina; ma poi

tutto, chi può mai lodarlo, e non attribuirlo piuttosto ad un genio

barbarico? A mio credere, i buoni principi fabbricano le città, e i

cattivi le distruggono. Certo intanto è che la caduta e rovina di Milano

sparse il terrore per tutta l'Italia, ed ognuno tremava al nome di

Federigo Barbarossa. Però non è da stupire se i Bresciani spedirono

nella seconda domenica dopo Pasqua i loro consoli, accompagnati da molta

nobiltà, a Pavia, per sottomettersi ai di lui voleri. Fu accettata la

lor sommessione, con patto di dover demolire tutte le torri e mura della

lor città, di spianar le fosse, di ricevere un podestà dall'imperadore,

di pagar una buona somma di danaro, e di consegnare ad esso Augusto

tutte le rocche e fortezze del loro contado, e di militare con lui,

occorrendo, anche a Roma e in Puglia. Sapea ben Federigo nella buona

ventura mettere i piedi addosso a chiunque gli cadeva sotto le mani.

Vi restavano i soli Piacentini da mettere in dovere. Già si sapeva che

era giurato l'assedio della lor città. Ma conoscendo essi la necessità

di prevenir la tempesta, trattarono di pace, e colla mediazione di

_Corrado conte_ palatino del Reno, fratello dell'imperadore,

l'ottennero. Però i lor consoli colle spade nude si presentarono a

Federigo nel dì 11 di maggio, mentre egli era a San Salvatore fuori di

Pavia, e se gli sottomisero con promessa di pagargli sei mila marche

d'argento, di distruggere le mura e le fosse della lor città, di

ricevere un podestà, di restituir tutte le regalie, e di cedere tutte

quelle castella del lor territorio che volesse l'imperadore; il che era

poco men che perdere tutto l'essere di repubblica. Ciò fatto, mandò

Federigo per podestà de' Milanesi il vescovo di Liegi; a Brescia

Marquardo di Grumbac; a Piacenza Aginolfo, e poscia Arnaldo Barbavara; a

Ferrara il conte Corrado di Ballanuce; a Como maestro Pagano; e così ad

altre città. Per grazia speciale permise ai Cremonesi, Parmigiani,

Lodigiani ed altri popoli fedeli il governarsi co' proprii consoli.

Rapporta il Sigonio[2103] l'investitura data ai Cremonesi, molto

vantaggiosa per loro. Nel mese di giugno passò Federigo alla volta di

Bologna, che era tuttavia restia ai comandamenti di lui. Seguì parimente

accordo con quel popolo, obbligato anch'esso a diroccar le mura, a

guastar le fosse della città, a fare lo sborso di molta pecunia, e a

ricevere pel suo governo il cesareo podestà. Andò poscia ad Imola e

Faenza, e ad altri luoghi. In somma non vi restò città dell'Italia di

qua da Roma che non piegasse il collo sotto i piedi del formidabil

Augusto, a riserva della rocca di Garda, che occupata da Turisendo

veronese, e assediata quasi per un anno dal conte Marquardo e da'

Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani, lungo tempo si difese, e

finalmente si rendè con onesta capitolazione. Anche i Genovesi, chiamati

da Federigo a Pavia, per attestato di Caffaro[2104], vennero

all'ubbidienza, ed ottennero buoni patti, con ritener tutte le regalie,

perchè s'obbligarono di servire a Federigo nelle spedizioni ch'egli

meditava contro il re di Sicilia. Il privilegio conceduto da esso

imperadore ai Genovesi può leggersi nelle mie Antichità italiane[2105].

Affinchè restasse memoria della sua crudeltà contra de' Milanesi; quel

diploma si vede dato _Papiae apud sanctum Salvatorem in palatio

imperatoris post destructionem Mediolani, et deditionem Brixiae, et

Placentiae, V junii, anno dominicae Incarnationis MCLXII, Indictione X_.

Altri diplomi segnati in questa forma ci restano. Curiosa cosa è il

vedere con che generosità Federigo diede allora in feudo al popolo

genovese _siracusanam civitatem cum pertinentiis suis, et ducentas

quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, ec. et in unaquaque

civitate maritima, quae propitia divinitate a nobis capta fuerit, rugam

unam_ (una rua, una contrada) _eorum negotiatoribus convenientem cum

ecclesia, balneo, fundico, et furno_, con altre liberalità. Ma il

proverbio dice che il fare i conti sulla pelle dell'orso vivo non sempre

riesce.

Nella domenica di passione imbarcatosi di nuovo a Genova papa

_Alessandro III_[2106], di colà passò a Magalona in Francia, e poscia a

Mompellieri, dove mandò il re _Lodovico VII_ a visitarlo e a rendergli

l'onore dovuto. Nel giugno si inviò a Chiaramonte. Alle glorie

dell'Augusto Federigo mancava quella solamente di terminar la lite del

pontificato romano a voglia sua. Mostrando egli in apparenza grande zelo

per l'unione della Chiesa, subito che intese l'arrivo in Francia di papa

Alessandro, scrisse al re Lodovico, proponendo un abboccamento con lui

per dar fine a questo importantissimo affare; e che a San Giovanni di

Laune, oppure a Besanzone si tenesse un concilio, dove si presentassero

i due contendenti, per esser ivi esaminate le ragioni d'ambedue le

parti. Covava nondimeno l'astuto imperadore il pensiero di burlar non

meno l'odiato Alessandro che l'antipapa Ottaviano. _Apud se cogitavit_

(lo abbiamo dalla vita di papa Alessandro), _sicut homo hujus saeculi

prudentissimus, sagax, et callidus, qualiter posset Alexandrum, et

idolum suum judicio universalis Ecclesiae pariter dejicere, atque

personam tertiam in romanum pontificem ordinare_. Trovaronsi insieme

papa Alessandro e il re Lodovico a Souvignì, e il re, principe che non

andava molto alla malizia, volle persuadere al papa di venir al

progettato congresso; ma Alessandro tenne il piè fermo, allegando che

non conveniva alla dignità della Sede apostolica il sottoporsi a quel

giudizio; e che giusto motivo avea di sospettar artifizii e superchierie

dalla parte di Federigo, che già era apposta passato in Borgogna. Di

grandi negoziati si fecero dipoi; ma volle Dio che scoperti in fine i

raggiri d'esso imperadore, il re di Francia si ritirasse dal contratto

impegno: perlochè fu quasi per nascere rottura di guerra fra que' due

monarchi, se non fosse accorso in aiuto del re Lodovico il re

d'Inghilterra: il che mise freno a Federigo, che oramai si credea di

potere dar legge a tutti, e pretendea che ai soli vescovi del suo

imperio appartenesse il giudicar dell'elezione del romano pontefice. In

somma esso Augusto, mal contento di tanti maneggi inutilmente fatti, fu

forzato dalla mancanza de' viveri a tornarsene coll'esercito in

Germania; e l'antipapa, veggendosi mal ricevuto in quelle parti, se ne

tornò in Italia. Rimandò poco dappoi Federigo in Italia l'eletto

arcivescovo di Colonia _Rinaldo_, principal arnese, ma arnese pessimo

della sua corte[2107], che fatto un viaggio per la Lombardia, Romagna,

marca di Verona e Toscana, si studiò di assodar tutte le città e

principi nell'ossequio verso l'imperadore. Intanto il miserabil popolo

di Milano[2108] escluso dalla sua patria, senza tetto dove ricoverarsi,

fu ripartito dal vescovo di Liegi in quattro siti, alcune miglia lungi

dalla città, con permissione di fabbricar ivi de' borghi per loro

alloggio. Tornò in Germania quel vescovo, e lasciò al governo d'esso

popolo Pietro di Cunin, che cominciò a far delle estorsioni in varie

maniere. Terminò in quest'anno il re di Sicilia la guerra di

Puglia[2109] colla presa di Taverna e di Monte Arcano; e, passato a

Salerno, senza volervi entrare, s'accampò sotto quella città. Era

inviperito contra di quel popolo, perchè esso dianzi avea consentito

alla congiura che divampò contro di lui. Pretese il re una gran somma di

danaro da que' cittadini; nè potendo eglino colla puntualità ricercata

soddisfare al pagamento, con questo pretesto minacciò Guglielmo l'ultimo

eccidio alla città. Ed era disposto ad eseguir la parola, quando sul bel

mezzo giorno e a ciel sereno, insorto un impetuoso turbine, seguitato

poi da una furiosa pioggia, schiantò quasi tutte le tende, e

specialmente la regale, in maniera che Guglielmo, il quale allora

dormiva, corse pericolo di riportarne gran danno. Se ne fuggì egli in

una picciola tenda che era rimasta in piedi, con raccomandarsi a san

Matteo apostolo, il cui corpo si pretende conservato in quella città. Fu

questo in fatti creduto un miracoloso ripiego del santo Apostolo, per

liberar da quel rischio il suo popolo; e però impaurito il re, nel dì

seguente sciolse le vele verso Palermo, nè altro male fece a quella

magnifica città. Insorse in quest'anno discordia fra i Pisani e i

Genovesi nella città di Costantinopoli. Avendo prevaluto i primi,

diedero il sacco al fondaco dei Genovesi, con asportarne il valore di

trenta mila perperi[2110]. Portatene le querele a Genova, il popolo in

furia spedì a Pisa, chiedendo soddisfazione, altrimenti intimavano la

guerra. Non essendo venuta alcuna buona risposta, i Genovesi con dodici

galere volarono a Porto Pisano a farne vendetta. Vi distrussero la torre

del porto, e presero molte navi coll'avere e cogli uomini. Accadde che

arrivò a Pisa il suddetto Rinaldo arcicancelliere ed arcivescovo eletto

in Colonia, che, informato di questa briga, mandò tosto a Genova ordine

che cessassero le offese, ed ottenne la liberazion de' prigioni. Ma

avendo dipoi i Pisani presi due legni dei Genovesi, si riaccese la

guerra che era per andare innanzi, se, interpostosi di nuovo

l'arcicancelliere, non avesse rimessa all'imperadore, che era a Torino,

la cognizion di questa controversia. Stabilì esso Augusto dipoi una

tregua fra loro. Di una tal discordia parlano gli Annali pisani all'anno

seguente.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 178 / 277 题