NOTE:

[2065] Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 15.

[2066] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[2067] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Italic.

[2068] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[2069] Radevicus, lib. 2. cap. 21. Otto Morena, Histor. Laudens., tom. 6

Rer. Ital. Sire Raul.

[2070] Antiquit. Ital., Dissert. XIII, pag. 711.

[2071] Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.

[2072] Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 38.

[2073] Otto Morena, Hist. Laudens.

[2074] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer.

Ital.

[2075] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCLX. Indizione VIII.

ALESSANDRO III papa 2.

FEDERIGO I re 9, imperad. 6.

Continuarono i Cremaschi assediati a fare una valida difesa contra

dell'esercito imperiale, ma essendo fuggito da essi nel campo nemico il

loro principal ingegnere[2076], e non potendo più reggere a tante

vigilie e stenti, ricorsero a _Pellegrino patriarca_ d'Aquileia e ad

_Arrigo il Leone_ duca di Baviera, pregandoli di trattar della resa

coll'Augusto Federigo. Non altro poterono ottenere, se non che fosse

permesso ai Milanesi e Bresciani, che quivi erano, di uscire senz'armi,

e che i Cremaschi godessero anch'eglino licenza di uscire con quel che

poteano portare addosso. Accettata la dura condizione, tutto

quell'infelice popolo colla testa china e colle lagrime sugli occhi,

detto l'ultimo addio alla patria, uscì nel giorno 27 di gennaio[2077],

chi portando in vece di mobili sulle spalle i teneri figliuolini, chi la

moglie, o il marito febbricitante, con ispettacolo grande della miseria

umana, e insieme dell'amore e della fede. Fu poi la misera terra

saccheggiata, incendiata e da' fondamenti distrutta dagl'irati

Cremonesi. Terminata questa tragedia, il duca _Guelfo VI_ se ne tornò in

Toscana; tenne un gran parlamento nella terra di San Genesio, dove diede

colla bandiera l'investitura di sette contadi ai conti rurali di quelle

contrade; alle altre città e castella concedette quel che era di dovere,

ed anche ricuperò le rendite a lui dovute. Fu con tutta onorevolezza

ricevuto dai popoli di Pisa, Lucca ed altre città. Diede lo stesso

ordine al ducato di Spoleti; e giacchè avea risoluto di visitare i suoi

Stati di Germania, lasciò al governo di quei d'Italia _Guelfo VII_ suo

figliuolo, il quale si comperò l'amore di tutti per la sua rettitudine e

buone maniere; ma specialmente perchè occorrendo facea testa alle genti

dell'imperadore, che voleano danneggiar quel paese; perlochè talvolta

ancora se ne dichiarò offeso lo stesso Federigo. Ciò è da notare per

disporsi ad intendere l'origine dei Guelfi e Ghibellini, cioè di quelle

fazioni funestissime che a suo tempo (siccome andremo vedendo) formarono

un terribil incendio in Italia. Se n'andò poscia l'imperadore Federigo a

Pavia, ricevuto ivi come in trionfo, e cominciò a trattar dello scisma.

Aveano già i cardinali dell'una parte e dell'altra nel precedente anno

inviate lettere circolari riferite, da Radevico[2078], per avvisare i

fedeli delle ragioni che loro assistevano. Quei dell'antipapa dicevano

d'essere nove cardinali di quel partito, e quattordici quei

d'Alessandro. Questi, all'incontro, asserivano che due soli elessero

Ottaviano. Quel che è più strano, protestavano quei di Alessandro che

l'elezione di lui s'era fatta col consenso del clero e popolo romano; e

pure quei di Ottaviano sostenevano anch'essi che egli era stato alzato

alla cattedra _electione universi cleri, assensu etiam totius fere

senatus, et omnium capitaneorum, baronum, nobilium, tam infra urbem,

quam extra urbem habitantium_. Perchè Ottaviano avea guadagnato gente a

forza di danaro, doveano i suoi parlar così. Ora Federigo, mostrandosi

zelante della union della Chiesa, pubblicò lettere circolari con

esprimere di aver intimato un gran parlamento e concilio da tenersi in

Pavia per l'ottava dell'Epifania dell'anno presente, a cui invitava

tutti i vescovi ed abbati d'Italia, Germania, Francia, Inghilterra,

Spagna ed Ungheria, per decidere, secondo il loro parere, l'insorta

controversia del romano pontificato. Ne scrisse anche a papa Alessandro,

chiamandolo solamente _Rolando cancelliere_, e comandandogli da parte di

Dio e della Chiesa cattolica di venire a quel parlamento, per udir la

sentenza che proferirebbono gli ecclesiastici. Giusto motivo ebbe il

pontefice Alessandro di non accettar questo invito[2079], fattogli da

chi parlava non come avvocato e difensor della Chiesa, ma come giudice

superiore e padrone, e quasi peggio di Teoderico re de' Goti; e

massimamente trattandosi di luogo sospetto, e sapendo che già Federigo

era dichiarato in favor dell'antipapa. Però ai vescovi di Praga e di

Verda, che aveano portata ad Anagni la lettera di Federigo, fu data

risposta, essere contro i canoni che l'imperadore senza consenso del

papa convocasse un concilio; nè convenire alla dignità del romano

pontefice l'andare alla corte dell'imperadore, e l'aspettar da esso lui

la sentenza. Non così fece l'antipapa Ottaviano. Furono a trovarlo i due

vescovi, l'adorarono, cioè l'inchinarono qual vero papa, ed egli ben

volentieri sen venne a Pavia. Seco portò l'attestato de' canonici di san

Pietro, di vari abbati e del clero di molte parrocchie di Roma, tutti a

sè favorevoli.

Questo, unito al non essere comparso colà papa Alessandro III, e fatto

credere ch'egli fosse congiurato coi nemici dell'imperio, bastò perchè

que' vescovi ed arcivescovi, parte per adulazione, parte per paura,

dichiarassero, nel dì 11 di febbraio, vero papa Ottaviano, e

condannassero e scomunicassero come usurpatore Alessandro. Rendè poscia

Federigo a questo idolo tutti gli onori, con tenergli la staffa e

baciargli i fetenti piedi. All'incontro papa Alessandro, udito ch'ebbe

il risultato del conciliabolo di Pavia, nel giovedì santo, mentre

celebrava i divini uffizii nella città di Anagni, pubblicamente

scomunicò l'imperador Federigo, e rinnovò le censure contra

dell'antipapa e di tutti i suoi aderenti. Furono anche scritte varie

lettere per mostrare l'insussistenza ed irregolarità di quanto era stato

conchiuso per politica in Pavia. Poscia inviò Alessandro varii cardinali

per suoi legati in Francia, Inghilterra, Ungheria e a Costantinopoli. In

essi regni, siccome ancora in Ispagna, Sicilia e Gerusalemme, fu egli

dipoi accettato e venerato come legittimo successore nella sedia di san

Pietro. Abbiamo inoltre da Sire Raul[2080] che _Giovanni cardinale_

nativo di Anagni, legato di esso papa Alessandro, _tertio kalendas

martii_, trovandosi in Milano nella chiesa metropolitana insieme

coll'arcivescovo di quella città _Oberto_, dichiarò scomunicato

_Ottaviano_ antipapa e _Federigo_ imperadore. Poscia nel dì 12 di marzo

ferì colle censure i vescovi di Mantova e di Lodi, il marchese di

Monferrato, il conte di Biandrate, e i consoli di Cremona, Pavia,

Novara, Vercelli, Lodi, e del Seprio e della Martesana. Oltre a ciò, nel

dì 28 di marzo scomunicò Lodovico, che stava nella fortezza di

Baradello, cinque miglia lungi da Como. Intanto papa Alessandro, per

attestato di Giovanni da Ceccano, _acquisivit totam Campaniam, et misit

in suo jure_[2081]. Perchè tuttavia bolliva la guerra fra l'imperador

Federigo e i Milanesi, il primo aiutato da' Pavesi, Cremonesi, Novaresi,

Lodigiani e Comaschi, i secondi da' Bresciani e Piacentini[2082],

succederono in quest'anno non poche azioni militari. Più d'una volta

passarono i Milanesi ai danni de' Lodigiani, ed anche all'assedio di

quella città; ma o furono respinti, o per timore de' Cremonesi si

ritirarono. Federigo ancora diede il sacco ad alcune parti del distretto

di Milano, e vi smantellò qualche luogo. Formarono i Milanesi,

coll'aiuto dei Bresciani, l'assedio del castello di Carcano. Vi accorse

Federigo colle genti di Pavia, Novara, Vercelli, Como, e di altri

luoghi, col marchese di Monferrato e col conte di Biandrate. Avendo egli

impedito il trasporto delle vettovaglie ai Milanesi, costretti furono

questi nella vigilia di san Lorenzo, cioè nel dì 9 di agosto, a venire

ad un fatto d'armi. All'ala comandata dallo stesso imperadore riuscì di

sbaragliar le opposte schiere, di giugnere fino al carroccio de'

Milanesi, che fu messo in pezzi, uccisi i buoi che lo menavano, e presa

la croce indorata che era sull'antenna colla bandiera del comune. Per lo

contrario, il nerbo maggiore della cavalleria milanese e bresciana mise

in rotta l'altra ala, composta principalmente di Novaresi e Comaschi; ne

perseguitò una parte sino a Montorfano, e il marchese di Monferrato sino

ad Anghiera. Tornarono dipoi queste vittoriose squadre al campo, dove

era restato l'imperadore con poca gente. S'immaginava egli di avere

riportata la vittoria. Ma avvertito del pericolo in cui si trovava,

perchè già i Milanesi e i Bresciani erano per venire ad un secondo

conflitto, non tardò a decampare con lasciar indietro molti padiglioni e

prigioni. Spogliarono i Milanesi co' Bresciani il campo e benchè tardi

dessero alla coda de' fuggitivi, pure non fu poca la preda che fecero, e

i prigioni che guadagnarono. Nel giorno seguente, festa di san Lorenzo,

veniva la cavalleria e fanteria de' Cremonesi e Lodigiani per unirsi

all'armata dell'imperadore, senza sapere quanto fosse avvenuto nel

giorno addietro. Mentre erano fra Cantù e Monte Baradello, i Milanesi e

i Bresciani informati del loro arrivo, furono loro addosso, e gli

sconfissero, facendone molti prigioni, col cambio dei quali ricuperarono

i lor proprii, ed anche gli ostaggi che restavano in mano di Federigo.

Continuarono i Milanesi anche per otto dì l'assedio di Carcano; ma

perchè fu bruciato il lor castello di legno, nel dì 19 d'agosto se ne

tornarono a Milano. Raccontano Ottone Morena e Sire Raul un terribile

incendio che nel dì di san Bartolommeo devastò più della terza parte

d'essa città di Milano, con essersi dilatato per varii quartieri, ed

aver consumata, oltre ad infiniti mobili, gran quantità di vettovaglie.

Mandarono i Milanesi cento cavalieri a Crema, la qual di nuovo cominciò

ad alzare la testa e ad essere riabitata. Lo stesso arcivescovo _Oberto_

con altrettanti cavalieri s'andò a postare in Varese. Intanto Federigo

passò a Pavia; e perchè si trovava assai smilzo di gente, obbligò i

vescovi di Novara, Vercelli e d'Asti, e i marchesi di Monferrato, del

Bosco e del Guasto, ed _Obizzo marchese_ Malaspina, ed altri principi, a

somministrargli de' balestrieri ed arcieri per sua guardia in quella

città sino a Pasqua grande dell'anno venturo. Ottone da San Biagio[2083]

parla poco esattamente di questi affari all'anno presente, e al suo s'ha

certamente da anteporre il racconto degli storici italiani.

Continuando il re di Marocco in questo anno l'assedio per mare e per

terra della città di Mahadia nelle coste d'Africa, dove il _re

Guglielmo_ teneva un copioso presidio[2084], spedì esso re di Sicilia

ordine alla sua flotta, già inviata per far diversione in Ispagna, di

portar soccorso all'assediata città. Consisteva essa flotta poco meno

che in cento sessanta galee, ed avrebbe questa potuto far di gran cose,

se non fosse stata comandata da Gaito Pietro, un degli eunuchi di

palazzo, cristiano di nome, saraceno di cuore. Atterrì l'arrivo suo

l'armata de' Mori, e gran festa se ne fece da' cristiani di Mahadia, che

si aspettavano di vederlo entrare in porto: quando eccoti Gaito Pietro

con somma maraviglia di tutti prender la fuga colla capitana, che fu ben

tosto seguitata dall'altre vele. Ciò veduto, i Mori, saltati in sessanta

loro galee inseguirono i fuggitivi, e presero sette galee siciliane.

Romoaldo Salernitano scrive che Gaito Pietro, data battaglia a quei

Mori, ne rimase sconfitto colla perdita di molti legni. Comunque sia, la

guarnigione cristiana, veggendo già svanita la speranza del soccorso,

trattò di rendersi; e benchè ottenesse di potere spedire a Palermo, e di

fatto spedisse colà a rappresentare il bisogno, pure per le cabale

segrete dell'ammiraglio Maione, niuno aiuto poterono ottenere: dal che

furono necessitati alla resa di sì importante città, colla condizione

d'essere ricondotti sani e salvi in Sicilia, e la parola fu lor

mantenuta. Intanto l'infingardaggine del re Guglielmo, che sì

vergognosamente si lasciava menar pel naso da Maione, e le iniquità

continue di costui fecero nascer voce che questo mal uomo tramasse di

occupare il regno colla morte del re, ed avesse anche tentato sopra ciò

_papa Alessandro_. Vera o falsa che fosse tal voce, servì essa ad

accrescere il numero dei malcontenti tanto in Sicilia, quanto in Puglia;

laonde si venne in fine a formare contra di costui una congiura,

specialmente da _Gionata_ conte di Conza, _Riccardo_ dall'Aquila conte

di Fondi, _Ruggieri_ conte di Acerra, _Giliberto_ conte di Gravina, e da

altri baroni di Puglia. Vi aderirono anche le città di Melfi e di

Salerno. Avvertitone Maione, spedì Matteo Bonello, uno de' principali

baroni della Sicilia, già destinato suo genero, in Calabria per tener

saldi que' popoli nella union colla corte. Ma ne avvenne tutto il

contrario. Tanto fu detto al Bonello intorno alla necessità di rimediare

ai disordini del regno, ch'egli stesso prese la risoluzione di divenire

il liberator della patria e del re tradito. Tornato dunque in Sicilia,

un dì che Maione era ito a visitar l'arcivescovo di Salerno infermo,

affrontatolo con varii armati nel ritorno, il trucidò. Fece scempio il

popolo del di lui cadavero, e diede il sacco alle case dei di lui

parenti ed amici. Svegliossi allora il re Guglielmo dal suo letargo, ed,

informato meglio degli affari, non pensò per allora a farne alcuna

vendetta, e si calmò ogni movimento de' popoli, con restar egli liberato

da un pessimo arnese, tuttochè gli dispiacesse non poco la maniera con

cui gli fu prestato questo servigio.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 176 / 277 题