[2046] Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 1, cap. 15.
[2047] Otto Morena, Histor. Laudens.
[2048] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2049] Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 26.
[2050] Otto Morena, Sire Raul.
[2051] Abbas Urspergens., in Chronico.
[2052] Rad., lib. 1, cap. 31.
[2053] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul, in
Histor.
[2054] Radev. Otto Moren.
[2055] Radev., de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 41.
[2056] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 4 Rer. Italic.
[2057] Abbas Urspergens., in Chron. Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6
Rer. Italic.
[2058] Commentar. de Corona Ferrea, tom. 2. Anecdot. Latin.
[2059] Otto Morena, in Histor. Laud., tom. 6 Rer. Italic.
[2060] Caffar., Annal. Genuens., lib. 1.
[2061] Anonymus Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano, in Chron.
Fossaenovae.
[2062] Nicetas, in Hist.
[2063] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2064] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLIX. Indizione VII.
ALESSANDRO III papa 1.
FEDERIGO I re 8, imperad. 5.
Insorsero sul principio di quest'anno principii di nuova discordia fra
papa _Adriano IV_ e L'Augusto _Federigo_. Radevico scrive[2065] che il
papa mendicava i pretesti per romperla, senza considerare se fossero
giuste o no le doglianze dello stesso pontefice. Lagnavasi Adriano dei
messi dell'imperadore, che con somma insolenza esigevano il fodro negli
Stati della Chiesa romana, e molto più perchè Federigo avesse coll'aspra
legge delle regalie non solamente aggravati i principi e le città
d'Italia, ma ancora i vescovi ed abbati. E intorno a ciò gli spedì una
lettera, che in apparenza parea amorevole, ma in sostanza era alquanto
risentita, per mezzo di una persona bassa, la quale appena l'ebbe
presentata, che se la colse. Essendo giovane allora Federigo,
l'alterigia si potea chiamare il suo primo mobile; però gli fumò forte
questa bravata. Accadde, che morto in questi giorni _Anselmo
arcivescovo_ di Ravenna, _Guido_ figliuolo del conte di Biandrate,
protetto dall'imperadore, fu eletto con voti concordi dal clero e popolo
di Ravenna per loro arcivescovo. Ma essendo egli cardinale suddiacono
della Chiesa romana, senza licenza speciale del papa non poteva passare
ad altra chiesa. Ne scrisse per questo l'imperadore ad Adriano, il quale
rispose con belle parole sì, ma senza volerlo compiacere. Sdegnato
Federigo, ordinò al suo cancelliere che da lì innanzi, scrivendo lettere
al papa, anteponesse il nome dell'imperadore, come si facea co' semplici
vescovi: rituale contrario all'uso di più secoli, e ingiurioso di troppo
alla santa Sede. Due lettere che rapporta il Baronio[2066] su questo
proposito, copiate dal Nauclero, l'una del papa all'imperadore, e
l'altra di Federigo al pontefice, a me sembrano fatture di qualche
ozioso dei secoli susseguenti, oppur finte allora da qualche sciocco
ingegno. In somma andavano crescendo i semi della discordia, e tanto più
perchè corse voce d'essere state intercette lettere del papa che
incitava di nuovo alla ribellione i Milanesi. Prese poi maggior fuoco la
contesa, perchè Adriano inviò a Federigo quattro cardinali, cioè
_Ottaviano_ prete del titolo di santa Cecilia, _Arrigo_ de' santi Nereo
ed Achilleo, _Guglielmo_ diacono e _Guido_ da Crema, anch'esso diacono
cardinale. Proposero questi varie pretensioni della corte romana, cioè
che l'imperadore non avesse a mandare suoi messi a Roma ad amministrar
giustizia, senza saputa del romano pontefice, perchè tutte le regalie e
i magistrati di Roma sono del papa. Che non si dovessero esigere fodro
dai beni patrimoniali della Chiesa romana, se non al tempo della
coronazione imperiale. Che i vescovi d'Italia avessero bensì da prestare
il giuramento di fedeltà all'imperadore, ma senza omaggio. Che i nunzii
dell'imperadore non alloggiassero per forza ne' palagi de' vescovi. Che
si avessero a restituire i poderi della Chiesa romana e i tributi di
Ferrara, Massa, Figheruolo, e di tutta la terra della contessa Matilda,
e di tutta quella che è da Acquapendente sino a Roma, e del ducato di
Spoleti, e della Corsica e Sardegna. Rispose Federigo che starebbe di
tali pretensioni al giudizio d'uomini saggi, al che i legati pontificii
non vollero acconsentire, per non sottomettere il pontefice all'altrui
giudizio. All'incontro pretendeva egli che Adriano avesse mancato alla
concordia stabilita, per cui era vietato il ricevere senza comune
consentimento ambasciatori greci, siciliani e romani; e che non fosse
permesso ai cardinali di andare per gli Stati imperiali senza permission
dell'imperadore, aggravando essi troppo le chiese; e che si mettesse
freno alle ingiuste appellazioni, con altre simili pretensioni e
querele. Non si trovò ripiego; e Federigo mostrò specialmente
dell'indignazione della prima proposizion dei legati, parendogli di
diventare un imperador dei Romani di solo nome e da scena, quando se gli
volessero levare ogni potere e dominio in Roma. Intanto assai informato
il senato romano di queste dissensioni, prese la palla al balzo per
rimettersi in grazia di Federigo, e gli spedì nunzii, che furono ben
ricevuti, con isprezzo e sfregio dell'autorità pontificia.
Ma da questi guai ed imbrogli del mondo venne la morte a liberare il
papa _Adriano IV_, il quale, se si ha da credere all'Abbate Urspergense
e a Sire Raul, avea giù conchiusa lega coi Milanesi, Piacentini e
Cremaschi contra di Federigo, meditando anche di fulminare contra di lui
la scomunica. Passò egli a miglior vita per infiammazion di gola nel
primo dì di settembre, mentre era alla villeggiatura d'Anagni, con
lasciar dopo di sè gran lode di pietà, di prudenza e di zelo, e molte
opere della sua pia e principesca liberalità. Ma da ben più gravi
malanni fu seguitata la morte sua. Nel dì 4 del mese suddetto, raunatisi
i vescovi e cardinali per dare un successore al defunto pontefice, dopo
tre giorni di scrutinio convennero nella persona di _Rolando_ da Siena,
prete cardinale del titolo di san Callisto, e cancelliere della santa
romana Chiesa[2067], che ripugnò forte, e prese in fine il nome di
_Alessandro III_. Univansi in questo personaggio le più eminenti virtù
morali, la dottrina e la sperienza del mondo, di maniera che tutti i
buoni il riguardarono tosto per un bel regalo fatto alla Chiesa di Dio;
ed anche san Bernardo, quando era in vita, ne avea conosciuto ed
esaltato il merito singolare. Ma l'ambizione del cardinal _Ottaviano_
quella fu che sconcertò così bella armonia, con dar principio e fomento
ad un detestabile scisma. V'ebbe segretamente mano anche Federigo, il
quale dacchè si mise in testa di aggirare ad un solo suo cenno tutta
l'Italia, conoscendo di qual importanza fosse l'avere amico e non nemico
il romano pontefice, si studiò di mettere sulla sedia di san Pietro una
persona a lui ben nota e confidente; e dovette preventivamente farne
maneggi non solamente allorchè Ottaviano fu alla sua corte, ma anche
allorchè i Romani nel precedente anno furono in sua grazia rimessi. Era
presente all'elezione suddetta esso Ottaviano cardinale di santa
Cecilia, di nazione Romano, ed ebbe anche pel pontificato due miseri
voti da _Giovanni_ cardinale di san Martino e da _Guido_ da Crema
cardinale di san Callisto. Costui invasato dalla voglia d'essere papa,
quando si vide deluso, strappò di dosso ad Alessandro il manto
pontificale, e sel mise egli furiosamente addosso; ma toltogli questo da
un senatore, se ne fece tosto portare un altro preparato da un suo
cappellano, e frettolosamente se ne coprì, ma al rovescio, mettendo al
collo ciò che dovea andare da piedi: il che dicono che eccitò le risa di
tutti, se pur vi fu chi potesse ridere a così orrida tragedia. Assunse
Ottaviano antipapa il nome di _Vittore IV_, e con guardie d'armati tenne
rinserrato il legittimo papa in un sito forte della basilica di san
Pietro insieme coi cardinali per molti giorni. Ma il popolo romano, non
potendo sofferire tanta iniquità, unito coi Frangipani rimise in libertà
Alessandro, il quale ritiratosi fuor di Roma con essi cardinali alla
terra di Ninfe, quivi fu consecrato papa dal vescovo d'Ostia nel dì 20
di settembre.
Attese intanto l'antipapa a guadagnar dei voti nel clero e popolo;
trasse dalla sua due vescovi, ed anche _Jomaro_ vescovo tuscolano, che
prima aveva eletto Alessandro, e da lui nel monistero di Farfa si fece
consecrare nella prima domenica di ottobre. Due altri cardinali si
veggono nominati per lui in una lettera rapportata dal cardinal
Baronio[2068]. Come prendesse questo affare l'imperador Federigo, si
accennerà fra poco, esigendo intanto il racconto che si parli prima di
una rotta fra lui e i Milanesi[2069]. Mandò egli nel gennaio del
presente anno a Milano _Rinaldo_ suo cancelliere, che fu poi arcivescovo
di Colonia, e _Ottone conte_ palatino di Baviera, per crear quivi un
podestà, ed abolire i consoli: rito che Federigo cominciò ad introdurre
nelle città italiane, molte delle quali per forza vi si accomodarono.
Erano esacerbati forte i Milanesi contra di questo imperadore, che
null'altro cercava tuttodì se non di abbatterli sempre più, e di mettere
loro addosso i piedi. Già gli avea spogliati del dominio di Como e di
Lodi nella capitolazione; poi contra la capitolazione avea smembrata dal
loro contado la nobil terra di Monza, e tutto il Seprio e la Martesana,
provincie da lungo tempo sottoposte a Milano. S'aggiunse quest'altra
pretensione, di non voler più che potessero eleggere i consoli; il che
era chiaramente contrario ai patti riferiti da Radevico, nei quali si
legge: _Venturi consules a populo eligantur, et ab ipso imperatore
confirmentur_. Diedero perciò nelle smanie i Milanesi, chiamando
Federigo mancator di parola, ed infuriati quasi misero le mani addosso
ai ministri imperiali, che si salvarono colla fuga. Il cancelliere
Rinaldo mai più loro non la perdonò. Similmente avea Federigo nello
stesso mese inviati i suoi messi a Crema, con intimare a quel popolo,
suddito o collegato de' Milanesi, che prima della festa della
Purificazion della Vergine avessero smantellate le mura e spianate le
fosse della lor terra. Ancor questo era contro ai patti; ma i Cremonesi,
per guadagnar questo punto, aveano promesso all'imperadore quindici mila
marche d'argento. A così inaspettata e dura proposizione i Cremaschi non
si poterono contenere; e dato all'armi, poco mancò che non trucidassero
i messi cesarei, i quali se ne scapparono a ragguagliar l'imperadore di
quanto era loro accaduto.
Federigo per allora dissimulò la sua collera. Ma nel dì 21 di marzo si
trovava egli in Luzzara, terra nel distretto di Reggio, dove confermò
tutti i suoi privilegii e diritti alla città di Mantova[2070]. Di là
venne a Bologna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 12 d'aprile. In
questo mentre i Milanesi, credendosi disobbligati dai patti, giacchè il
primo a romperli era stato Federigo, e considerando ch'egli amico non
macchinava se non la loro totale schiavitù e rovina, determinarono di
volerlo piuttosto nemico. Adunque nel sabbato dopo Pasqua andarono
coll'esercito loro all'assedio del castello di Trezzo, dove era un buon
presidio di Tedeschi. Talmente insisterono all'espugnazion di quel luogo
con un castello di legno, con petriere e continui assalti, che
v'entrarono vittoriosi. Fu dato il sacco, presa una gran somma di danaro
ivi riposta come in sicura fortezza da Federigo; fatti prigioni ed
inviati a Milano legati più di dugento Tedeschi con varii villani.
Poscia diroccarono da' fondamenti quel castello, se vogliam credere, a
Radevico; ma, siccome vedremo all'anno 1167, per testimonianza di Acerbo
Morena, quel castello tuttavia sussisteva. Romoaldo Salernitano
aggiugne[2071] che nella presa di Trezzo eglino liberarono ancora i loro
ostaggi ivi detenuti. Di questo non parla nè il Morena, nè Sire Raul, e
noi vedremo fra poco quando tali ostaggi furono ricuperati. Due volte
poscia dopo la Pentecoste tentarono i Milanesi di sorprendere la
nascente città di Lodi nuovo; ma usciti arditamente i Lodigiani, li
costrinsero ad una frettolosa ritirata, con far molti di loro prigioni.
Si mossero inoltre i Bresciani, collegati di nuovo co' Milanesi, contra
del territorio di Cremona: con loro danno nondimeno, perchè respinti dai
Cremonesi che ne uccisero o presero in circa quattrocento. Aggiugne
Radevico che i Milanesi inviarono anche un sicario per levar di vita
Federigo: il che non gli riuscì; ma poi sinceramente confessa d'aver
inteso che costui era un furioso, e che innocentemente fu ucciso. Dopo
avere l'Augusto Federigo, stando in Bologna fatto dichiarar nemici della
corona i Milanesi, anche prima dell'assedio da lor fatto di Trezzo, ed
anche senza citarli, attese a far la guerra al loro distretto. Intanto
avea spedito pressanti ordini in Germania per far venire con grande
sforzo di soldatesche l'Augusta sua consorte _Beatrice_, e _Arrigo il
Leone_ duca di Baviera e Sassonia suo cugino[2072]. In fatti calarono
essi, menando seco una possente armata. Di copiosi rinforzi ancora
condusse _Guelfo_ principe di Sardegna, duca di Spoleti, marchese di
Toscana e zio d'esso Arrigo. Si stende Radevico nelle lodi di questi due
insigni principi, che per brevità tralascio, ma meritano di esser lette
da chiunque ama l'onor dell'Italia, giacchè amendue traevano il lor
sangue dall'Italia, cioè dalla nobilissima casa d'Este. Allora fu che i
Cremonesi coll'offerta di undicimila talenti (forse marche d'argento)
indussero l'imperador Federigo all'assedio e alla distruzione di Crema,
contra della quale immenso era il loro odio[2073]. A dì 7 di luglio
impresero gli stessi Cremonesi l'assedio di quella terra, e colà dopo
otto giorni vi comparve ancora l'imperadore colla sua potentissima
armata, e si diede principio alle offese.
Confidato il popolo cremasco nelle buone mura e fortificazioni della lor
terra, rinforzato ancora da quattrocento fanti e da alquanta cavalleria
inviata da Milano, si accinse ad una gagliarda difesa. Venne poi
Federigo a Lodi, parte per far curare il male d'una sua gamba, e parte
per impedire ai Milanesi di portare soccorso alcuno a Crema. Di concerto
con lui i Pavesi entrarono nel distretto di Milano, mettendolo a sacco;
ma usciti i Milanesi, diedero loro addosso con farne molti prigioni:
quando eccoti, mentre ritornavano vittoriosi, sbucare il medesimo
imperadore da un'imboscata, che li mise in fuga; e non solamente
ricuperò i Pavesi, ma prese ben trecento cavalieri milanesi, mandati
poscia da lui nelle carceri di Lodi, e di là trasportati a Pavia.
Diffusamente descrive Ottone Morena il famoso assedio di Crema. A me
basterà di dire, che se i Tedeschi, Cremonesi e Pavesi intorno a quella
terra fecero di molte prodezze per vincerla, non minori furono quelle
degli assediati per difenderla. Le testuggini, le catapulte, i gatti, i
mangani o le petriere d'ogni sorta ebbero di gran faccende in tal
congiuntura. Più di dugento botti piene di terra portate alla fossa
diedero campo ad un altissimo castello di legno, fabbricato dai
Cremonesi per avvicinarsi alle mura. Ma i mangani dei Cremaschi
fulminavano grosse pietre, che lo misero in evidente pericolo di
rompersi. Allora cadde in mente a Federigo una diabolica invenzione,
cioè di far legare sopra esso castello gli ostaggi de' Cremaschi, ed
alcuni nobili milanesi prigioni, acciocchè, vinti dalla compassione de'
figliuoli o parenti, gli assediati cessassero dalla tempesta de' sassi.
Ma questi non perciò desisterono, e restaronvi uccisi nove di que'
nobili, ed altri storpii: il che indusse Federigo a ritirare i
sopravvivuti da quel macello. Ma accortisi i Milanesi e Cremaschi del
male fatto contra de' suoi, talmente s'inviperirono, che sulle mura e
sugli occhi dell'armata scannarono molti Tedeschi, Cremonesi e Lodigiani
loro prigioni. E perchè Federigo fece impiccar per la gola quelli di
Crema, i Cremaschi anch'essi praticarono la stessa crudeltà contro quei
dell'imperadore. Con tali orride scene procedette l'assedio fino al fine
dell'anno, senza che riuscisse agli assedianti di far punto rallentare
il valore di chi difendea quella terra. Restò morto in quelle baruffe
_Guarnieri marchese_ della marca di Camerino, ossia d'Ancona, venuto
colle sue genti alla chiamata dell'imperadore. Intanto _papa Alessandro_
era passato a Terracina, e stava osservando i portamenti di _Ottone
conte_ palatino e di _Guido conte_ di Biandrate, già spediti da Federigo
a Roma, vivente ancora papa Adriano IV[2074]. Davano questi buone parole
al pontefice; ma in fatti, per non dispiacere all'imperador lor padrone,
prestavano favore ed aiuto all'antipapa Ottaviano. Per parere anche dei
cardinali determinò papa Alessandro d'inviare i suoi nunzi all'Augusto
Federigo, per esporgli le sue buone ragioni, e chiarirsi delle di lui
intenzioni. Non fossero mai andati. Il trovarono all'assedio di Crema.
Non solamente ricusò egli di ricevere le lettere, ma volle, o finse di
voler fare impiccare chi le avea portate, se non si fossero opposti i
duchi _Arrigo il Leone_ e _Guelfo_ principi che sempre si fecero
conoscer divoti della santa Sede apostolica. Così restò deciso che
Federigo era tutto per l'antipapa, il quale appunto, perchè confidato
nella di lui protezione, aveva osato di usurpare il pontificato in
concorrenza di chi era stato sì canonicamente eletto papa. Ma il re
_Guglielmo_ non istette punto sospeso a riconoscere per vero papa
Alessandro, congiungendosi colla giustizia anche i motivi politici che
il facevano andar di accordo con chi non era amico dell'imperadore. In
quest'anno terminarono i Genovesi[2075] in quarantatrè giorni con
ammirabil fretta e lavoro le mura della loro città, ed era il giro
d'esse cinque mila e cinquecento piedi, con mille e settanta merli.
Federigo facea paura a tutti; e chiunque potea si premuniva.