NOTE:

[2041] Radevicus, de Gestis Frider. I, lib. 1, cap. 8.

[2042] Otto de Sancto Blasio, in Chron.

[2043] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Otto Morena, Histor. Laudens.

[2044] Anonymus Casinensis, in Chron. Johan. de Ceccano, in Chron.

Fossaenovae.

[2045] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.

Anno di CRISTO MCLVIII. Indizione VI.

ADRIANO IV papa 5.

FEDERIGO I re 7, imperad. 4.

L'anno fu questo in cui _Federigo imperadore_ determinò la seconda sua

venuta in Italia, per domare i Milanesi, Bresciani e Piacentini, ribelli

alla sua corona. A questo fine mise insieme un potentissimo esercito, e

ne fece la massa ne' contorni d'Augusta. Erano già tornati a Roma i due

cardinali legati, rimandati indietro dall'imperador Federigo[2046], ed

aveano riempiuta la corte pontificia di lamenti per l'affronto lor fatto

in Germania. Fu diviso il clero romano: l'una parte accusava di mala

condotta i legati, con dar ragione all'imperadore; e l'altra sosteneva

il loro operato. Sopra di ciò _papa Adriano_ scrisse una lettera agli

arcivescovi e vescovi di Germania, gravida bensì di lamenti per lo

strapazzo fatto ai suoi legati, ma con raccomandarsi che placassero e

mettessero in miglior sentiero l'imperadore. All'incontro quei prelati

gl'inviarono una risposta assai vigorosa in difesa della dignità

imperiale, rilevando sopra tutto l'insolenza di que' versi, e di quella

dipintura che dicono osservata nel palazzo lateranense, la quale dovea

per anche essere stata abolita, toccando anche gli abusi ed aggravii

introdotti nelle chiese della Germania dai ministri della curia romana.

Perciò il saggio pontefice, udendo che Federigo si preparava per tornare

coll'armi in Italia, giudicò meglio di smorzare il nato incendio con

inviare in Germania due altri legati più prudenti, cioè _Arrigo

cardinale_ de' santi Nereo ed Achilleo, e _Giacinto cardinale_ di santa

Maria della scuola greca, che per viaggio furono presi, spogliati e

posti in prigione da due conti del Tirolo. Furono poi rilasciati, ed

_Arrigo il Leone_ duca di Baviera e Sassonia fece poi un'esemplare

vendetta di que' nobili masnadieri. Trovarono questi legati Federigo ne'

contorni d'Augusta, ed ammessi all'udienza, gli parlarono con gran

riverenza, e presentarongli una lettera mansueta del papa. In essa egli

spiegava la parola _beneficium_, dichiarando di aver non mai preteso che

l'imperio fosse un feudo. Bastò questo a calmare l'ira di Federigo; ed

avendo egli poscia dato buon sesto ad alcune altre differenze che

passavano fra lui e la corte di Roma, fu ristabilita la pace, e i legati

contenti e nobilmente regalati se ne ritornarono a Roma. Avea già

l'Augusto Federigo spediti in Italia per precursori alla sua venuta

_Rinaldo_ suo cancelliere e _Ottone conte_ del palazzo. Questi verso la

Chiusa sull'Adige s'impadronirono del castello di Rivola, importante per

la sicurezza del passaggio dell'armata. Giunti a Cremona, quivi tennero

un gran parlamento, al quale intervennero gli arcivescovi di Milano e di

Ravenna, quindici vescovi, e molti marchesi, conti e consoli delle

città. Visitarono dipoi l'esarcato di Ravenna, e nell'andare alla volta

d'Ancona, scoprirono che i Greci, allora dominanti in quella città,

assoldavano gente sotto pretesto di volere far guerra a _Guglielmo re_

di Sicilia, ma infatti con disegno d'impadronirsi di altre città

marittime dell'Adriatico. A man larga spendevano costoro, e però vi

concorrea popolo da tutte le bande. I legati incontratisi nel cammino

con _Guglielmo Maltraverser_ (vuol dire Radevico _da Traversara_), il

più nobile dei Ravennati, gli fecero tal paura, che non pensò più a

trattar coi Greci. Arrivati poi nelle vicinanze d'Ancona con un

drappello d'armati, ne chiamarono fuori i ministri del greco Augusto, e

fecero loro una calda ripassata con varie minaccie, in guisa tale che i

medesimi stentarono ad iscusarsi. Dopo ciò, sen vennero que' legati a

riposare in Modena. Diviso in varii corpi l'immenso suo esercito,

Federigo parte ne inviò in Italia pel Friuli, parte pel Mongivì, altri

per Chiavenna e pel lago di Como. Calò egli stesso per la valle di

Trento col fiore dell'armata, seco conducendo _Uladislao duca_ di

Boemia, a cui poco prima avea conferito le insegne e il titolo di re,

_Federigo duca_ di Suevia, figliuolo del re Corrado, _Corrado duca_

palatino del Reno suo fratello, con varii arcivescovi, marchesi e conti.

La prima città, in cui sul principio del mese di luglio si scaricò

questo terribil nembo d'armati, fu Brescia. Benchè forte di mura, benchè

provveduta di gran copia di forti cittadini[2047], fece ben qualche

opposizione sulle prime al re di Boemia, che non tardò a devastare i

suoi contorni; ma giunto che fu l'imperadore in persona, e fermatosi

circa quindici giorni in quelle parti, con saccheggiare e bruciar molte

castella e ville, mandarono i Bresciani a trattare d'accordo, e con

dargli sessanta ostaggi e una grossa somma di danaro, si procacciarono

il perdono e la pace da Federigo. Se vogliamo prestar fede al racconto

dell'Urspergense[2048] pagò quel popolo _sessantamila marche d'argento_;

ma forse quel _sessanta_ cade sopra gli ostaggi, sembrando eccessiva una

tal somma, giacchè vedremo in breve quanto meno costò ai Milanesi il

loro accordo. Stando sul Bresciano pubblicò l'Augusto Federigo le leggi

militari riferite da Radevico[2049], ed intimata la guerra contra di

Milano, fu consigliato dai savii e dottori d'allora a citar prima quel

popolo, per poter proferire legittimamente la sentenza contra di loro.

Comparvero gli avvocati milanesi, sfoderarono leggi e paragrafi con

grande eloquenza; ma a nulla servì. Fecero esibizione di molto danaro

all'imperadore, si raccomandarono a quanti principi vi erano: tutto

indarno. Convenne loro tornarsene colle mani vote, e nel consiglio de'

più valenti giurisconsulti d'Italia, chiamati colà, fu proferita contra

de' Milanesi la sentenza, e tutti messi al bando dell'imperio.

Incamminossi dipoi la formidabil armata alla volta dell'Adda, per

passarlo[2050]. Non v'era che il ponte di Cassano per cui si potesse

transitare; ma dall'altra parte del ponte v'era un buon corpo di

Milanesi con assaissimi villani alla guardia: sicchè si credette

disperato il passaggio. Ma venendo il re di Boemia e Corrado duca di

Dalmazia all'ingiù dietro il fiume, parve loro di avere scoperto un bel

guado; e senza pensarvi più che tanto, spinsero i cavalli nell'acqua.

Molti se ne annegarono, ma molti ancora salirono felicemente all'altra

riva. Visti costoro di là dal fiume, e portatone l'avviso ai Milanesi

che custodivano l'altra testa del ponte: addio, buon pro a chi ebbe

migliori le gambe. Allora con tutto suo comodo passò l'imperadore colla

nobiltà per quel ponte. Passò anche parte dell'esercito; ma sul più

bello una parte d'esso ponte pel troppo peso si ruppe, e precipitarono

in acqua molti cavalieri e scudieri. Quei poscia che erano già passati,

incalzarono i fuggitivi milanesi, ne uccisero alquanti, e molti ne

fecero prigioni. Ingrandì poi la fama talmente questo passaggio, che

l'Abbate Urspergense[2051] spacciò essersi accampato Federigo _juxta

flumen Padum_, in vece di dir presso l'_Adda_; e che mancandogli barca

da passare, salito a cavallo di un trave, sostenuto di qua e di là da

alcune aste, con pochi passò di là, ed assaliti i nemici, li mise in

fuga. Dovea lo storico pesar meglio sì bizzarro avvenimento. Recato a

Milano questo inaspettato avviso, quando si credeva che il fiume Adda

avesse a fermare i passi dell'armata nemica, riempiè di spavento, di

lagrime e d'urli il popolo imbelle, e cominciò a fuggire una gran

quantità d'uomini e donne plebee, e fino gl'infermi si faceano portar

fuori di città. Assediò Federigo il castello di Trezzo, e l'ebbe in poco

tempo a patti di buona guerra. Passò di là su quel di Lodi, ed eccoti

comparire alla sua presenza una folla di poveri Lodigiani in abito

compassionevole colle croci in mano, chiedendo giustizia contra de'

Milanesi che gli aveano cacciati dalle lor case e tolti i loro beni. Era

pur troppo la verità. Nell'antecedente gennaio aveano i Milanesi voluto

obbligare il popolo di Lodi a prestare un nuovo giuramento di fedeltà.

Erano pronti i Lodigiani, ma vi voleano inserire la clausola _salva

imperatoris fidelitate_, stante il giuramento da essi fatto

all'imperadore con licenza degli stessi consoli di Milano. Ostinatisi i

Milanesi di volere una fedeltà senza eccezion di persone, e minacciando

l'esilio e la perdita dei beni, amò piuttosto quasi tutto quell'infelice

popolo di abbandonar le lor case e tenute, che di contravvenire al già

fatto giuramento; e si ritirò chi a Pizzighettone e chi a Cremona, ma

con lasciar molti d'essi la vita in quelle parti per le troppe miserie.

Compassionò forte l'imperadore lo stato infelice di quel popolo, e gli

assegnò un luogo presso il fiume Adda, appellato Monte Ghezone, per

potervi fabbricare la nuova loro città, giacchè il vecchio Lodi, lontano

di là quattro miglia, era stato diroccato dai Milanesi.

Mentre si tratteneva l'Augusto Federigo sul Lodigiano[2052], isperanzito

il _conte Echeberto_ di Butena di far qualche bel colpo, senza chiederne

licenza, si portò con circa mille cavalieri ben armati fin quasi alle

porte di Milano. Uscirono i Milanesi per dimandargli colle lance e spade

ciò che egli andasse cercando; ed attaccata la zuffa, che fu ben dura e

sanguinosa per l'una parte e per l'altra, restò in essa ucciso il conte

con _Giovanni duca_ di Traversara, il più nobile dell'esarcato di

Ravenna, e con altri. Si salvò con una veloce ritirata il rimanente de'

Tedeschi. Federigo condannò la di lui disubbidienza, e provvide per

l'avvenire. Aveva esso Augusto preventivamente mandato ordine pel regno

d'Italia[2053], che gli atti all'armi venissero all'oste per l'impresa

di Milano. Però giunsero colà assaissimi armati dalle città di _Parma,

Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Trevigi, Padova,

Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena e Brescia_, e molti

altri della Toscana. Erano allora tutte queste città del regno d'Italia.

Sire Raul fa conto che ascendessero a quindici mila cavalli, e fosse

innumerabile la fanteria. Radevico solamente scrive che l'armata passava

i cento mila combattenti. Passò l'imperadore con questo potentissimo

esercito all'assedio di Milano, se crediamo a Radevico, nel dì 25 di

luglio; ma più meritano fede Ottone Morena, che scrive ciò fatto nel dì

6 d'agosto, e Sire Raul, che lo riferisce al dì 5 d'esso mese. Intorno

alla città fu divisa in varii campi e quartieri l'armata. Trovavasi

quella nobilissima città guernita di forti mura, di altissime torri, e

di una profonda fossa piena d'acqua corrente. Il suo giro, per quanto

scrive Radevico, era _più di cento stadii_; del che io dubiterei. Nulla

mancava ai cittadini di valore e di sperienza nell'armi per ben

difendersi. Fecero eglino una sortita vigorosa addosso ai Boemi,

accampati al monistero di san Dionisio; e vi fu aspro combattimento; ma

accorso l'imperadore con altre molte squadre, furono obbligati a

retrocedere in fretta. Aveano essi Milanesi posta gente alla difesa

dell'Arco romano, che non era già un castello, come immaginò il padre

Pagi, ma una fabbrica di quattro archi con torrione di sopra[2054],

composta di grossissimi marmi fuori di Porta romana. Vi alloggiavano

quaranta soldati, che per otto giorni bravamente vi si mantennero; ma

non potendo resistere al continuo tirare dei balestrieri, in fine si

renderono. Colà sopra fece poi l'imperadore mettere una petriera che

incomodava forte i Milanesi; ma questi, con opporne un'altra, fecero

sloggiare di là i Tedeschi. Non pochi altri fatti d'armi succederono,

che io tralascio. Cresceva intanto nella città la penuria de' viveri per

la gran gente che vi s'era rifugiata. Entrò anche una fiera epidemia in

quel popolo, la quale mieteva le vite di molti. La Martesana, il Seprio,

anzi tutte le castella e ville del distretto Milanese andavano a sacco,

scorrendo dappertutto i Tedeschi, con tagliare anche gli alberi e le

viti, ma più de' Tedeschi sfogando i Pavesi e Cremonesi la rabbia loro

contro le case e tenute degli emuli Milanesi. In tale stato si trovava

la misera città, quando _Guido conte_ di Biandrate, uomo saggio, e che

per l'onoratezza sua era egualmente amato e stimato da' Tedeschi che da'

Milanesi, entrato in città, con tale facondia perorò, che indusse que'

cittadini ad implorare la misericordia dell'Augusto sovrano. Vennero

dunque i consoli e primi della città a trovare il re di Boemia e il duca

d'Austria, i quali, interpostisi coll'imperadore, ottennero il perdono e

la pace colle condizioni che Radevico distesamente riferisce[2055]. Le

principali furono di lasciare in libertà Como e Lodi; di pagar nove mila

marche d'argento, in oro, argento o altra moneta[2056]; di dare trecento

ostaggi; di rilasciare i prigioni; che i consoli sarebbono confermati

dall'imperadore; che il comune di Milano dimetterebbe all'imperadore le

regalie, come la zecca e le gabelle; che si rimetterebbono i Cremaschi

in grazia d'esso Augusto col pagamento di cento venti marche.

Sottoscritta che fu dalle parti questa convenzione nel dì 7 di

settembre, l'arcivescovo e il clero colle reliquie, i consoli e la

nobiltà in veste positiva, co' piedi nudi e colle spade sopra il collo,

e la plebe colle corde al collo, vennero nel dì seguente a chiedere

perdono al vincitore Augusto[2057], il quale s'era allontanato quasi

quattro miglia dalla città per maggior fasto, ed affinchè passassero i

supplichevoli per mezzo ai soldati sfilati per tutta la strada. Furono

poi rilasciati dai Milanesi i prigioni, fra i quali si contarono mille

Pavesi. La bandiera dell'imperadore fu alzata nella torre della

metropolitana di Milano, che era la più alta di tutte le fabbriche di

Lombardia.

Poscia portatosi l'Augusto Federigo _apud Modoicum, sedem regni italici,

coronatur,_ cioè a Monza. Giudicai io[2058] una volta che queste parole

di Radevico indicassero conferita allora la corona del regno italico a

Federigo; ma, secondo le osservazioni fatte di sopra, altro non vogliono

significare se non che egli comparve in pubblico colla corona in capo.

_In die Nativitatis beatae Mariae Virginis imperiali diademate processit

coronatus_, dice l'Abbate Urspergense. Avea Turisendo, cittadino

veronese, occupato il castello regale di Garda, nè volendolo rendere i

Veronesi all'imperadore, giacchè il comandar colle lettere non giovava,

andò Federigo colà con un corpo di milizie, e, passato l'Adige, cominciò

le ostilità nel loro territorio: il che è da credere gl'inducesse ad

ubbidire. Volle poi ostaggi da tutte le città del regno; e tutte

gl'inviarono, fuorchè Ferrara. All'improvviso arrivò a quella città

_Ottone conte_ palatino di Baviera, e, dopo aver ivi regolate le

faccende, seco condusse quaranta Ferraresi per ostaggi. Tenne poi

Federigo in Roncaglia per la festa di san Martino la general dieta del

regno italico, dove intervennero tutti i vescovi, principe i consoli, e

furono anche chiamati gli allora quattro famosi lettori delle leggi

nello studio di Bologna, cioè _Bulgaro, Martino Gossia, Jacopo_ ed

_Ugone_ da Porta Ravegnana, tutti e quattro discepoli di quell'Irnerio

ossia Guarnieri che di sopra vedemmo primo interprete delle leggi in

Bologna. Interrogati costoro di chi fossero le regalie, cioè i ducati, i

marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, le gabelle, i

porti, mulini, le pescagioni ed altri simili proventi: _Tutto, tutto_,

gridarono que' gran dottori, _è dell'imperadore_. E però niuno vi fu di

quei principi e signori, il quale, cedendo alla potenza, non dimettesse

le regalie in mano di Federigo. Egli ne rilasciò una parte a quei

solamente che con buoni documenti mostrarono di goderle per indulto e

concessione degl'imperadori. Fu giudicato il resto del fisco,

consistente in una rendita annua di trenta mila talenti. Nè si dee

tacere una particolarità, di cui poscia fu fatta strepitosa menzione da

molti legisti e storici. Cioè, che cavalcando un dì l'imperador Federigo

fra Bulgaro e Martino, due de' suddetti dottori, dimandò loro, s'egli

giuridicamente fosse _padrone del mondo_[2059]. Rispose Bulgaro, _che

non ne era padrone quanto alla proprietà_; ma il testardo Martino disse

_che sì_. Smontato poi l'imperadore, donò ad esso Martino il palafreno

su cui era stato: laonde Bulgaro disse poi queste parole: _Amisi equum,

quia dixi aequum, quod non fuit aequum_.

Guadagnò ben Federigo con poca fatica il dominio di tutto il mondo.

Sarebbe stato prima da vedere se i Franzesi, Spagnuoli, Inglesi, e molto

più se i Greci, Persiani, i Cinesi, ec. l'intendessero così. Ah che

l'adulazion sempre è stata e sempre sarà la ben veduta nelle corti dei

principi! Pubblicò poscia Federigo alcune leggi per la conservazion

della pace, e intorno ai feudi, con proibirne specialmente

l'alienazione, e il lasciargli alle chiese; il che operò che non più da

lì innanzi agli ecclesiastici, se non difficilmente, pervenissero

marchesati, contee, castella ed altri feudi. Portate le doglianze de'

Cremonesi dei danni loro inferiti dai Piacentini, contra di questi

ultimi, fu proferito il bando imperiale. Per liberarsene, convenne loro

pagar grossa somma di danaro, ed atterrare i bastioni fatti nei tre anni

addietro alla lor città, siccome ancora le antiche torri delle loro

mura. Levò inoltre Federigo Monza dalla suggezion di Milano; ed,

accostatosi ai confini del Genovesato, obbligò quel popolo a pagar mille

e dugento marche d'argento al suo fisco, e di dismettere la fabbrica

delle lor mura. Racconta Caffaro[2060], uno degli ambasciatori spediti a

Federigo dai Genovesi, le ragioni addotte in lor favore, per non

soggiacere alle rigorose leggi pubblicate allora dal fisco imperiale,

allegando massimamente le gravi spese occorrenti a quella città per

difendere quelle coste dai nemici dell'imperio: perlochè erano e

meritavano d'essere privilegiati. Sì fatte ragioni non furono addotte in

vano. Ma nulla dice Caffaro delle mura della città; anzi, secondo lui,

queste furono perfezionate nell'anno appresso. Grande imperadore,

insigne eroe, gridavano tutti i Tedeschi, allorchè videro con tanta

felicità imposto un sì pesante giogo da Federigo agli Italiani; ma fra

gl'Italiani coloro ancora che erano amici dell'imperadore, ne' lor cuori

ben diversamente parlavano.

Celebrò poi Federigo nella città di Alba il santo Natale; spedì alcuni

dei suoi principi a mettere i consoli nelle città. Ed avendo trovato che

le rendite dei beni della contessa Matilda erano state disperse e

trascurate dal _duca Guelfo_ suo zio, le raccolse e rendè al medesimo

duca. Tali furono le imprese di Federigo Barbarossa in quest'anno:

principe che s'era messo in pensiero di ridurre l'Italia presso a poco

come era al tempo dei Longobardi e de' Franchi, per non dire in

ischiavitù, e che cominciò a trovar la fortuna favorevole a così vasti

disegni. Neppure la Puglia andò in questi tempi esente da

turbolenze[2061]. _Andrea conte_ di Rupecanina, uno de' baroni

fuorusciti, di cui parlammo di sopra, dopo aver preso il contado di

Fondi ed altri luoghi, fatta l'Epifania di quest'anno, andò alla città

di San Germano, e se ne impadronì, con far prigioni circa dugento

soldati del _re Guglielmo_. Essendo fuggito il resto al monistero di

Monte Casino, passò colà Andrea, e diede più battaglie a quel luogo.

L'Anonimo Casinense scrive che nol potè avere. Giovanni da Ceccano,

nella Cronica di Fossanuova, attesta il contrario; ma amendue concordano

ch'egli nel seguente marzo, senza sapersene il motivo, abbandonò quelle

contrade, e ritirossi in Ancona, ubbidiente allora ai Greci. Intanto

_Manuello imperador_ d'essi Greci spedì una formidabil flotta da

Costantinopoli[2062], siccome fu creduto, a' danni del re di Sicilia.

Aveva il re Guglielmo anche egli allestita una potente flotta, la quale,

secondo l'asserzione del Dandolo[2063], inviata in Egitto, diede il

sacco alla città di Tani ossia Tanne alla foce del Nilo. Ma, udito il

movimento de' Greci[2064], venne Stefano ammiraglio d'essa flotta, e

fratello di Maione, in cerca dei nemici; e trovatili nell'Arcipelago,

tuttochè inferiore di forze, valorosamente gli assalì, e gloriosamente

gli sconfisse, con bruciar molti de' loro legni. Tale era allora il

valore e la potenza de' Siciliani. Rimase prigione in tal congiuntura

Costantino Angelo generale della greca flotta, e zio dell'imperadore,

con Alessio Comneno, Giovanni duca e molt'altra nobiltà e gente, che fu

inviata in Sicilia. Scorse poi la vittoriosa armata fino a Negroponte, a

cui diede il sacco; e dopo aver fatto altri mali alle contrade dei

Greci, se ne tornò trionfante in Sicilia nel mese di settembre. Servì

questa sconfitta ad abbassare talmente l'orgoglio dell'Augusto Manuello,

che sospirò da lì innanzi di aver pace col re Guglielmo. A questo fine

spedì egli ad Ancona Alessio Ausuca, uomo di gran destrezza, che

intavolò il trattato, e conchiuse una tregua per trent'anni fra esso

Guglielmo e l'Augusto greco: con che si può credere che fossero

rilasciati i prigioni fatti nella suddetta sconfitta.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 174 / 277 题