NOTE:

[2030] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 30.

[2031] Hugo Falcandus, in Chron.

[2032] Cardin. de Aragon., in Vita Adriani IV.

[2033] Romualdus Salernit., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron.

Johann. de Ceccano.

[2034] Baron., Annales, ad hunc annum.

[2035] Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii IV.

[2036] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2037] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.

[2038] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2039] Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[2040] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCLVII. Indizione V.

ADRIANO IV papa 4.

FEDERIGO I re 6, imperad. 3.

Dappoichè _papa Adriano_ avea fatte coll'Augusto _Federigo_ tante

doglianze di _Guglielmo re_ di Sicilia, ed era restato con lui in

concerto di fargli guerra; cosa che Federigo non avea potuto eseguire

dopo aver presa la corona imperiale a cagion delle malattie entrate

nell'esercito suo; restò forte esacerbato esso imperadore all'udire

nell'anno precedente la pace data dal papa a Guglielmo con accordargli

il titolo di re, senza participazione alcuna ed assenso suo. Adirato

perciò fin da allora, cominciò a far conoscere il suo mal talento contro

d'esso Adriano col difficultare agli ecclesiastici del regno germanico

di passare alla corte pontificia per ottener benefizii o per altri

affari. Mosso da questa non picciola novità Adriano spedì nell'anno

presente due cardinali, cioè _Rolando_ cancelliere e _Bernardo_ del

titolo di san Clemente, alla corte cesarea[2041]. Correva il mese

d'ottobre, e Federigo Augusto s'era portato a Besanzone per farsi

riconoscere padrone del regno della Borgogna, siccome in fatti ottenne,

avendo in persona o per lettere prestata a lui ubbidienza gli

arcivescovi di _Lione, Vienna, Arles_, i vescovi di _Valenza_,

d'_Avignone_ e d'altre città. Era concorsa a Besanzone gran foresteria

per veder l'imperadore, e per affari. V'erano Romani, Pugliesi,

Veneziani, Lombardi, Franzesi, Inglesi e Spagnuoli. Furono ricevuti

onorevolmente i legati apostolici, i quali presentarono a Federigo una

lettera del papa, conceputa con gravi risentimenti, perch'esso

imperadore non avesse finora gastigato quegli scellerati di Germania che

aveano preso e messo in prigione _Esquilo arcivescovo_ di Lunden in

Isvezia (e non già di Londra, come immaginò il Baronio) nel ritorno di

Roma, con ricordargli appresso la prontezza con cui esso pontefice gli

avea conferita l'imperial corona; del che non era pentito, nè si

pentirebbe, quando anche _majora beneficia excellentia tua de manu

nostra suscepisset_. Letta la lettera, e spiegata a chi non sapeva il

latino, si alzò un gran bisbiglio nell'assemblea a cagione de' termini

forti in essa adoperati, ma principalmente per quella parola di

_beneficia_, che fu presa in senso rigoroso, quasichè adoperata nel

senso de' legisti, presso i quali significa _feudo_, volesse il

pontefice far sapere che l'imperadore dalle mani del papa riceveva in

feudo l'imperio. Diede motivo a tale interpretazione l'aver veduto in

Roma una pittura, rappresentante nel palazzo lateranense l'_imperador

Lottario_ ai piedi del papa, con questi due versi sotto:

REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES,

POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.

Quell'_homo_ vuol dire _vassallo_. Ne fu fatta doglianza collo stesso

papa Adriano che avea promesso di farlo cancellare. Uscirono parole

calde su questo nell'assemblea, e s'aumentò il fuoco, perchè dicono

avere risposto uno dei legati: _A quo ergo habet, si a domino papa non

habet imperium_? A tali parole poco mancò che _Ottone conte_ palatino di

Baviera, sguainata la spada, non gli tagliasse il capo. Quetò Federigo

il tumulto, e poi diede ordine che i legati fossero messi in sicuro,

acciocchè nel dì seguente per la più corta se ne tornassero a Roma.

Notificò poi esso imperadore quest'avvenimento con sua lettera sparsa

per tutta la Germania, lamentandosi del fatto dei legati, e del poco

rispetto a lui mostrato dal papa, con aggiugnere essersi trovati presso

quei legati non pochi fogli in bianco sigillati, per potere a loro

arbitrio scrivervi quel che volevano, per accumular danari e spogliar le

chiese del regno. Si vede che tanto il papa, quanto l'imperadore erano

inclinati alla rottura. L'avere il papa dalla sua il potente re di

Sicilia, il facea parlar alto; ma questa loro concordia quella appunto

era che a Federigo maggiormente movea la bile. Nè mancavano i baroni

pugliesi rifugiati colà di accenderla vieppiù, con isparlar dappertutto

del papa. Ottone da San Biagio[2042] mette l'avvenimento suddetto sotto

l'anno 1156, ma Radevico, scrittore di maggior peso, sotto il presente.

Durando tuttavia la guerra in Lombardia, i Milanesi, fatto un grande

sforzo contra dei Pavesi, con qualche aiuto ancora de' Bresciani, e dato

il comando dell'armata a _Guido conte_ di Biandrate, nel mese di giugno

si portarono alla volta di Vigevano, terra insigne de' Pavesi, alla cui

difesa s'erano posti _Guglielmo marchese_ di Monferrato, _Obizzo

Malaspina_ marchese, che dovea aver cangiata casacca, ed altri

baroni[2043]. Distrussero il castello di Gambalò, assediarono dipoi

Vigevano, e tanto lo tennero stretto, che per mancanza di viveri lo

strinsero alla resa, e dipoi lo spianarono. Seguì in tal congiuntura un

accordo fra i Milanesi e Pavesi, che durò ben poco. Ottone Morena scrive

per colpa de' Milanesi, e Sire Raul per mancamento de' Pavesi. Perciò il

popolo di Milano, che era tornato a casa, di nuovo uscì in campagna, e

passato in Lomellina, fertilissimo paese già tolto dai Pavesi ai nobili

conti palatini di Lombardia, si diedero a rifabbricar la terra di

Lomello, capitale allora di quella provincia. Nel medesimo tempo

maggiormente accalorarono il rifacimento e le fortificazioni di Tortona,

di Gagliate, Trecate e d'altri luoghi, fecero di buone fosse a Milano,

di maniera che, per attestato di Sire Raul, in tali fatture e nel

rimettere dei fortissimi ponti sopra i fiumi Ticino ed Adda, spesero più

di cinquanta mila marche di argento purissimo. Si mossero contra di loro

in quest'anno i Cremonesi; ma senza alcuna impresa di rilievo se ne

ritornarono alla loro città. Intanto gl'infelici Lodigiani, secondo

l'asserzione di Ottone Morena, storico contemporaneo di quella città,

furono con aggravii nuovi maggiormente afflitti dal popolo di Milano.

Non si sa che in quest'anno il re di Sicilia _Guglielmo_ alcuna impresa

facesse. Perduto ne' piaceri, e ritirato nel suo palagio di Palermo,

lasciava le redini all'indegno Maione suo ammiraglio, il quale gli dovea

lodar la vita ritirata e lussuriosa dei sultani turcheschi, per farla

egli intanto da re e per continuare in questi tempi la persecuzione

contra di qualunque barone siciliano che fosse o paresse contrario ai

suoi voleri e disegni. Ma nel mese di novembre _Andrea conte_ di

Rupecanina[2044], uno de' baroni di Puglia ribelli, che dianzi era

fuggito fuori del regno, vi tornò per voglia massimamente di vendicare

il tradimento fatto a _Roberto principe_ di Capoa da _Riccardo_

dall'Aquila conte di Fondi. Unì egli una picciola armata di Romani,

Greci e Pugliesi, e con essa entrato nel contado di Fondi, lo prese

insieme colla città d'Acquino, e bruciò il traghetto dove tradito fu il

suddetto principe di Capoa. Confermò papa Adriano in questo anno _IV

idus novembris_, stando nel palazzo lateranense, i privilegii a

_Guifredo abbate_ del monistero di san Dionisio di Milano, come costa da

sua bolla da me data alla luce[2045].

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 173 / 277 题