NOTE:

[2001] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.

[2002] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.

[2003] Card. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.

[2004] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I.

[2005] Saxius, in Notis ad Ottonem Morenam.

[2006] Annal. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[2007] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.

[2008] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2009] Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.

[2010] Anecdot. Latin., tom. 2.

[2011] Sigonius, de Regno Ital., lib. 12.

[2012] Saxius, in Notis ad Sigonium.

[2013] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.

[2014] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.

[2015] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.

[2016] Antiquit. Ital., Dissert. IV. pag. 117.

[2017] Otto Frisingensis, lib. 2, cap. 22.

[2018] Otto Frisingens., lib. 2, cap. 24.

[2019] Cardinal. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.

[2020] Vit. S. Ubaldi, in Actis Sanct., ad diem 16 maii.

[2021] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 591.

[2022] Romualdus Salern., in Chron.

[2023] Guillelmus Tyrius, lib. 18, cap. 2. Cardin. de Aragon., in Vit.

Adrian. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Anonym. Casinens., in Chron.

[2024] Hugo Falcandus, in Chron.

[2025] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2026] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.

[2027] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2028] Otto Morena, Hist. Landens., tom. 6 Rer. Italic.

[2029] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 29.

Anno di CRISTO MCLVI. Indizione IV.

ADRIANO IV papa 3.

FEDERIGO I re 5, imperad. 2.

Nella primavera di quest'anno l'_imperador Federigo_ celebrò in

Wirtzburg le sue nozze con _Beatrice_ figliuola di _Rinaldo conte_ di

Borgogna[2030], che gli portò in dote molti Stati. Vennero in questi

tempi gli ambasciatori del greco Augusto _Manuello Comneno_, ma non

furono ammessi. Curioso è il motivo che ci vien qui narrato da Ottone

Frisingense, per cui svanì tutta la precedente amicizia e confidenza che

passava tra i due imperii occidentale ed orientale. Sia verità o bugia,

fu rappresentato a Federigo che i Greci, allorchè egli passò da Ancona,

aveano destramente colta una lettera sigillata col sigillo d'esso

imperador Federigo (quasichè niuna di queste lettere si conservasse

nella corte di Costantinopoli), e s'erano serviti di quel sigillo

applicato ad altra carta, fingendo che Federigo avesse conceduta al

greco Augusto la Campania e la Puglia, per tirar dalla sua i popoli di

quelle contrade. Con questa frode e con gran profusione d'oro guadagnati

non pochi baroni della Puglia, s'erano fatti padroni di un gran tratto

di paese, e specialmente di Bari capital della provincia, dove era morto

Michele Paleologo, condottiere di quella impresa. Corse anche voce in

Germania che _Guglielmo re_ di Sicilia fosse o mancato di vita o

impazzito. E infatti abbiamo da Ugone Falcando[2031] che Guglielmo

nell'anno addietro, per artifizio del suo disleale favorito ed

ammiraglio Maione, se ne stette come chiuso nelle stanze del suo palazzo

in Palermo, senza dar udienza a chi che sia, fuorchè ad esso Maione e ad

_Ugone arcivescovo_ di quella città. Ora, benchè Federigo odiasse non

poco il re Guglielmo, pure più rabbia in lui cagionava il vedere che i

Greci, potenza maggiore e capace di far maggiori progressi in Italia,

avessero usurpata la Puglia; e però, chiamandoli traditori, già si

disponeva a tornare in Italia per muovere guerra contra di loro. Ma

dacchè intese che Guglielmo era vivo e sano di mente, e che altra faccia

aveano presa gli affari di Puglia, siccome dirò fra poco, smontò da quel

disegno, e solamente rivolse i suoi pensieri contra de' Milanesi, che

erano in sua disgrazia, con fare i preparamenti necessarii per tale

impresa.

Ora è da sapere che, per attestato del suddetto Ugone Falcando, molte

trame furono fatte dal menzionato Maione contra di non pochi baroni

della Sicilia, i quali giunsero a ribellarsi con gran confusione di cose

in Palermo e in altri luoghi. Servirono tali sconcerti a svegliare

l'addormentato _Guglielmo_, che non arrivò già per questo a conoscere

qual mostro egli tenesse appresso nella persona di Maione. Risaputo

bensì finalmente il grave sfasciamento de' suoi affari in Puglia, si

applicò tosto al riparo. Il suo primo tentativo fu quello di rimettersi,

se potea, in grazia di _papa Adriano_[2032], e tanto più perchè si venne

a sapere che l'imperador greco facea proposizioni ingorde di danaro al

medesimo pontefice per ottener tre città marittime, con promettere

ancora di dargli tali forze di gente e d'oro da poter cacciare Guglielmo

dalla Sicilia. Venuto dunque a Salerno, inviò al papa il vescovo eletto

di Catania ed altri della sua corte, con plenipotenza di far pace colla

Chiesa romana, offerendole il danaro esibito dai Greci, tre terre per li

danni dati, omaggio ed ubbidienza, e la libertà delle chiese. Non prestò

fede a tutta prima il pontefice Adriano a queste proposizioni, e per

chiarirsene inviò a Salerno _Ubaldo cardinale_ di santa Prassede.

Accertossi egli tutto essere vero; e il papa, trovandovi del vantaggio,

inclinava forte alla concordia, se non che gli si oppose la maggior

parte de' cardinali che macinavano nella lor mente delle inusate

grandezze, in maniera che disturbarono tutto il negoziato. Ebbero bene a

pentirsi della lor ingordigia, e a provare che chi si esalta sarà

umiliato, e chi si umilia verrà esaltato. Il re Guglielmo, messo insieme

un poderoso esercito per mare e per terra[2033], andò alla volta di

Brindisi, occupato da' Greci, da dove si ritirò _Roberto conte_ di

Loritello, con venire a Benevento. Si teneva tuttavia il castello pel

re. Assediata quella città, i Greci co' Pugliesi uscirono in campo

aperto, e diedero battaglia. Durò un pezzo dubbioso il combattimento; ma

in fine la vittoria si dichiarò in favore di Guglielmo. Molta nobiltà

de' Greci fu ivi presa ed inviata nelle carceri di Palermo; gran bottino

di danaro e di navi fu fatto, e riacquistata la città nel dì 28 di

maggio. A non pochi ancora de' baroni pugliesi ribelli toccò la

disgrazia di cader nelle mani del re. Tolta fu ad alcuni la vita, ad

altri la vista. Ciò fatto, marciò alla volta di Bari col vittorioso

esercito. Uscirono i cittadini ad incontrarlo senz'armi e in abito di

penitenza, chiedendo misericordia. Altro non ottennero al re, troppo

sdegnato per lo smantellamento della sua cittadella, se non spazio di

due giorni per uscir della città con quanto poteano asportare. Dopo di

che spianate prima le mura, fu quella dianzi sì superba, sì popolata e

ricca città ridotta in un mucchio di pietre, e diviso il suo popolo in

varie ville. Un sì lagrimevole spettacolo fece che non tardarono le

altre città della Puglia perdute a rimettersi in grazia e sotto il

dominio del re Guglielmo, il quale continuò il viaggio sino a Benevento,

dove i più de' baroni suoi ribelli s'erano rifugiati.

Tal paura mise il suo avvicinamento _a Roberto principe_ di Capoa,

dimorante in essa città di Benevento, che non credendosi sicuro, prese

la fuga. Ma nel passare il Garigliano, tesogli un agguato da _Riccardo_

dell'Aquila conte di Fondi, fu preso e poi consegnato a Guglielmo. Con

questo tradimento Riccardo rientrò in grazia del re; e Roberto inviato

prigione a Palermo, ed abbacinato, finì poco appresso nelle miserie la

sua vita. S'interpose il pontefice Adriano, che si trovava in Benevento

anche egli, per salvare Roberto conte di Loritello, Andrea conte di

Rupecanina, ed altri baroni che erano presso di lui chiusi in quella

città; ed il re si contentò di non molestarli, purchè uscissero fuori

del regno: grazia di cui non tardarono a prevalersi. E allora fu che

esso pontefice, chiarito delle umane vicende, e pensando al suo stato,

mandò egli stesso a ricercar quella pace, per cui pochi mesi prima era

stato supplicato. Inviò dunque i cardinali _Ubaldo_ di santa Prassede,

_Giulio_ di san Marcello e _Rolando_ di san Marco al re Guglielmo, per

avvertirlo da parte di san Pietro di non offendere Benevento, di

soddisfare per li danni dati, e di conservare i suoi diritti alla Chiesa

romana. Furono essi benignamente accolti dal re, intavolarono il

trattato della pace, e dopo molti dibattimenti fu essa conchiusa.

Mediatore fra gli altri ne fu _Romoaldo arcivescovo_ di Salerno, quel

medesimo che ci ha lasciata la sua Storia, da me data alla luce.

Rapporta il cardinal Baronio[2034] il diploma del _re Guglielmo_, che

contiene le condizioni dell'accordo, e con esso s'ha a confrontare ciò

che ne scrivono alcuni moderni. Si obbligò il papa di concedere al re

l'investitura del regno di Sicilia, del ducato di Puglia, del principato

di Capoa, Napoli, Salerno e Melfi, siccome ancora della Marca e

dell'altro paese ch'egli dovea avere di qua da Marsi. E il re si obbligò

a prestargli omaggio contro ogni persona, e il giurargli fedeltà, con

pagare ogni anno il censo di seicento schifati per la Puglia e Calabria,

e cinquecento per la Marca: cose tutte eseguite dipoi nella chiesa di

san Marciano fuori di Benevento, dove alla presenza di molta nobiltà e

popolo diede Guglielmo il giuramento a' piedi del papa, e ricevette

l'investitura. Sotto il nome di _Marca_ è da vedere che paese fosse

allora disegnato. Forse quella di Chieti, non osando io spiegar ciò

della marca di Camerino, che è la stessa con quella d'Ancona e di Fermo.

Confermò papa Adriano IV con sua bolla, riferita parimente dal cardinal

Baronio, la concordia suddetta; concordia nondimeno che dispiacque ad

alcuni de' cardinali, e molto più all'imperador Federigo, che si vedea

precluso con ciò l'adito alla meditata guerra di Puglia. Di grandi

regali in oro, argento e drappi di seta lasciò il re Guglielmo al papa,

ai cardinali e a tutta la corte pontificia[2035], e poi se ne andò. Da

Benevento venne il papa alla volta di Roma, con passare per Monte Casino

e per le montagne di Marsi. E perciocchè la città d'Orvieto, per

lunghissimo tempo sottratta alla giurisdizione della Chiesa romana, era

tornata alla sua ubbidienza, volle il buon pontefice consolar quei

popoli colla sua presenza. Con singolar onore quivi ricevuto, alla

venuta poi del verno passò alla volta dell'ameno e popolato castello di

Viterbo, e di là a Roma, dove pacificamente alloggiò nel palazzo

lateranense. Nell'anno presente i Milanesi, ricevuto qualche rinforzo di

gente da Brescia, continuarono la guerra contro ai Pavesi[2036]. Presero

loro varii luoghi, e fra gli altri il forte castello di Ceredano, non

avendo osato i Pavesi e Novaresi, benchè usciti in campagna con tutto il

loro sforzo, di venire ad alcun fatto d'armi, nè di tentar di soccorrere

quella terra, che poi fu spianata. Andarono ancora i Milanesi nella

valle di Lugano, e suggettarono circa venti di quelle castella. Seguì

ancora un conflitto fra essi e i Pavesi, in cui ebbero la peggio gli

ultimi. Studiaronsi in questi tempi i Piacentini[2037] di fortificar la

loro città con buone mura, torri e fosse, ben prevedendo i malanni che

sovrastavano alla Lombardia per la ribellion de' Milanesi. Intanto diede

fine a' suoi giorni _Domenico Morosini_ doge di Venezia[2038], in cui

luogo fu sostituito _Vitale Michele II_, il quale non tardò a far pace

coi Pisani. Nell'anno presente ancora, se è da prestar fede alla Cronica

di Jacopo Malvezzi[2039], i Bresciani, per cagion delle castella di

Volpino e Ceretello, mossero guerra ai Bergamaschi. Vennero alle mani

coll'esercito d'essi nel mese di marzo vicino a Palusco, e insigne

vittoria ne riportarono col far prigioni due mila e cinquecento

Bergamaschi, e prendere il loro principal gonfalone, che, portato nella

chiesa de' santi Faustino e Giovita, ogni anno nella gran solennità si

spiegava. All'incontro fecero i Genovesi pace e concordia con Guglielmo

re di Sicilia[2040], e lor ne venne molto vantaggio ed onore.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 172 / 277 题