[1977] Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.
[1978] Hugo Falcandus, in Histor.
[1979] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1980] Conradi Epist., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1981] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.
[1982] Otto Frisingens., de Gestis Frider. I, lib. 2, cap. II.
[1983] Peregrinius, in Notis ad Anonym. Casin.
[1984] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[1985] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.
[1986] Bernardus Guidonis, in Vit. Anastasii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1987] Pirrus, Sicil. Sacr., in Episcop. Syracus.
[1988] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[1989] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.
[1990] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1991] Romualdus Salernit., in Chron.
[1992] Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.
[1993] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Italic.
[1994] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.
[1995] Otto Frisingensis, de Gest. Frideric. I, lib. 2, cap. 13.
[1996] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.
[1997] Otto Morena, Hist. Laud. Otto Frising., de Gest. Frider.
[1998] Chron. Weingart., apud Leibnitium, tom. 1 Scriptorum Brunsvic.
[1999] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.
[2000] Antichità Estensi, p. I, cap. 39.
Anno di CRISTO MCLV. Indizione III.
ADRIANO IV papa 2.
FEDERIGO I re 4, imperad. 1.
Verso la quaresima venne _Guglielmo re_ di Sicilia a Salerno: il che
pervenuto a notizia di _papa Adriano_, gli spedì _Arrigo cardinale_ de'
santi Nereo ed Achilleo per affari che noi non sappiamo[2001]. Perchè
nella lettera a lui scritta non gli diede il papa il titolo di re, ma
quello solamente di signor della Sicilia, se l'ebbe tanto a male, che
rimandò il legato senza voler trattare con lui: cosa che turbò forte la
corte romana. Nè contento di ciò, prima di tornarsene in Sicilia, diede
ordine ad Asclintino o Anscotino suo cancelliere, dichiarato governator
della Puglia, di muovere guerra allo Stato ecclesiastico. Portossi
costui all'assedio di Benevento, e ne devastò i contorni. Trovaronsi ben
animati alla difesa que' cittadini, anzi avendo presa diffidenza di
_Pietro_ loro _arcivescovo_, l'uccisero. Fu questo assedio un suono di
tromba che eccitò alla ribellione molti de' baroni di Puglia, o perchè
gente facile alla rivolta, o perchè sotto mano commossi dalla corte di
Roma. Alcuni d'essi accorsero alla difesa di Benevento, altri
abbandonarono l'armata del re: il che fece sciogliere quell'assedio.
Entrò poscia[2002] il cancelliere nella Campania romana; diede alle
fiamme Ceperano, Babuco, Todi e i luoghi vicini; e, nel tornare
indietro, fece smantellar le mura d'Aquino, di Pontecorvo e d'altre
terre, e cacciò via tutti i monaci, a riserva di dodici. Per queste
ostilità papa Adriano fulminò la scomunica contra del re
Guglielmo[2003]: il che maggiormente servì ad accrescere la ribellion
de' baroni di Puglia. Per le istanze del clero i Romani fecero istanza
che si levasse l'interdetto da Roma, promettendo di cacciarne Arnaldo da
Brescia. Tornò dunque il papa in Roma, e andò ad abitare al palazzo
lateranense. Sul principio di quest'anno marciò il _re Federigo_
coll'esercito suo a Vercelli e a Torino[2004], senza che resti memoria
di quanto egli ivi operasse. Passato il Po verso quelle parti, venne
alla volta della grossa terra del Cairo e della città d'Asti. Sempre era
seco _Guglielmo marchese_ del Monferrato, con inculcar le sue doglianze
contra que' popoli per torti a lui fatti. E perciocchè questi non aveano
ubbidito ai precetti lor fatti dal re, furono posti al bando come
ribelli. Arrivato Federigo al Cairo, trovollo voto di abitatori, ma
pieno di vettovaglie. Dopo varii giorni di posata in quel luogo, fece
atterrarne le torri, che non erano poche, e tutta la terra diede in
preda al fuoco. Eransi anche ritirati gli Astigiani coi lor nobili ad un
forte loro castello, creduto _Novi_ dall'Osio, e _Anone_ dal signor
Sassi[2005]. Diede Federigo quella città al marchese di Monferrato, che
ne fece smantellar molte torri e una parte delle mura. Aggiungono gli
Annali di Asti[2006] che quasi tutta quella città fu consegnata alle
fiamme. Non cessavano intanto i Pavesi d'incitar Federigo contro la
città di Tortona[2007], allegando varii aggravi ricevuti da que'
cittadini. Era nondimeno il reato principale de' Tortonesi l'aver eglino
lega coi Milanesi, dai quali ancora animati alla difesa ed anche
sovvenuti, benchè Federigo li citasse a comparire, non vennero. Egli
dunque intraprese l'assedio di quella città nei primi giorni di
quaresima, nel dì 13 di febbraio dell'anno presente. Seco era _Arrigo_
estense-guelfo duca di Baviera e Sassonia, che aveva condotto in sua
parte un grosso nerbo di cavalleria; e a quella impresa concorsero
ancora colla lor gente i Pavesi e Guglielmo marchese di Monferrato.
Elegantemente si vede descritto da Ottone vescovo di Frisinga questo
lungo assedio sostenuto con vigore da quel popolo, a cui si era unito
anche in tale congiuntura _Obizzo Malaspina_ marchese, potente signore
in quelle parti e in Lunigiana. I mangani e le petriere, gli archi, le
balestre e le mine furono in un continuo esercizio; ma con tutto lo
sforzo dei nemici non sarebbe caduta quella forte città, se la penuria
dell'acqua e del pane non l'avesse finalmente astretta a capitolare.
Federigo, ansioso di non perdere più tempo, perchè gli premeva forte il
viaggio di Roma affine di ricevere la corona imperiale, accordò a tutti
gli abitanti l'uscita libera con quanto poteano portar seco. Entrò egli
dipoi coll'esercito nell'abbandonata città circa il dì 4 d'aprile (Sire
Raul[2008] scrive nel dì 18 di quel mese), la quale, dopo un sacco
generale, tutta fu data in preda alle fiamme. Se vogliam credere ad esso
Sire Raul, avea promesso Federigo di lasciarla intatta nel suo stato; ma
non fu mantenuta la parola, perchè prima i Pavesi aveano sborsata gran
somma di danaro con patto della distruzion della medesima, se cadeva
nelle mani del re. _Bruno abbate_ di Chiaravalle di Bagnolo, che avea
trattata la resa con quella promessa, veggendosi burlato, fama fu che
pel dolore da lì a tre giorni mancasse di vita. Lasciarono i Pavesi un
corpo di lor gente, che altro per otto giorni non fece che rovinar dai
fondamenti le case non affatto atterrate dal fuoco.
Nel dì 17 di aprile, giorno di domenica, Federigo invitato da' Pavesi
alla lor città, quivi, per attestato di Ottone Frisingense[2009], _in
ecclesia sancti Michælis, ubi antiquum regum longobardorum palatium
fuit, cum multo civium tripudio coronatur_. Galvano Flamma, Buonincontro
Morigia, ed altri scrittori milanesi lasciarono scritto che Federigo fu
coronato in santo Ambrosio di Milano, oppure in Monza, chi dice
nell'anno 1154, e chi nel presente 1155. Senza esaminar meglio questa
loro opinione, anche io la riferii nel mio trattato _de corona
ferrea_[2010] stampato nell'anno 1698. Ora conosco essere una frottola
di questi storici. La nimicizia insorta fra lui e i Milanesi non gli
permise di visitar Milano o Monza, e molto meno di ricevere la corona
del ferro dalle mani di _Uberto arcivescovo_. Anzi, siccome osservò il
Sigonio[2011], e dopo lui il signor Sassi[2012], neppur si dee credere
che seguisse la coronazione ed unzione di lui in Pavia. Il _coronatur_
del Frisingense unicamente vuol dire ch'egli nella basilica di san
Michele si fece vedere colla corona in capo e lo scettro in mano. Venne
Federigo a Piacenza, città, che dopo avere nel dì 26 d'aprile ricevuto
il soccorso della cavalleria e fanteria di due porte di Milano, s'era
ben preparata alla difesa. Questo apparato e la fretta di Federigo
esentarono da ulteriori molestie quella città. Celebrò Federigo vicino a
Bologna la festa della Pentecoste, e il Ghirardacci[2013] rapporta un
suo diploma dato _III idus maii juxta Rhenum_, in cui ordina ai
Bolognesi di rifare il castello di Medicina, da essi distrutto. Di là
passò in Toscana, dove comandò ai Pisani d'armare la lor flotta contra
di Guglielmo re di Sicilia, e diede l'arcivescovato di Ravenna ad
_Anselmo vescovo_ di Avelberg, stato suo ambasciatore a Costantinopoli,
con investirlo, secondo il solito, dell'esarcato di Ravenna. Camminava a
gran giornate egli e l'esercito suo verso Roma, e questa sua fretta
diede non poca apprensione a _papa Adriano_[2014], che per anche non
sapeva con qual animo venisse questo principe, e principe a cui costava
poco l'eccidio della città. Per consiglio di Pietro prefetto di Roma e
di Ottone Frangipane, gli mandò incontro, per concertar prima le cose,
tre cardinali, che trovarono Federigo in San Quirico. Fra le altre
domande che questi gli fecero, vi fu quella di avere in mano Arnaldo da
Brescia, che i visconti o conti di Campania aveano tolto alle genti del
papa, e il teneano in un lor castello, onorandolo qual profeta. Non
tardò Federigo a spedir gente, che prese uno di quei visconti, il quale,
per liberarsi, consegnò quell'eretico ai cardinali. Messo costui nelle
forze del prefetto di Roma[2015], fu impiccato e bruciato, e le sue
ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il
corpo di questo infame. Andarono innanzi e indietro ambasciatori, prima
che seguisse l'accordo fra il papa e l'imperadore; ma finalmente
Federigo promise e giurò di conservar tutti gli onori e stati al
pontefice e ai cardinali; e il pontefice, di coronarlo. Giunto Federigo
nel territorio di Sutri, si attendò coll'esercito nel Campo grasso. Colà
venne da Nepi papa Adriano, incontrato prima da molti principi tedeschi;
e quando fu per ismontare al padiglione reale, aspettò indarno che
Federigo gli venisse a tenere la staffa. Fu cagione questo accidente che
i cardinali spaventati se ne fuggissero a Città Castellana, lasciando
con pochi familiari il pontefice, che smontato si mise sul faldistorio
preparato. Allora comparve Federigo, e baciatigli i piedi, s'accostava
per ricevere il bacio di pace; ma il papa intrepidamente gli rispose,
che non avendo esso re usata quella riverenza che i di lui predecessori
aveano praticata coi romani pontefici, non volea baciarlo. Era papa
Adriano di animo grande e forte in sostenere i suoi diritti. Non la
cedeva a lui Federigo, e pretendea di non essere tenuto a questo. Durò
il dibattimento di questo punto per tutto il dì seguente. Ma fatto
conoscere a Federigo che tale era il cerimoniale e costume con varii
esempli, egli si arrendè; e passato a Nepi, dove era la tenda del papa,
che gli veniva incontro, sceso da cavallo, andò a tenere la staffa ad
esso pontefice, che poi lo ammise al bacio di pace; e di là insieme
s'inviarono alla volta di Roma. Di questo litigio ho io rapportato
altrove[2016] un documento. Aveano anche i Romani prima spediti a
Federigo i loro ambasciatori[2017] per rallegrarsi del suo arrivo,
offerirgli la lor suggezione, chiedere la confermazion del senato e di
molti pretesi privilegii, e inoltre cinque mila lire per la coronazione;
e soprattutto che tornasse il governo temporale di Roma, come era ne'
secoli vecchi, con esclusione de' papi. All'alterigia e baldanza con cui
parlarono i Romani, non potè stare a segno la sofferenza di Federigo.
Rispose loro di maravigliarsi che fossero venuti con pensiero di dar
legge a chi siccome principe e sovrano di Roma doveva egli imporle ad
essi. Esaltò la potenza e il diritto degl'imperadori franchi e tedeschi,
e rigettò le lor proposizioni. Participato poi l'affare al papa, fu
consigliato a non fidarsi di quel popolo, e di spedire il più presto
possibile ad impossessarsi di San Pietro e della città leonina: parere
che tosto fu e con felicità eseguito.
Nella mattina del dì seguente, giorno 18 di giugno, solennemente marciò
Federigo a San Pietro, accolto dal papa ai gradini della basilica, e
dopo aver prestato i soliti giuramenti, cantata che fu la messa,
ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale cogli altri
ornamenti, e con alte acclamazioni di tutta l'armata. Ma i Romani, che
videro fatta la festa senza di loro, come impazziti per la rabbia, dopo
aver tenuto consiglio in Campidoglio, diedero all'armi, e circa il
mezzogiorno furiosamente uscirono di città, e cominciarono verso San
Pietro a far man bassa contra qualunque Tedesco che incontravano.
Corsero anche i Tedeschi all'armi, e si diede principio ad una terribil
mischia, cedendo ora gli uni ora gli altri; e questa durò fin verso la
notte, ma colla peggio de' Romani, de' quali circa mille rimasero sul
campo, innumerabili feriti, dugento prigioni: il resto si salvò nella
città. Afflittissimo per questa tragedia il papa, tanto si adoperò colle
preghiere, che fece rilasciar i prigioni al prefetto di Roma. Nel dì
seguente egli e l'imperadore, giacchè mancava loro la sussistenza de'
viveri, ritiratisi a Tivoli, quivi diedero riposo all'esercito; e dipoi,
venuta la festa di san Pietro, la celebrarono solennemente a Ponte
Lucano. _Missam Adriano papa celebrante, imperator coronatur_, dice il
Frisingense[2018]: cioè vi assistè Federigo colla corona in capo, il
qual passo dichiara l'altro sopraddetto di coronatur in Pavia. L'autore
della Vita di Adriano IV[2019] scrive che in tal occasione: _Pontifex et
Augustus ad missarum solemnia in die illa pariter coronati
processerunt_. Crescendo poscia i caldi e le malattie de' soldati,
Federigo, lasciato il papa, come si può credere, assai deluso, dopo
avergli lasciato il dominio di Tivoli, salvo _in omnibus jure
imperiali_, si rimise in viaggio alla volta della Lombardia. Giunto a
Spoleti, nè potendo ottener vettovaglia nè contribuzione da quel popolo
che avea anche ritenuto prigione il conte Guido Guerra, il più ricco fra
i baroni della Toscana, già inviato da esso Augusto al re di Sicilia,
senza volerlo rendere mosse l'oste contra di loro. Uscirono baldanzosi
gli Spoletini ed attaccarono la zuffa; ma furono così ben respinti ed
incalzati, che con esso loro alle spalle entrarono nella città anche i
Tedeschi vittoriosi. Andò la sconsigliata città a sacco, e poi ne fu
fatto un miserabil falò: gastigo barbarico e sempre detestabile di
questi tempi. Nella Vita di sant'Ubaldo[2020] vescovo di Gubbio è
scritto che Federigo passò per quella città, e benchè istigato dai
castellani circonvicini a distruggerla, pure per intercession del santo
prelato, nessun male le fece. Potrebbe dubitarsi del suo arrivo colà,
sapendosi ch'egli nel viaggio arrivò ad Ancona, città allora dipendente
dall'imperador de' Greci, dove dai di lui ambasciatori fu visitato e
riccamente regalato. Passò poscia il Po a San Benedetto di Polirone, e
pervenne nel distretto di Verona. In quella città pubblicò la sentenza
contra de' Milanesi, per aver essi distrutte le città di Como e di
Lodi[2021], privandoli del diritto della zecca, con trasferirlo alla
città di Cremona sua fedele, siccome ancora di tutte l'altre regalie
godute in addietro da esso popolo di Milano. Ebbe poscia nel passaggio
dell'Adige a dolersi de' Veronesi pel ponte malamente fatto su quel
fiume; e alla Chiusa trovò una man di assassini che gli vietavano il
passo, richiedendo regali e pagamento per chiunque volesse passare. Fece
Federigo salire una brigata de' suoi sull'erto monte, e faticar tanto
con rotolar pietre, che avendo snidati da quelle caverne quei
malandrini, gli ebbe nelle mani, e di loro fece far la giustizia che
meritavano. Così sano e salvo se ne tornò in Germania l'Augusto
Federigo, con aver ottenuta la corona, e nulla operato in favore di chi
l'avea coronato.
Finita questa scena, un'altra ne ebbe principio in Puglia. Avrebbe
desiderato esso imperadore, allorchè fu in Roma, di portar la guerra in
quelle parti; ma l'esercito suo, in cui si vedeano cader malati tanti di
loro, troppa ripugnanza ne avea dimostrato. Pertanto i baroni fuorusciti
altro far non poterono se non impetrar delle patenti da esso imperadore,
come inviati da lui a que' popoli. Ricorsero ancora a papa Adriano, che
promise loro ogni aiuto, anzi fu egli il principal promotore di quelle
ribellioni, come accennano Romoaldo Salernitano[2022], Guglielmo
Tirio[2023] ed altri. Fra i principali che armati congiurarono contra
del re _Guglielmo_, vi fu _Roberto_ già principe di Capoa, _Andrea_
conte di Rupecanina, e _Riccardo_ dall'Aquila. Anche _Roberto_ di
Bissavilla conte di Loritello, benchè cugino germano del re Guglielmo,
entrò in quella congiura, anzi ne fu il capo, dacchè il perfido
ammiraglio Maione, favorito del re, l'avea messo in disgrazia di
lui[2024]. Mossero pertanto questi baroni una fiera sollevazione in
Puglia contra del re Guglielmo. Al principe Roberto riuscì di ricuperare
Capoa col suo principato; all'altro Roberto di prendere Suessa, Tiano e
la città di Bari, il cui castello fece egli spianare. Il conte Andrea
s'impadronì del contado d'Alife. Aveano essi baroni sul principio tenuto
trattato con _Manuello imperadore_ di Costantinopoli, per tirarlo in
questa guerra: occasione da lui sospirata molti anni addietro[2025]. Vi
entrò egli dunque a braccia aperte, e spedì in Puglia Michele Paleologo,
quel medesimo che in Ancona fece l'ambasciata all'imperadore Federigo,
con gran somma di danaro al conte Roberto e agli altri baroni, acciocchè
assoldassero gente e facessero guerra al re Guglielmo. Mandò inoltre una
flotta comandata da un Sebasto, la quale s'impossessò di Brindisi, a
riserva del castello. Tutte le altre città marittime s'accordarono coi
Greci e col suddetto Roberto conte di Loritello. In somma si sostennero
in sì fiera tempesta alla divozione del re Guglielmo solamente Napoli,
Amalfi, Surrento, Troia, Melfi, e poche altre città e castella forti.
Per accalorar maggiormente questa impresa mosse da Roma _papa
Adriano_[2026], accompagnato da molte schiere d'armati, e circa la festa
di san Michele di settembre arrivò a san Germano, dove Roberto, di nuovo
principe di Capoa, e gli altri baroni gli giurarono fedeltà ed omaggio.
Di là passò a Benevento, e per tutte quelle parti fu riconosciuta la di
lui sovranità. Intanto dugento cavalli milanesi con dugento fanti,
appena partito da Piacenza Federigo[2027], entrarono nella distrutta
città di Tortona, e vi si afforzarono il meglio che poterono.
V'accorsero i Pavesi colla loro armata[2028]; ma o perchè non si
attentarono, o perchè il marchese di Monferrato per suoi segreti fini li
dissuase, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco. Ciò udito dai
Milanesi, che dianzi aveano richiamato da Tortona quel corpo di gente
senza essere stati ubbiditi, sentendosi animati a soccorrere una città
che per loro amore s'era sacrificata, nacque in loro gran voglia di
rifabbricarla, e a questo fine spedirono colà le genti di Porta Ticinese
e Vercellina, che si diedero a rimettere in piedi le mura.
Successivamente vi mandarono i soldati di due altre porte. Ma eccoti nel
dì 25 di maggio l'esercito pavese venire a trovarli. Uscirono in
campagna i Milanesi, e si affrontarono co' nemici; ma infine toccò loro
la mala fortuna, e il dare alle gambe, con lasciare in preda de' Pavesi
tutto il loro equipaggio, oltre a molti uccisi o presi. In questo fatto
d'armi coi Milanesi si trovò lo stesso Ottone Morena istorico. Nel dì
seguente diedero i Pavesi un fiero assalto alla città, e v'entrarono
anche due bandiere d'essi, ma furono respinti con bravura. Essendo poi
tornati a Pavia i nemici, attesero i Milanesi a rifar le mura e le fosse
di Tortona, tutte alle loro spese. E questo passava in Italia. Dacchè fu
in Germania l'Augusto Federigo[2029], alla metà d'ottobre tenne una gran
dieta in Ratisbona, dove diede il possesso della Baviera ad _Arrigo
Leone_ estense-guelfo duca di Sassonia, e ammise all'udienza _Tebaldo
vescovo_ di Verona, inviato dalla sua città a scusarsi ed umiliarsi. Nè
vi andò indarno. _In gratiam_, dice Ottone da Frisinga, _recepta est
Verona. Nam et magnam pecuniam dedit ac militiam, quam habere posset,
contra Mediolanenses ducere sacramento firmavit_.