NOTE:

[1969] Cardinal. de Arag., in Vit. Eugenii III.

[1970] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1971] Sigon., de Regno Ital., lib. 12.

[1972] Otto Morena, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[1973] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. II.

[1974] Chron. Weingart apud Lebnitium Scriptor Brunsvich.

[1975] Antiquit. Ital., tom. 3, pag. 1221.

[1976] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.

Anno di CRISTO MCLIV. Indizione II.

ADRIANO IV papa 1.

FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 3.

Fu questo l'ultimo anno della vita di _Ruggieri_, primo re di Sicilia,

rapito dalla morte, secondo Romoaldo Salernitano[1977], nel dì 26 di

febbraio in età di cinquantotto anni: principe glorioso per tante

imprese, di statura alta, corpulento, con faccia leonina, saggio,

provvido, accorto, più inclinato a raccogliere che a spendere il danaro,

fiero in pubblico, benigno in privato, verso chi era fedele liberale in

premiarli, aspro sino ad essere crudele contra chi gli mancava di fede.

Era più temuto che amato dai suoi sudditi; e più ancora dei sudditi

aveano paura di lui, perchè lo avean provato, i Greci e Saraceni. Altre

sue lodi si possono raccogliere da Ugo Falcando nel principio della sua

Storia[1978]. A lui si dee principalmente la fondazione dei due bei

regni di Sicilia e di Napoli. Veramente è corso anche a me qualche

sospetto che nel precedente anno potesse egli essere mancato di vita.

Nel testo di Romoaldo la di lui morte è riferita all'anno 1152,

nell'indizione I. Certamente l'anno è fallato, perchè la prima indizione

correva solamente nel febbraio del 1153; al che non badò il cardinal

Baronio[1979]. Ma, per quel che dirò, e l'anno e l'indizione sono ivi

scorretti. Oltre a ciò, nella lettera di Corrado Domenicano[1980]

intorno alle cose di Sicilia, e nella Cronica di Roberto del

Monte[1981], Ruggieri si fa morto nell'anno 1153. Quel che è più, Ottone

Frisingense, scrittore contemporaneo, ed informato degli affari

d'allora, scrive che il _re Federigo_ nel mese di settembre spedì

ambasciatori a _Manuello imperador_ de' Greci, non solamente per

trattare del suo maritaggio, ma ancora[1982] _pro Guilielmo Siculo, qui

patri suo Rogerio noviter defuncto successerat, utriusque imperii

invasore debellando_. Tale spedizione, secondo il contesto di quella

narrativa, appartiene all'anno 1153. Eppure con più fondamento si dee

riferire all'anno presente la morte di Ruggieri, siccome portò opinione

Camillo Pellegrino[1983], uno de' più accurati critici dell'Italia,

opinione confermata dipoi dal padre Pagi[1984], perchè in essa

convengono l'Anonimo Casinense e Ridolfo da Diceto; e il Pellegrino,

attesta ciò ricavarsi dagli strumenti e diplomi d'allora. Aggiungo io

che nella Cronichetta del monistero della Cava, da me data alla

luce[1985], si legge _anno 1154, Indictione II, obiit Rogerius rex, et

Guilielmus filius ejus substituitur_. Altrettanto ha Bernardo di Guidone

nella Vita di Atanasio IV[1986]. Quel poi che può decidere tal

controversia, si è uno strumento, rapportato da Rocco Pirro[1987], e

scritto _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCLIV, regnante

domino nostro Willelmo, Dei gratia sanctissimo et gloriosissimo rege

Siciliae, Apuliae et Capuae, principatus anno I, mense vero II post

obitum beatissimi Rogerii patris sui, mense aprili, Indictione II_. Dopo

il qual documento non dovrebbe più restar controversia intorno a questo

punto. Al re Ruggieri succedette _Guglielmo I_ suo figliuolo, già

dichiarato re, ma non erede delle virtù del padre, che diede principio

con qualche lode e plauso al suo governo, ma nel progresso di male in

peggio andando, si acquistò co' suoi difetti e vizii il soprannome di

_Cattivo_. Si fece egli coronare in Palermo nella Pasqua dell'anno

presente, e non approvando egli i saggi ministri lasciati a lui da suo

padre, parte ne licenziò, e parte ne bandì o cacciò in prigione.

Leggesi da una bolla di papa _Anastasio IV_, da me data alla luce[1988],

in favore della badia della Pomposa, che si dice data _Laterani XIV

kalendas aprilis, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII,

pontificatus vero domni Anastasii papae quarti primo_. Quando per

avventura non fosse qui adoperato l'anno fiorentino e veneto, si dee

scrivere _anno MCLIV_. Un'altra bolla, spedita _VIII kalendas maii_,

vien riferita da Campi[1989]. Continuò questo pontefice la sua vita fino

al dì 2 di dicembre dell'anno presente, in cui Dio il chiamò a sè.

Succedette a lui nella cattedra pontificia _Niccolò_, nato in

Inghilterra nel castello di Santo Albano già canonico regolare in san

Rufo d'Arles, poi _vescovo di Albano_, che, spedito in Norvegia,

confermò nella fede di Gesù Cristo quella barbara nazione, eletto nel dì

3 d'esso dicembre, benchè renitente, da' voti concordi di tutto il sacro

collegio[1990]. Assunse egli il nome di _Adriano IV_, personaggio di

esemplarissima vita, di sublime intendimento e fermezza d'animo, tardo

alla collera, veloce al perdono, e gran limosiniere. Sotto il

pontificato di Eugenio III e d'Anastasio IV era sempre dimorato in Roma

l'eretico Arnaldo da Brescia, protetto e sostenuto da alcuni perversi

potenti, e massimamente dai senatori contro il divieto de' papi. Non

cessava costui di seminare il suo veleno, e benchè scomunicato e,

bandito dal novello papa Adriano, non solo si rideva delle censure, ma

pubblicamente inveiva contra di lui. Avvenne che il cardinale di santa

Podenzana, nell'andare a palazzo, fu insultato da uno di quegli eretici

e ferito a morte. Adriano per tali eccessi sottopose all'interdetto

tutta Roma, e quivi cessarono i divini uffizii: gastigo non mai per

l'addietro provato da quell'augusta città[1991]. All'avviso

dell'assunzione di papa Adriano, non tardò il _re_ di Sicilia

_Guglielmo_ ad inviargli ambasciatori per attestargli il suo ossequio, e

insieme per trattar di pace. Ma ritrovarono ben lontano da questa il

nuovo pontefice, che colla venuta del re Federigo sperava di meglio

acconciare gl'interessi della Chiesa romana ne' principati di Puglia e

di Capoa. Intanto i Milanesi, informati de' mali uffizii fatti contra di

loro dal popolo di Pavia, con incitare lo sdegno del re Federigo ai lor

danni[1992], marciarono coll'esercito per farne vendetta. Galvano Fiamma

scrive[1993], che _expulsis Laudensibus et Cremonensibus, super Papiam

equitaverunt de mense augusti, eosque in admirabilem servitutem

redegerunt_. Ma questo autore, fecondo di favole nel raccontar le

avventure di questi tempi, troppo dice con quelle parole. Non altro gli

autori contemporanei scrivono, se non che ne seguì un gran guasto[1994].

Coi Milanesi andarono in oste i Comaschi, Lodigiani e Cremaschi, nè

v'era memoria di un sì grande esercito come fu questo. Nel dì 11

d'agosto a Lardiraga sopra il fiume Olona vennero alle mani coi Pavesi;

e nella battaglia, che durò dubbiosa fino al tramontar del sole, furono

molti gli uccisi, molti i prigioni dall'una parte e dall'altra. Ma nel

giorno seguente i Milanesi, che s'erano accampati, furono per un

accidente presi da un sì panico terrore, che se ne tornarono alle lor

case, lasciando indietro un ricco bottino d'armi, tende ed arnesi.

Durante questa guerra calò per la valle di Trento in Italia il _re

Federigo_ nel mese di ottobre, coll'accompagnamento conveniente al suo

grado, cioè con un fioritissimo esercito. Seco fra gli altri era _Arrigo

IV_ guelfo estense, soprannominato il lione, duca di Sassonia e Baviera,

il qual, per attestato di Ottone Morena, _in Lombardiam cum ipso rege

fere non cum minori copia equitum, quam ipse rex, venerat_. S'attendò il

re presso il lago di Garda, per ivi aspettar tutta la sua gente, e nel

dì seguente giunse ad accamparsi nei prati di Roncaglia sul Piacentino.

Era il costume, che venendo in Italia il re, ossia l'imperadore, andava

a posar colà, e vi si dava la revista di tutti i vassalli, cioè

feudatarii, sì di quei di Germania che degl'Italiani, obbligati cadauno

a concorrere colà per riconoscere il sovrano. Chi mancava senza licenza

del re perdeva i suoi feudi. Li perderono appunto in tal congiuntura i

vescovi di Brema e di Alberstad, ma solamente lor vita durante, perchè

si toglievano alle persone, e non alle chiese. Non si dee qui

tralasciare il ritratto che fece allora dell'Italia _Ottone vescovo_ di

Frisinga[1995], zio dello stesso Federigo. Confessa che i popoli nulla

più riteneano de' barbarici costumi degli antichi Longobardi, e ne' loro

costumi e linguaggio compariva molto della pulizia e leggiadria de'

vecchi Romani. Talmente si piccavano della libertà, che non voleano

esser governati da un solo, eleggendo piuttosto i consoli, scelti dai

tre ordini, cioè dai capitani, valvassori e plebe, affinchè niuno d'essi

ordini soperchiasse l'altro. Uso era ancora di mutar ogni anno questi

consoli. E per maggiormente popolar le città, costrignevano tutti i

nobili e signorotti abitanti nelle loro diocesi, ancorchè feudatarii

liberi dal lor dominio, di suggettarsi alle città, e di venire ad

abitarvi. Ammettevano ancora alla milizia e ai pubblici ufizi gli

artigiani più meccanici e vili: il che strano pareva al suddetto Ottone,

perchè in Germania non si praticava così, confessando nulladimeno che in

tal maniera le città d'Italia in ricchezze e potenza avanzavano tutte

l'altre fuori d'Italia. Ma un sì felice stato veniva accompagnato anche

dalla superbia e dal pessimo costume di portar poco rispetto al re,

vedendolo mal volentieri venire in Italia, e spesso non ubbidendolo, se

i di lui comandamenti non erano assistiti dalla forza di un buon

esercito. Ma sopra gli altri si facea distinguere l'alterigia del popolo

di Milano, che teneva il primato fra queste città, sì per la sua forza e

per la copia di uomini bellicosi, come ancora per aver sottoposte al suo

dominio le città di Como e di Lodi. Fermossi il re Federigo per cinque o

sei giorni in Roncaglia, dove comparvero i consoli di quasi tutte le

città a dir le loro ragioni, e tutti a giurargli fedeltà. V'intervenne

_Guglielmo marchese_ di Monferrato, signor nobile e grande, e quasi

l'unico che si fosse salvato dall'imperio delle città, il quale portò

querele contra de' popoli d'Asti e del Cairo. Altrettanto fece degli

Astigiani il loro vescovo. Ma più lamentevoli furono le doglianze dei

Comaschi e Lodigiani contra de' Milanesi, benchè presenti fossero i

consoli stessi di Milano, cioè Oberto dall'Orto e Gherardo Negro. Colà

ancora vennero i legati di Genova a venerare il sovrano, a cui

presentarono lioni, struzzoli, pappagalli ed altri preziosi regali di

Levante. Racconta Caffaro ne' suoi Annali (era egli uno degli

ambasciatori) che Federigo[1996] fece loro molto onore e confidenza

degli affari del regno, con promesse di onorar sopra l'altre città

quella di Genova. Meditava già questo principe di far guerra a

_Guglielmo re_ di Sicilia; e però tante carezze dovette fare ai

Genovesi, per valersi della lor flotta in quella occorrenza. Non

mancarono, come ho detto, i Milanesi d'inviare due de' loro consoli a

Roncaglia[1997], per attestare la lor fedeltà a Federigo, con cui ancora

s'accordarono di pagargli quattro mila marche d'argento, e di restituire

i prigioni ai Pavesi. Ma durò ben poco questo sereno. Volendo Federigo

marciare alla volta del Piemonte, prese per condottieri i consoli di

Milano, che il menarono per luoghi disabitati, dove non si trovarono

tappe, nè mercato per comperarne. I due storici Ottoni credono ciò fatto

per frode de' Milanesi, e che di qui avesse principio lo scoppio

dell'ira di Federigo contro d'essi. Ma Sire Raul pretende che Federigo

cercasse col fuscellino i pretesti di prenderla contro il popolo di

Milano, perchè pensò la di lui politica che se metteva al basso i

Milanesi, gli altri popoli tutti avrebbono chinata la testa. Dovette

essere un accidente quel cammino per paese desertato dalle guerre

precedenti. E che non venisse da cabala de' Milanesi, lo fecero essi

conoscere, perchè saputa l'ira di Federigo, andarono tosto a dirupar la

casa di Gherardo Negro, l'uno di que' consoli, per cui balordaggine si

può credere che succedesse quell'inconveniente.

Comunque sia, Federigo incominciò le ostilità contro Milano. Arrivato a

Landriano, fece restituire a Pavia i suoi prigioni; ma i milanesi

prigioni fece legarli alle code de' cavalli, alcuni de' quali si

sottrassero poi colla fuga, ed altri si riscattarono con danaro. Arrivò

alla terra di Rosate, dove erano di presidio cinquecento cavalli

milanesi; e volendovi entrar per forza i Tedeschi affamati, venne ordine

da Milano a quella guarnigione e a tutti gli abitanti di uscirne.

Entrativi poscia i Tedeschi, dopo il sacco bruciarono tutta la terra.

Passò il Ticino su quel di Novara, e bruciò i ponti che vi aveano fatto

fabbricare i Milanesi. Mentre era in Biagrasso, comparvero i deputati di

Milano per pagare le quattro mila marche accordate; ma Federigo le

rifiutò e strapazzò i messi, con trattare il lor popolo da gente di mala

fede ed ingannatrice. Aggiunse di più, che non isperassero da lui

accordo alcuno, finchè non avessero rimesse in libertà le città di Como

e di Lodi. E per conto di Lodi, aveva egli già inviato un suo cappellano

colà per farsi giurare fedeltà. Risposero que' cittadini di non poter

farlo senza il beneplacito di Milano, a cui erano sudditi. Spedirono

poscia colà a chiederne licenza, e questa non fu negata dai Milanesi.

Continuò il suo viaggio Federigo con distruggere da' fondamenti tre

terre di giurisdizion di Milano, cioè Galliate, che era

dell'arcivescovo, Trecate e Mumma. Sire Raul scrive: _Castra et villas

de Monti, et Trecate_. Trovasi nondimeno presso di lui _turris de

Mommo_. In que' contorni celebrò Federigo la festa del Natale con grande

allegria, mentre gl'innocenti abitatori di quelle terre piagneano,

detestando la di lui crudeltà. Era col re Federigo calato in Italia

anche il _duca Guelfo_, e sappiamo dalla Cronica di Weingart[1998] che

vennero a trovarlo _legati de omnibus civitatibus Tusciae, necnon ex

omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offerentes, et subjectionem

voluntariam promittentes_. Prese egli anche possesso di tutte le

castella e beni della fu contessa Matilda, nè apparisce che il pontefice

ne facesse alcuna querela[1999]. Vennero in quest'anno i Mori mossamuti

al castello di Pozzuolo, e gli diedero il sacco; ma ne pagarono la pena,

perchè accorsa la flotta del _re Guglielmo_, ne prese molti, e sterminò

il resto colle spade. Chiuderò le presenti notizie con una spettante

alla casa d'Este. Per l'eredità del comune stipite, cioè del marchese

_Alberto Azzo II_, erano state fin qui liti ed anche guerra[2000], di

cui fa menzione la Cronica di Weingart, fra gli Estensi di Germania

duchi di Baviera e Sassonia, e gli Estensi d'Italia marchesi. Per

terminar sì fatte differenze, _Arrigo il Leone_ duca di Sassonia, venuto

in quest'anno col re Federigo in Italia, trovandosi sul Veronese nella

villa di Povegliano nel dì 27 di ottobre, concedette a titolo di feudo

tutte le sue ragioni sopra Este, Soresino, Arquada e Merendola ai

marchesi _Bonifazio, Folco II, Alberto_ ed _Obizzo_, dall'ultimo de'

quali discende la serenissima casa d'Este, che già ne erano in possesso,

facendo lor fine di tutte le offese fatte da essi e dai lor maggiori

alla linea de' duchi. Con questa concordia i marchesi tennero da lì

innanzi pacificamente quegli Stati. Di Rovigo e d'altri Stati, ch'essi

parimente godeano, non si vede parola in questo accordo. Il medesimo

accordo fecero dipoi i marchesi con _Guelfo duca_ di Spoleti e marchese

della Toscana nell'anno 1160.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 170 / 277 题