[1954] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[1955] San Bernard., lib. 4, cap. 2 de Consideratione.
[1956] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1957] Robertus de Monte, Append. ad Sigebert.
[1958] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae Novae.
[1959] Romualdus Salern., in Chron.
[1960] Anonymus Casinensis. Robertus de Monte.
[1961] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[1962] Otto Frisingensis, de Gestis Friderici I, lib. 1, cap. 63.
Dodechinus, in Append.
[1963] Antiquit. Ital., Dissert. III.
[1964] Amand., de prim. Act. Frider.
[1965] Otto Frisingensis, de Gestis Frider., lib. 2, cap. 2.
[1966] Baron., Annal. Ecclesiast., ad hunc annum.
[1967] Antiquit. Ital., Dissert. LXII.
[1968] Sigon., de Regno Ital., lib. 12.
Anno di CRISTO MCLIII. Indizione I.
ANASTASIO IV papa 1.
FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 2.
Meritava bene il piissimo ed ottimo pontefice _Eugenio III_ di vivere
più lungamente. Egli s'era già cattivato colle sue liberalità e dolci
maniere il popolo di Roma, di modo che già si trovava in istato di
abolire il senato, onde era venuta tanta turbazione a lui e ai tre suoi
predecessori. Avea fabbricato un palazzo presso san Pietro e un altro a
Segna[1969]; avea ricuperata Terracina, Sezza, Normia e la rocca di
Fumone, alienate un pezzo fa dal dominio di San Pietro. Le sue rare
virtù il facevano venerabile ed ubbidito dappertutto. Ma Iddio il volle
chiamare a sè con immenso dolore di tutto quel clero e popolo.
Succedette la morte sua nel dì 7 di luglio del presente anno, mentre
egli dimorava in Tivoli, e fu il suo sepolcro nella basilica vaticana
onorato da Dio con varie miracolose guarigioni. Da lì a due giorni fu
promosso al pontificato Romano _Corrado vescovo_ di Sabina, romano di
nazione, che prese il nome di _Anastasio IV_. In quest'anno ancora
l'immortal servo del Signore _san Bernardo_, fondatore di tanti
monisteri, andò a ricevere in cielo il frutto delle insigni sue virtù e
gloriose fatiche. Tanto angustiarono in questi tempi i potenti Bolognesi
uniti co' Faentini la città d'Imola, troppo inferiore di forze[1970],
che, dopo una rotta data a quel popolo, il costrinsero ad una
svantaggiosa pace, e a dipendere da lì innanzi dai loro cenni. Scrive
ancora il Sigonio[1971] che i Piacentini uniti ai Cremonesi nel dì 26 di
giugno vennero alle mani coll'esercito de' Parmigiani a Casalecchio, e
restarono sconfitti, e, per la maggior parte presi, furono condotti
nelle carceri di Parma. Onde si abbia egli tratte queste notizie nol so
io dire. Negli antichi Annali di quella città non ne truovo vestigio.
Erano già passati quarantadue anni che la città di Lodi stava sotto il
giogo de' Milanesi, trattata non con quella piacevolezza che si cattiva
il cuor de' sudditi, ma bensì con quell'asprezza che li fa gemere e
sospirar tutto dì mutazion di governo. Accadde che due Lodigiani
(siccome abbiamo da Ottone Morena[1972], storico diligente di questi
tempi, e nativo di quella città), l'uno appellato Albernando Alamano, e
maestro Omobuono, per proprii affari essendo iti alla città di Costanza,
vi si trovarono nel tempo stesso che il nuovo re Federigo tenne ivi un
parlamento. Osservato che molti sì ricchi che poveri ricorrevano ad esso
per giustizia, e la ottenevano, saltò loro in pensiero di fare un passo
forte, senza averne commissione e facoltà alcuna dalla loro città. Cioè
prese in ispalla oppure in mano due grosse croci di legno (che tale era
allora l'uso in Italia di chi aggravato portava le sue querele al trono
de' principi), andarono a gittarsi a' piedi di Federigo nel dì 4 di
marzo dell'anno presente, chiedendo con assai lagrime misericordia e
giustizia contra de' Milanesi, come tiranni della lor patria Lodi, ed
esponendo ad uno ad uno tutti gli aspri trattamenti che avea patito e
tuttavia pativa questa infelice città.
Fra le rare doti che si univano in Federigo, principe di grande
accortezza e mente, di petto forte e di valore impareggiabile, non era
l'ultima l'amore della giustizia, ma inflessibile e congiunto, siccome
vedremo, con tal severità, che andava al barbarico. Appena ebbe intese
tali doglianze, che ordinò tosto al suo cancelliere di scrivere lettera
vigorosa ai consoli e al popolo di Milano in favore e sollievo della
città di Lodi, e deputò a portarla un uomo di sua corte appellato
Sicherio. Tornati i due buoni Lodigiani a Lodi, notificarono ai consoli
e al consiglio della Credenza di quella città quanto aveano operato.
Siccome altrove ho io dimostrato, il consiglio della Credenza, nelle
città libere d'Italia, non era composto della sola plebe, come ha
creduto taluno. V'entravano anche i nobili, qualora aveano parte nel
governo. Altro in somma non era che il consiglio segreto, a cui chi
interveniva, prestava giuramento di non rivelar quello che ivi si
trattava. In gran pena furono que' cittadini per tal novità, temendo, e
con ragione, il risentimento e furore de' Milanesi; però in vece di
ringraziamenti caricarono di villanie que' due semplici cittadini, e
serrarono loro in petto queste novelle. Venne Sicherio a Lodi,
credendosi di portar via grosso regalo; ma i consoli di Lodi, riprovando
l'operato de' due lor cittadini, non altro fecero che scongiurarlo di
tornarsene indietro senza presentar la lettera del re ai Milanesi. Ma
egli arditamente ito a Milano, sfoderò gli ordini del re, ricevuti con
sì mal garbo da que' consoli e dal loro consiglio, che dopo aver gittata
in terra e pestata coi piedi la lettera, si avventarono addosso a
Sicherio, ch'ebbe fatica a salvarsi; però se ne tornò egli assai brutto
in Germania, ed espose al re e a' suoi baroni il grave affronto fattogli
e il pericolo da lui corso. Sommo fu lo sdegno di Federigo e dei suoi
principi, e se la legò al dito, per farne vendetta a suo tempo. Crebbe
indicibilmente lo spavento ne' Lodigiani. Di dì in dì si aspettavano
l'ultimo esterminio, minacciato loro da' Milanesi; e per isperanza di
schivarlo, segretamente inviarono al re Federigo una chiave tutta d'oro
per mezzo di _Guglielmo marchese_ di Monferrato, raccomandandosi
caldamente alla di lui protezione. Tornati in sè i Milanesi, per placare
la collera del re, anch'essi gli mandarono una coppa d'oro piena di
danaro, che non fu punto accettata da Federigo. Nello stesso tempo
comparvero alla corte gli ambasciatori di Cremona e di Pavia con ricchi
regali, e insieme con ordine d'esporre in segreto colloquio al re la
superbia de' Milanesi, siccome quelli che erano dietro ad ingoiar tutti
i loro vicini, e di far premure in favore dell'oppressa città di Lodi; e
fu ben eseguita la commessione. Niega il padre Pagi la spedizione di
questi ambasciatori, e la niega a torto. Ottone Morena ce ne assicura.
Nè sussiste, come vuol esso Pagi, che i popoli di Puglia inviassero
ambascerie a Federigo. Le doglianze furono fatte, come ho detto, da que'
baroni cacciati dal re Ruggieri, che si trovavano in Germania.
O nel fine di quest'anno, o sul principio del seguente, non volendo il
re Federigo che restasse un seminario di guerra in Germania, col
lasciare indecisa la lite insorta fra _Arrigo Leone_ duca di Sassonia ed
_Arrigo_ duca di Baviera, a cagion della stessa Baviera[1973],
finalmente diede la sentenza, con aggiudicar quel ducato insigne al
suddetto Arrigo Leone, goduto da' suoi maggiori per tanti anni addietro.
Si venne poi nell'anno 1156 ad una transazione, per cui restò in dominio
dell'altro Arrigo, col titolo di duca, la provincia dell'Austria, oggidì
arciducato, che era in addietro parte della Baviera. Oltre a ciò, aveva
esso Federigo data già, oppur diede allora al _duca Guelfo_, zio paterno
dello stesso duca Arrigo Leone, e materno d'esso re Federigo[1974],
l'investitura della _marca di Toscana_, del _ducato di Spoleti_, del
_principato di Sardegna_, e de' _beni allodiali della fu celebre
contessa Matilda_. Che _Volderico_, dianzi marchese di Toscana, cessasse
di godere di quella dignità, si raccoglie da una sua magnifica donazione
fatta alla chiesa d'Aquileia nell'anno 1170, che io ho dato alla luce
nelle Antichità italiane[1975]. Sicchè possedendo la linea degli Estensi
di Germania tali Stati in Italia, e in Germania i vasti e nobilissimi
ducati della Sassonia e Baviera con Luneburgo e Brunsvich, anche oggidì
esistenti sotto il loro dominio; e signoreggiando l'altra linea de'
marchesi estensi una fioritissima porzione di Stati, massimamente nella
marca trivisana: la potenza del sangue estense arrivò al sommo in questo
tempi. Confermò papa _Anastasio IV_ nell'anno presente i privilegii a
_Pacifico abbate_ del monistero di Brescello, fondato da Azzo conte o
marchese bisavolo della suddetta Matilda, con bolla data[1976] _Laterani
V idus decembris, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII,
pontificatus vero domni Anastasii quarti papae anno primo_.