NOTE:

[1919] Robertus de Monte, Append. ad Sigebert.

[1920] Rumualdus Salernit., Chron. tom. 7 Rer. Ital.

[1921] Anonym. Casinens., tom. 5 Rer. Ital.

[1922] Otto Frisingens., lib. 1, cap. 59. de Gestis Friderici I.

[1923] Abbas Urspergens., in Chronico.

[1924] Niceta Chonial., Hist. lib. 7.

[1925] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1926] Robertus de Monte. Bernardus Guidonis, et alii.

[1927] Bernard. Thesaurarius, in Chron. Anonymus Casinensis, in Chronic.

[1928] Romualdus Salernit., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.

[1929] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae novae.

[1930] Niceta, Histor., lib. 7.

[1931] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.

[1932] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.

[1933] Johan. de Bazano, Annal. Mutin., tom. 1, Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCL. Indizione XIII.

EUGENIO III papa 6.

CORRADO III re di Germania e d'Italia 13.

Benchè fosse seguita pace fra _papa Eugenio_ e i Romani, pure restando

assai torbidi gli animi, nè desistendo il pontefice dalla voglia di

abbattere la novità del ristabilito senato, fu egli di nuovo forzato a

ritirarsi fuori di Roma, mal contento di quella nobiltà. Abbiamo, ma non

so ben dir se in quest'anno, dall'Anonimo Casinense[1934], che _Eugenius

papa urbe egressus, Campaniae moratus est_; e da quello che poi

soggiugne, assai si comprende che per disgusti egli passò a Terra di

Lavoro. Avea _san Bernardo_ inviato ad esso papa nel precedente anno il

primo libro _de Consideratione_. Gl'inviò nel presente il secondo, e

poscia i tre altri di quella bellissima opera. Prima nondimeno ch'egli

uscisse di Roma, venne a visitarlo _Pietro_, celebre abbate di Clugnì,

il quale attesta in una lettera scritta a san Bernardo[1935], d'aver

ricevuto di grandi onori e segni di benevolenza, non solamente da esso

papa, le cui mirabili e savie maniere va descrivendo, ma anche dal

senato romano, dai vescovi e dai cardinali. Dacchè il re Ruggieri vide

nell'anno addietro tutta la sua prole ridotta in un solo rampollo, cioè

in _Guglielmo_, creato da lui o in questo o in esso precedente anno,

duca di Puglia, per desiderio d'avere altri figliuoli a maggior

sicurezza del suo regno, avea presa per moglie _Sibilla_ sorella di

_Odone II duca_ di Borgogna[1936]; ma questa principessa tolta fu dalla

morte all'anno presente, senza ch'ella desse alcun frutto del suo

matrimonio. Pensando i Piacentini alla vendetta, e alla maniera di

rifarsi del danno e della vergogna lor fatta nell'assedio di Tabiano dai

Cremonesi nell'anno precedente[1937], strinsero oppure confermarono lega

coi Milanesi, con indurli a mettersi in campagna coll'esercito loro

contra d'essi Cremonesi. Così fece il popolo di Milano. In questo mentre

i Piacentini voltarono le lor armi e macchine contra il suddetto

castello di Tabiano, del quale infine s'impadronirono, e tosto lo

spianarono. Ben diverso fu l'esito dell'armata milanese. Venuta alle

mani nel dì cinque di luglio coll'armata cremonese a Castelnuovo, fu

forzata a voltar le spalle con perdita di molta gente e cavalli. Peggio

anche le occorse, perchè restò in mano de' vincitori il carroccio loro.

Era questo allora l'uso delle città più forti d'Italia di uscire in

campagna con questo carroccio istituito, siccome già dicemmo, da

_Eriberto arcivescovo_ di Milano nel secolo precedente. Nè altro esso

era che un carro tirato da due o tre paia di buoi ornati di belle

gualdrappe. V'era nel mezzo piantata un'antenna, tenente in cima la

croce, oppure il Crocefisso colla bandiera sventolante del Comune. Stava

sopra d'essa qualche soldato, e intorno marciava di guardia il nerbo dei

più robusti e valorosi combattenti. A guisa dell'Arca del Signore

condotta in campo dagli Ebrei, era menato questo carro. Al vederlo si

rincorava l'esercito. Guai se cadeva in mano de' nemici: allora tutti a

gambe. Grande impegno era il non perderlo; grandi maneggi si faceano per

ricuperarlo. Circa questi tempi, per attestato del Dandolo[1938],

_Domenico Morosino_ doge di Venezia inviò uno stuolo di cinquanta galee

ben armate sotto il comando di Domenico suo figliuolo e di Marino

Gradenigo contra la città di Pola ed altre dell'Istria, che erano

divenute alloggio di corsari, nè più ubbidivano a Venezia. Riuscì di

mettere al dovere quella città, poi Rovigno, Parenzo, Umago, Emonia

oggidì Città Nuova. Secondo gli Annali Pisani[1939], in quest'anno seguì

battaglia fra i popoli di Pisa e Lucca, colla totale disfatta e gran

mortalità de' Lucchesi. Ma, non parlando di questo fatto gli storici

pisani moderni, non paiono sicure tali notizie; e tanto più che quegli

Annali sono di autore poco esatto. Abbiamo ancora dalla Cronica di Fossa

Nuova[1940], che _papa Eugenio_ nel mese di ottobre andò a Ferentino,

dove consecrò molti arcivescovi e vescovi. Anche Romoaldo

Salernitano[1941] attesta, che _rex Rogerius archiepiscopos et episcopos

terrae suae a papa Eugenio jussit consecrari_. Aggiugne l'autore di essa

Cronica, che la città di Terracina fu presa nel dì 26 di novembre, ma

senza dire da chi. Senza dubbio dal papa, a cui in quelle turbolenze

s'era ribellata, o che era stata alienata dai suoi antecessori, come

chiaramente attesta l'autore della sua Vita nella Raccolta del cardinale

d'Aragona[1942].

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 166 / 277 题