[1907] Robert. de Monte. Otto Frisingens et alii.
[1908] Campi, Istoria di Piacenza, tom. 1.
[1909] Baron., Annal. ad hunc annum.
[1910] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[1911] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.
[1912] Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii III.
[1913] Anonymus Cassinens., tom. 5 Rer. Ital.
[1914] Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 7, cap. 58.
[1915] Bernard. Thesaur., Chron. cap. 26, tom. 7 Rer. Ital.
[1916] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[1917] Bernard. Guidonis, P. I, tom. 3 Rer. Ital., in Vita Eugenii III.
[1918] Annales Veteres Mutin., tom. 9 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXLIX. Indizione XII.
EUGENIO III papa 5.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 12.
Durando tuttavia le controversie dei Romani con _papa Eugenio_, questi
colla forza cercò di metterli in dovere. Roberto del Monte scrive sotto
il presente anno, che[1919] _papa Eugenius in Italiam regressus, cum
Romanis vario eventu confligit_. Per attestato di Romoaldo
Salernitano[1920], non mancò il _re Ruggieri_, dacchè ebbe inteso
l'arrivo d'esso papa nelle vicinanze di Roma, di spedirgli i suoi
ambasciatori per attestargli il suo ossequio ed offerirgli aiuto. Aveva
già questo pontefice fatta buona massa di combattenti, e guerreggiava
contro i disubbidienti romani. Accettò volentieri il pontefice
l'esibizione del re, che non tardò ad inviargli un corpo di soldatesche.
Ciò che seguisse in tal guerra le storie che abbiamo nol dicono; se non
che l'Anonimo Casinense scrive[1921], che _Eugenius papa Tusculanum
ingressus, fultus auxilio Rogerii regis, Romanos sibi rebelles
expugnat_. Intanto i due re _Corrado_ e _Lodovico_ si misero in viaggio
per tornare dalla Terra Santa alle lor case, portando con esso loro
nulla di gloria e molto di rammarico. Fu anche un gran dire fra i popoli
cristiani dell'infelicità di questa spedizione, perchè tanta gente s'era
mossa di Francia, Germania, Inghilterra, e altri paesi, che pareano
bastanti a subissar tutti gli infedeli di Oriente. Specialmente addosso
a _san Bernardo_ si scatenarono le lingue maldicenti del popolo,
quasichè egli avesse temerariamente mandate al macello tante migliaia di
persone, e si fosse ingannato nelle sue predizioni, con aver promesso
vittorie, che poi si convertirono in soli pianti. Non potè contenersi il
santo abbate dal fare una savia apologia del suo operato, e la fece
ancora per lui Ottone vescovo di Frisinga. Imbarcatosi il re Corrado,
arrivò ne' confini dell'Acaia, e della Tessaglia, dove si trovava
l'imperador _Manuello_ suo cognato, che cortesemente l'accolse[1922]. I
patimenti in addietro fatti, e l'affanno ch'egli seco portava, il fecero
cadere gravemente infermo, e gli convenne per forza prendere ivi riposo
per qualche tempo. Spedì intanto innanzi _Federigo_ iuniore, nipote suo,
acciocchè vegliasse alla quiete dell'imperio, giacchè abbiamo
dall'Urspergense, che il duca _Guelfo_ per la Calabria e Puglia
ritornato in Germania[1923], stette poco a ricominciar la guerra contro
la Baviera. Nel suo passaggio per la Sicilia aveva egli ricevuto, non
solo grandi finezze dal re Ruggieri, ma anche delle grosse somme d'oro,
acciocchè mantenendo il fuoco della guerra in Germania, non restasse
tempo nè voglia al re Corrado di venire in Italia, siccome egli infatti
meditava e dovea anche averne concertata l'esecuzione coll'imperador de'
Greci. Venne poscia Corrado, ristabilito che fu in salute, per
l'Adriatico a Pola e ad Aquileia, e di là passò in Germania.
Il motivo appunto per cui si trovava in Acaia l'augusto Comneno, era per
vendicarsi del re Ruggieri che gli avea occupata l'isola di Corfù, e
dato il sacco a tante altre città e luoghi del suo dominio. Aveva egli,
per testimonianza di Niceta Coniate[1924], fatto venir dall'Asia e da
altri luoghi quante legioni aveva, ordinate nuove leve di soldati,
allestite le vecchie navi, e fabbricatone gran numero di nuove,
dimanierachè compose una formidabil armata di circa mille legni, con
isperanza, non solo di far vendetta, ma di riacquistar anche la Sicilia,
Calabria e Puglia. Chiamò inoltre i Veneziani in aiuto suo, con accordar
loro una bolla d'oro e privilegii maggiori che quei del tempo
addietro[1925]. Era allora doge di Venezia _Pietro Polano_, e questi in
persona con quanto sforzo potè di gente e di navi andò a congiungersi
colla flotta imperiale. Passò dunque con sì potente apparato di guerra
lo stesso Manuello Comneno augusto in persona all'isola di Corfù, e
vigorosamente intraprese l'assedio di quella città, dove si trovava un
gagliardo presidio del re Ruggieri, a cui non mancava coraggio e voglia
di difendersi. Accadde che in questi tempi _Lodovico re_ di Francia
sciolse le vele da Terra Santa per ritornarsene al suo regno. Erano
indrizzate le prore verso la Sicilia, ma portò la disgrazia, che
abbattutosi in parte della flotta greca, la quale andava scorrendo quei
mari, fu fatto prigione. Parve questa ai condottieri d'essa flotta una
bella preda da ricavarne una grossa ranzone, e già erano in viaggio per
condurre e presentare l'infelice re al loro imperadore. Aveva il re
Ruggieri messo in mare sessanta galee ben armate, con ordine di scorrere
contra de' suoi nemici. Ne era ammiraglio Giorgio, appellato da altri
Gregorio, il quale non ardì di andare a cimentarsi colla troppo
superiore armata de' Greci, assediante Corfù, ma veleggiò alla volta di
Costantinopoli, dove attaccò il fuoco a que' borghi, gittò saette (non
già _aureas_, come ha Roberto del Monte[1926], ma _igneas_, come scrive
il Dandolo) contra del palazzo imperiale, ed, entrato per forza ne'
giardini d'esso palazzo, per trofeo ne portò via le frutta. Ora avvenne,
che tornando indietro quella flotta siciliana, s'incontrò nel convoglio
greco che menava prigioniere il re di Francia Lodovico. Venne alle mani
coi Greci, li ruppe, ed ebbe la sorte di rimettere in libertà quel re,
per le cui generose preghiere l'ammiraglio siciliano s'indusse a
rilasciar dalla prigionia molti Greci presi in tal congiuntura. Che gli
storici moderni della Francia vogliano dissimular questa avventura di un
loro re, può passare; ma che si mettano a negarla, non ne so veder
sufficiente ragione, quando abbiamo storici antichi bastevoli ad
assicurarcene. Fu condotto sano e salvo il re franzese forse a Palermo,
come vuole Bernardo Tesoriere[1927], ma certamente in Calabria nella
città di Potenza, dove si trovava il re Ruggieri. Non lasciò indietro il
re siciliano finezza alcuna, per attestare al monarca franzese la sua
benevolenza e il suo ossequio. Gli fece molti regali, e onorevolmente il
fece condurre e scortare per tutti i suoi Stati. Nel dì 5 d'ottobre
arrivò il re Lodovico al monistero di Monte Casino, ricevuto con grande
onore da que' monaci, e vi si fermò per tre dì. Continuato poscia il
viaggio, trovò papa Eugenio in Tuscolo, il quale, secondochè attesta
Romoaldo Salernitano[1928], ricordevole dei favori a lui compartiti in
Francia da esso re, _eum prout decuit, cum reverentia magna et honore
suscepit, dona multa obtulit et in pace ad propria redire permisit_. Nè
si dee tacere che mentre questo re si trovava nella terra di
Ferentino[1929], Gregorio signor di Fumone, andò per fargli riverenza.
Ma colto nel viaggio da papa Eugenio, restò spogliato d'esso castello di
Fumone.
Con tal vigore intanto il greco Augusto continuò l'assedio di
Corfù[1930], che finalmente lo costrinse alla resa, con accordare ai
difensori un'onesta capitolazione. Ma il governatore della città
siciliano, o perchè maggiormente non si difese, come forse potea, o per
altri motivi, temendo l'ira del re Ruggieri, si acconciò coi Greci, nè
volle più riveder la Sicilia. Perchè poscia una fiera tempesta
scompigliò l'armata navale d'essi Greci, con affondar anche non pochi
legni, lo _imperador Manuello_ non credette più tempo di tentar
l'impresa di Sicilia, massimamente accostandosi il verno; e però
sbarcate le genti alla Vallona, attese a scaricare il suo sdegno contro
ai popoli della Servia, che, durante questa guerra, aveano fatte varie
scorrerie ne' paesi del suo imperio. Tuttavia non finì questa guerra,
senza che la flotta de' Veneziani e dei Greci venisse alle mani con
quella del re Ruggieri. Ben calda fu la zuffa, e la peggio toccò ai
Siciliani, che lasciarono diciannove galee in potere de' nemici. Pare
che non s'accordi colle notizie fin qui addotte la Cronologia di Andrea
Dandolo, mentre egli scrive, che Pietro Polano doge di Venezia nell'anno
diciottesimo, del suo ducato, cioè nel 1148 dopo aver messa insieme
l'armata per andare a Corfù infermatosi, dopo aver dato il comando
d'essa flotta a Giovanni suo fratello e a Rinieri suo figliuolo, se ne
tornò a Venezia. Finita l'impresa di Corfù si restituì quella flotta
vittoriosa alla patria, dove trovò già passato all'altra vita il doge,
in cui luogo fu sustituito _Domenico Morosino_, personaggio di gran
bontà e valore, nell'anno stesso 1148. Certo è che nel presente 1149
succedette la guerra e ricuperazion di Corfù. Però converrà intendere
che i preparamenti di tale spedizione si facessero nel precedente anno,
in cui ancora mancò di vita Pietro Polano, trovato poi morto dai
capitani che tornarono da quella felicissima impresa. Abbiamo poi da
Romoaldo Salernitano, che, quantunque il re Ruggieri somministrasse
aiuti a papa Eugenio III, e mandasse più ambasciatori a lui per
istabilir seco una buona pace e concordia, pure nulla potè ottenere. Dio
il visitò ancora con un altro flagello in quest'anno; imperocchè per
attestato dell'Anonimo Casinense, la morte gli rapì il primogenito suo
_Ruggieri_, duca di Puglia, in età di trent'anni, con infinito cordoglio
del re suo padre e di tutti i suoi popoli. _Vir speciosus et miles
strenuus, pius, benignus, misericors, et a suo populo multum dilectus_,
vien chiamato da Romoaldo. Lasciò questo principe dopo di sè due
piccioli figliuoli, a lui procreati fuori di matrimonio da una nobil
dama, figliuola di Roberto conte di Lecce, appellati l'uno _Tancredi_,
che fu poi re di Sicilia, e _Guglielmo_, de' quali si parlerà a suo
tempo. Di cinque legittimi figliuoli, che avea dianzi il re Ruggieri,
non restò in vita se non _Guglielmo_ suo quartogenito. Si può credere
che papa Eugenio non adoperasse in vano la forza contra de'
recalcitranti Romani, al vedere che seguì fra lui ed essi una concordia
accennata dall'Anonimo Casinense con queste parole: _Eugenius papa
pacem_ (ossia _pactum_) _cum Romanis reformans, Romam reversus est._
Anche Romoaldo Salernitano asserisce che questo pontefice, dopo essere
dimorato per qualche tempo in Tuscolo, si compose coi Romani, da' quali,
non meno che da' senatori tutti, fu con sommo onore qual sovrano
accolto. Ma poca sussistenza ebbe una tal pace. Io non so se si possa
riposare sulla fede di Girolamo Rossi[1931], che a quest'anno mette la
guerra fatta dai Bolognesi e Faentini alla città d'Imola collegata coi
Ravennati, con impadronirsi di San Cassiano, e rimettere in piedi il
castello appellato d'Imola. Seguì, secondo quell'autore, una battaglia
fra i popoli di Ravenna e Forlì dall'un canto, e i Faentini dall'altro
con ispargimento di gran sangue da ambedue le parti. Ma nulla di ciò
parlando gli Annali di Bologna, più sicuro è il sospenderne la credenza.
Abbiamo bensì dalle Croniche di Piacenza[1932], Parma e Cremona, che
avendo in quest'anno i Piacentini assediato il castello di Tabiano,
accorsi i Parmigiani e Cremonesi, diedero loro una grande sconfitta, di
modo che la maggior parte di essi Piacentini restò prigioniera. Giovanni
da Bazzano negli Annali di Modena[1933], dopo aver notata la rotta
suddetta de' Piacentini, aggiugne che in quest'anno la terra di
Nonantola fu distrutta dai Modenesi.