[1859] Otto Frisingens., in Chron., lib. 7, cap. 27.
[1860] Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.
[1861] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1862] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1863] Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.
Anno di CRISTO MCXLIV. Indizione VII.
LUCIO II papa 1.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 7.
Terminò in quest'anno il suo breve pontificato papa _Celestino II_, non
essendo egli giunto a governar la Chiesa di Dio a cinque mesi e mezzo.
Nel dì 9 di marzo diede egli fine a' suoi giorni. Venne poscia eletto
pontefice nel dì 12 dello stesso mese _Gherardo_ de' Caccianemici,
Bolognese di patria, già canonico regolare, e poi cardinale di santa
Croce[1864]. Da papa Innocenzo II per la sua abilità era stato
costituito cancelliere della santa romana Chiesa. Prese il nome di
_Lucio II_. Scrive Romoaldo Salernitano[1865] che il _re Ruggieri_ fece
gran festa per l'esaltazione di questo papa, per esser egli suo compadre
e molto amico, sperando perciò di averlo in tutto favorevole. Nè tardò
egli a spedire i suoi ambasciatori a prestargli ubbidienza, e a pregarlo
di voler venire fino ai confini, cioè a Ceperano, per un comune
abboccamento. Andò il papa, e il re venuto per mare a Gaeta, si portò
poscia ad incontrarlo a Ceperano. Gran dibattimento seguì fra loro
intorno la pace, ed inclinava il papa alla concordia; ma ripugnando i
cardinali, si sciolse il congresso senza conclusione alcuna. Ruggieri,
bollendo per la collera, se ne tornò in Sicilia; ma pria di muoversi,
ordinò a _Ruggieri duca_ di Puglia suo figliuolo di farne risentimento.
Fu ubbidito. Entrò questi con un copioso esercito nella Campania romana,
ossia in Terra di Lavoro, e diede il sacco a tutte quelle contrade sino
a Ferento (ma forse sarà ivi scritto Ferentino); dopo di che se ne tornò
in Puglia. Così toccò, come d'ordinario succede, agli infelici popoli il
far penitenza de' falli altrui. Abbiamo dall'Anonimo Casinense che il re
Ruggieri venne a Monte Casino, e quivi si abboccò col papa, e che se ne
partì in discordia, con poscia prendere parte della Campania con
Terracina. Assediò anche Veroli. _Deinde quodam pacto facto, quod
ceperat, reddidit_. Sembra dunque che seguisse dipoi fra loro qualche
aggiustamento. Morì in quest'anno _Anfuso_ ossia _Alfonso principe_ di
Capoa e Napoli, figliuolo secondogenito di Ruggieri re di Sicilia. A lui
fu sustituito in que' principati _Guglielmo_, terzogenito del re
medesimo. In questi giorni avanzandosi l'ardire de' Romani, oltre
all'erezion del senato, fu anche eletto capo d'esso senato, ossia
patrizio, _Giordano_ figliuolo di Pier Leone, fratello, a mio credere,
del defunto antipapa Anacleto: il che ci fa intendere, essere senza
fondamento ciò che alcuni hanno scritto, che la famiglia di Pier Leone
fu sterminata in Roma. Una parte del popolo minore teneva coi senatori,
e poco mancava ad una patente ribellione. Abbiamo da Otton
Frisingense[1866] (giacchè convien mendicare dagli scrittori stranieri
le cose nostre) che in questi tempi la pazza discordia sguazzava per le
città d'Italia. Aspirava cadauna di esse alla superiorità, e pareva a
ciascuna troppo ristretto il suo dominio, nè restava maniera
d'allargarlo, se non con pelare o soggiogare i vicini. Durava tuttavia
la gara fra i Veneziani e Ravennati, che vicendevolmente si
danneggiavano per terra e per mare. I Veronesi uniti coi Vicentini
facevano guerra ai Padovani collegati coi Trivisani; e probabilmente
quest'anno fu quello in cui misero a ferro e fuoco le castella e le
campagne di Trivigi. Maggiore era l'incendio in Toscana per la guerra
che da gran tempo andava ripullulando fra i Pisani e Lucchesi, la quale
involse in quell'incendio anche le città circonvicine. Non v'era città
libera che in sì fatte turbolenze non facesse delle leghe con altre
città, per ottenerne aiuto. E queste facilmente v'entravano, por non
veder crescere di troppo una città confinante colla depressione
dell'altre.
Erano in lega i Lucchesi coi Sanesi, i Fiorentini coi Pisani. L'oste de'
Fiorentini, insieme con _Ulrico_ ossia _Ulderico_ marchese di Toscana,
corse fino alle porte di Siena, e ne bruciò i borghi. Trovandosi in tali
strettezze i Sanesi, ricorsero per aiuto ai Lucchesi, i quali sì per
sovvenire a quella città collegata, come ancora per sostenere il _conte
Guido Guerra_, che era malmenato dagli stessi Fiorentini, si
dichiararono contro a Firenze. All'incontro i Pisani, a richiesta de'
Fiorentini, uscirono in campagna. Un fiero guasto fu dato da essi e da'
Fiorentini alle castella e ville del suddetto conte Guido. I Sanesi, che
erano venuti per saccheggiare il contado di Firenze, colti in
un'imboscata, quasi tutti vi rimasero prigioni. Più rabbiosa riuscì la
guerra fra i Pisani e Lucchesi. Moltissimi dall'una e dall'altra parte
vi lasciarono la vita; ma innumerabili furono riserbati alle miserie di
una lunghissima prigionia. Lo storico suddetto, cioè Ottone vescovo di
Frisinga, attesta di averli veduti da lì a qualche anno così squallidi e
macilenti nelle pubbliche carceri, che cavavano le lagrime da chiunque
passava per di là: segno che non vi doveva essere cartello di cambio fra
loro, o che ebbero la peggio i Lucchesi, nè restò ad essi maniera di
redimere i suoi. Dagli Annali pisani[1867] abbiamo che la guerra fra
questi due popoli fu per cagione delle due castella di Aginolfo e di
Vurno, e d'altre terre che l'una città all'altra avea occupato. Misero i
Pisani a fuoco quasi tutto il territorio di Lucca, presero il castello
dell'isola di Palude con trecento cittadini lucchesi, e seguitò poi la
guerra anche degli anni parecchi. Per testimonianza ancora del
Dandolo[1868], crebbe in questi tempi la nemicizia fra i Veneziani e
Pisani, e dovunque s'incontrarono per mare, l'una nazione all'altra fece
quanti danni ed oltraggi potè. Ma si interpose _papa Lucio_, e pare che
li pacificasse insieme. Erano anche in rotta i Modenesi co'
Bolognesi[1869], perchè nell'anno addietro il castello di Savignano per
tradimento s'era dato agli ultimi. Se noi avessimo le storie di molte
altre città d'Italia, forse ne troveremmo la maggior parte involte in
altre guerre per questi tempi. Il _re Corrado_ per conto dell'Italia era
come non vi fosse; e però senza verun freno ogni città possente
insolentiva contra dell'altre. Ricavasi ancora da una lettera di _Pietro
abbate_ di Clugnì[1870], che venendo egli nell'anno seguente (per la via
probabilmente di Pontremoli) a Roma per visitar papa Eugenio III, fu nel
viaggio svaligiato da un marchese _Obizzo_ (forse Malaspina); ma ricorso
egli ai Piacentini, questi colla forza obbligarono quel marchese e tutti
i suoi sgherri a dargli soddisfazione, con restituirgli tutto fino a un
soldo. E così van le cose del mondo. Pareva un gran dono la libertà
ricuperata dai popoli italiani, e pur questa servì a renderli più
infelici. Per attestato del Malvezzi[1871], la città di Brescia in
questi medesimi tempi patì un furiosissimo incendio, per cui fu fatto un
verso:
_Plangitur immodicis succensa Brixia flammis_.