NOTE:

[1853] Sicardus Cremonens., in Chron.

[1854] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.

[1855] Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annal. veter. Mutinens.,

tom. 9 Rer Italic.

[1856] Dodech., Append. ad Marian. Scot.

[1857] Abbas Urspergens., in Chron.

[1858] Godefridus Viterbiensis, in Pantheo.

Anno di CRISTO MCXLIII. Indizione VI.

CELESTINO II papa 1.

CORRADO III re di Germania e d'Italia 6.

Ossia che nell'anno precedente, oppure nel presente, il popolo di Tivoli

tornasse all'ubbidienza di papa Innocenzo II, certo è che per

l'indulgenza usata da lui con essi, il popolo romano diede principio a

molte scandalose novità in pregiudizio dell'antichissima signoria ed

autorità temporale de' papi. Erano sì fieramente inviperiti i Romani

contra dei Tivolesi[1859], che quando si trattò di capitolar con essi,

pretesero che il papa non li ricevesse in grazia se non col patto di

smantellar le mura della lor città, e di mandare dispersi fuori di essa

gli abitanti. A questa irragionevole ed inumana pretensione non potè

acconsentire il benignissimo pontefice; perciò i Romani gonfii di

superbia rivolsero anche contra del buon pontefice lo sdegno ed odio

loro. Fatta dunque una sedizione, e corsi a folla in Campidoglio col

pretesto di rinnovar l'antica gloria della città, ristabilirono il

senato, che da gran tempo era scaduto, e senza rispetto alcuno al papa

loro signore, intimarono di nuovo la guerra a Tivoli. Abbiam più volte

veduta menzione del senato romano anche a' tempi di Carlo Magno, e ne'

susseguenti secoli; ma senza sapere qual fosse la di lui autorità in

quei tempi, nè quando esso fosse dipoi abbattuto dai papi. Non volevano

i Romani di questi tempi esser da meno de' lor predecessori. Il male fu,

che non guardarono misure, ed assunsero una specie di sovranità. Nulla

tralasciò il pontefice di esortazioni e minaccie per fermare i passi a

questa specie di ribellione; adoperò anche i regali; ma indarno tutto:

sì grande era la foga del popolo, massimamente della nobiltà. Ed ecco

germogliar le sementi delle perverse dottrine, lasciate in quella città

da Arnaldo da Brescia. È da credere che siffatti sconcerti servissero a

conturbare non men l'animo che la sanità di papa _Innocenzo II_.

Infatti, caduto egli infermo, passò nel dì 24 di settembre dell'anno

presente a miglior vita, lasciando sulla terra un'immortal memoria delle

sue rare doti, e massimamente della sua incomparabile prudenza e

benignità, e dell'aver anche procurata la riforma del clero, con

sustituire dovunque potè ai canonici secolari i regolari. Furono ancora

varie chiese da lui fabbricate o risarcite. Rimise, fra le altre cose,

il tetto della basilica lateranense, che era caduto, con avergli il _re

Ruggieri_ somministrate le grandiose occorrenti travi. Ebbe sepoltura in

essa chiesa in un avello di porfido. In luogo suo da lì a tre giorni fu

eletto papa _Guido cardinale_ di san Marco, di nazione Toscano, del

castello di Felicità (forse città di Castello), che assunse il nome di

_Celestino II_, secondo il costume di questi tempi, nei quali si

richiedeva il nome de' celebri pontefici che fiorirono ne' primi secoli

della Chiesa. Questo pontefice, secondo l'attestato di Romoaldo

Salernitano[1860], ricusò di confermare la concordia stabilita fra il

suo predecessore e il re Ruggieri, e perciò fra loro insorse mala

intelligenza. Circa questi tempi, per testimonianza del Dandolo[1861],

nacque lite fra i Veneziani e Padovani a cagione di un taglio nel fiume

Brenta, fatto non lungi da Sant'Ilario dai secondi con danno dei primi.

Spedì _Pietro Polano_ ambasciatori a Padova per chiederne conto. Fu loro

data una risposta assai arrogante. Il perchè i Veneziani colle lor forze

uscirono a farsi giustizia, ed azzuffatisi coi Padovani alla Tomba,

diedero loro una rotta, e condussero circa trecento di que' nobili presi

nella battaglia a Venezia. Poscia iti gli ambasciatori de' Padovani,

dopo aver protestato che non per far dispiacere o danno al popolo

veneziano era seguito quel taglio, si rimise fra loro l'amicizia e

concordia primiera. Abbiamo parimente dall'Anonimo Casinense[1862] che

il re Ruggieri portatosi in quest'anno al monistero di Monte Casino, la

fece alla turchesca, con levare da quel sacro luogo tutto il tesoro,

lasciandovi solamente la croce dell'altar maggiore col ciborio, che

doveva essere d'argento, e tre tavole da altare. Restano ignoti i

pretesti di questa scelleraggine; se non che anticamente erano troppo

suggette all'ingordigia e avarizia de' principi le ricchezze delle

chiese. S'impadronirono parimente i figliuoli d'esso re della provincia

di Marsi, e, per attestato di Giovanni da Ceccano[1863], anche della

terra d'Arce: il che probabilmente fu origine de' dissapori insorti fra

lui e papa Celestino.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 159 / 277 题