NOTE:

[1827] Labbe, Concilior., tom. 10.

[1828] Falco Benevent., in Chron.

[1829] Johan. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr. Ughell.

[1830] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[1831] Baron., Annal. Ecclesiast.

[1832] Falco Beneventanus, in Chron.

[1833] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 23.

[1834] Annalista Saxo, apud Eccardum.

[1835] Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.

[1836] Petrus Cluniacens., lib. 5, Epist. XXXIV.

[1837] Caffari, Annal. Genuens. lib. 1.

[1838] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXL. Indizione III.

INNOCENZO II papa 11.

CORRADO III re di Germania e d'Italia 3.

In questi tempi cominciò _Arnolfo_ ossia _Arnaldo da Brescia_ a far gran

rumore nella Chiesa di Dio. Costui portatosi in Francia, e messosi sotto

la scuola di _Pietro Abailardo_, seminator di nuove e pericolose

dottrine, dopo aver profittato nella malizia, se ne ritornò in Italia,

e, presa la veste monastica, si diede in Roma a spacciar le sue false

merci[1839]. Grande adulator de' laici, e bel parlatore, prese a tutta

prima a censurare spietatamente i costumi corrotti allora in buona parte

del clero secolare e regolare; e, secondo l'arte degli altri eresiarchi,

passò oltre a condannar generalmente le soverchie ricchezze de' monaci e

degli altri ecclesiastici, e massimamente i loro dominii temporali,

sostenendo che ciò non si poteva accordar col Vangelo, e che i loro beni

erano del principe, e doveano tornare ai laici. Veniva con piacere

accolta questa adulatrice e falsa dottrina dalle persone affatto

mondane, e prese anche in Roma stessa buone radici. Perciò fu egli

scomunicato nell'anno addietro nel concilio lateranense: perlochè,

temendo della pelle, si ricoverò circa questi tempi in Francia. Di là

cacciato, andò in Germania, spargendo dappertutto il suo veleno. _San

Bernardo_ il teneva d'occhio, e scrisse varie lettere per farlo

conoscere a chi buonamente gli dava ricetto. Abbiamo da Falcone

Beneventano[1840] che nell'anno presente il _re Ruggieri_ inviò _Anfuso

principe_ di Capoa suo figliuolo con possente esercito di cavalli e

fanti a conquistare la provincia di Pescara, che abbracciava allora

quasi tutto l'Abruzzo ulteriore. Non poca fatica e tempo costò al

principe suddetto il ridurre all'ubbidienza sua le castella di quella

contrada: laonde ebbe ordine dal padre anche _Ruggieri duca_ di Puglia

di portarsi colà con un grosso corpo di fanteria e mille cavalli. Perchè

tali conquiste si facevano ai confini degli Stati della Chiesa romana,

se ne ingelosì e turbò non poco _papa Innocenzo II_, il quale perciò

spedì due cardinali ai principi fratelli, facendo lor sapere di non

toccare i confini romani. Risposero essi che il loro disegno era, non

già d'occupare l'altrui, ma di ricuperare le terre spettanti ai lor

principati. Informato di ciò il re Ruggieri, che non volea liti col

romano pontefice, verso la metà di luglio sbarcò a Salerno, venne nelle

vicinanze di Benevento, e quivi trattò col _cardinal Giovanni_

governatore di quella città, confermando la risoluzione sua di

mantenersi fedele al papa. Andò poi a Capoa e a San Germano; e perchè

intese che papa Innocenzo era disgustato de' suoi figliuoli, li richiamò

da Pescara. Avrebbe egli voluto abboccarsi con esso pontefice, ma questi

con varie scuse se ne sottrasse, di modo che Ruggieri, per troncare il

corso alle gelosie, licenziò l'esercito. Nulladimeno abbiamo da Giovanni

da Ceccano[1841] che i di lui figliuoli nel mese di luglio presero Sora

ed altri luoghi fino a Ceperano. Andò Ruggieri a Monte Casino, e levato

a que' monaci Monte Corvo, con pretenderlo suo, diede loro in cambio la

rocca di Bantra.

Tenne poscia il re un parlamento in Ariano, dove proibì con rigorose

pene lo spendere nel regno suo le romesine, cioè, a mio credere, la

moneta battuta in Roma; e ne sustituì dell'altra battuta da lui di lega

molto inferiore, a cui diede il nome di ducato; e danari di rame, tre

de' quali valeano una romesina: il che recò un incredibil danno a tutto

il suo dominio, e fece universalmente desiderare la di lui morte. E

perciocchè avea comandato anche ai Beneventani di ricever quella moneta,

se ne alterò forte il papa, e loro ordinò di non ubbidirlo. Appresso

andò il re a Napoli per la prima volta. Fu con immenso onore incontrato

da quella nobiltà e popolo fuori di porta Capuana, e alla porta ricevuto

dal clero con bella processione. L'addestrarono varii nobili fino alla

chiesa maggiore, dove l'aspettava l'_arcivescovo Marino_. Non mancò di

far carezze e regali a quella nobiltà, di visitar tutta la città, e in

una notte fece misurare il circuito della medesima, il quale si trovò

allora di due mila e trecento settantatrè passi. Nel dì seguente dimandò

ai Napoletani, quanto fosse il giro della lor città, e non sapendolo

dire alcuno, lo disse egli con ammirazione di tutti. Sul principio

poscia di ottobre se ne tornò in Sicilia, lasciando in Puglia il duca

Ruggieri, e in Capoa il principe Anfuso. Ci vien meno qui la narrativa

di Falcone Beneventano con grave danno della storia di que' paesi.

Intenti i Genovesi, al pari d'altre città libere di Italia, ad

ingrandire la lor signoria[1842], nell'anno presente con grande esercito

per mare e per terra andarono addosso alla città di Ventimiglia, e

costrinsero tanto essa come tutte le castella di quel contado a

sottomettersi al loro dominio. Ma non sussiste già ciò che sotto questo

anno è scritto negli Annali Pisani[1843], cioè che quel popolo ebbe

guerra con Ruggieri re di Sicilia, e tenne in suo potere Napoli per

sette anni: favola troppo grossolana. Fu bensì in questi tempi, per

attestato del Dandolo[1844], rottura fra il popolo di Fano dall'un

canto, e quei di Ravenna, Pesaro e Sinigaglia dall'altro. Non potendo i

Fanesi resistere soli a tanti nemici, fecero i loro consoli ricorso ai

Veneziani, con promettere fedeltà e censo a _Pietro Polano_ doge, e

concedere loro varii privilegii ed esenzioni nella loro città: dal che

mossi i Veneziani, con una possente flotta andarono contro ai nemici di

quel popolo, e li fecero desistere dalle offese. Intanto non mancava

neppure in Germania la guerra. Il duca _Guelfo VI_, dacchè cessò di

vivere _Arrigo IV_, duca di Baviera e Sassonia suo fratello, mosse le

pretensioni sue sopra la Baviera, siccome ducato paterno ed avito, e

susseguentemente la guerra a _Leopoldo_, che n'era stato investito dal

re Corrado[1845]. Mentre questi faceva l'assedio di Falea, eccoti

all'improvviso comparire il duca Guelfo colle sue schiere, che gli diede

una rotta e l'astrinse alla fuga nel dì 3 d'agosto. Ma avendo voluto lo

stesso Guelfo dar battaglia anche al re Corrado, che assediava Winsperg,

rimase sbaragliato, e dovette fuggire. Questo ho voluto riferire, perchè

si tratta d'un principe della linea germanica de' principi estensi, il

quale non lasciò dormire per questo esso re Corrado, con successivamente

continuar la guerra contra di lui. Confermò in quest'anno esso re ai

Piacentini il privilegio di battere moneta, come costa dal suo diploma

riferito da Umberto Locati[1846].

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 156 / 277 题