[1821] Ordericus Vital., Hist. Ecclesiast., lib. 13. Falco Beneventanus,
in Cronico.
[1822] S. Bernard., Epist. ad Godefridum.
[1823] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. ult.
[1824] Falco Beneventanus, in Chron.
[1825] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 22.
[1826] Annalista Saxo.
Anno di CRISTO MCXXXIX. Indizione II.
INNOCENZO II papa 10.
CORRADO III re di Germania e d'Italia 2.
Sul principio di aprile tenne _papa Innocenzo_ il concilio II generale
lateranense[1827], a cui intervennero circa mille tra arcivescovi,
vescovi ed abbati. Furono quivi fatti molti nobili decreti contra dei
simoniaci, usurarii, incendiarii, ecclesiastici incontinenti, ed altri
delinquenti. Vi ha chi crede che nel concilio da lui tenuto in
Chiaramonte nell'anno 1130, oppure in quello di Rems del 1131 si
pubblicasse il famoso canone _Si quis suadente Diabolo_, con cui è
intimata la scomunica contra chi mette violentemente le mani addosso
agli ecclesiastici, riserbata al sommo pontefice. Certamente questo
canone fu pubblicato oppur confermato nel suddetto concilio lateranense;
e quivi ancora fulminata fu la medesima censura contra del re Ruggieri,
ed annullate tutte le ordinazioni fatte dall'antipapa Anacleto[1828].
Appena era terminato questo concilio, che il valoroso e prudente _duca
Rainolfo_, trovandosi nella città di Troia, sorpreso da un'ardente
febbre, nel dì 30 d'aprile diede fine al suo vivere, con incredibil
dolore e pianto non solo di quei cittadini, ma di quegli ancora di Bari,
Trani, Melfi e Canosa, ridotti all'ultima disperazione, perchè colla
morte di lui restavano tutti senza capo, ed esposti al genio crudele e
tirannico del re Ruggieri. E a tal nuova all'incontro esultò sommamente
esso re, nè tardò a comparire dalla Sicilia a Salerno con assai navi,
gente e danaro. Quivi raccolto dalla Puglia, Calabria e Capoa un potente
esercito, parte ne diede a _Ruggieri duca_ di Puglia suo figliuolo, e
parte ne ritenne per sè. Sottomise egli al suo dominio tutta la
provincia di Capitanata, e il duca suo figliuolo si fece rendere
ubbidienza da tutte le città della Puglia, fuorchè da Bari capitale di
quelle contrade; perchè il principe d'essa vi avea dentro quattrocento
uomini a cavallo, e cinquanta mila cittadini atti alle armi: di modo che
tentò bensì il duca di soggiogar quella città, ma, conoscendone
l'impossibilità, lasciò l'impresa, e andò ad unire il corpo de' suoi
combattenti con quello del re suo padre. Trattarono poscia amendue di
mettere lo assedio alla città di Troia; ma saputo che v'era dentro un
forte e copiosissimo presidio, preso solamente il vicino castello di
Bacarezza, quivi lasciarono dugento cavalieri, con ordine di ristrignere
ed infestare i Troiani. Assediarono poscia la città di Ariano, ed
inutilmente. Alla difesa stavano dugento soldati a cavallo, e copiose
schiere di fanti. Però, levato l'assedio, infierirono solamente contro
le viti, gli ulivi, alberi e seminati di quel territorio. Con estremo
dispiacere sentì anche Innocenzo II la morte del duca Rainolfo; e
veggendo in una deplorabil confusione tutta la Puglia, e il re
incamminato a sottomettere quell'intero paese, saggiamente si rivolse
più di prima a' pensieri di pace, e volle portarsi in persona a
trattarne. Uscito dunque di Roma coll'accompagnamento di _Roberto
principe_ di Capoa, e di circa mille cavalli, e di gran moltitudine di
fanti, giunse alla città di San Germano. Allora il re Ruggieri gli spedì
ambasciatori con proposizioni d'amicizia e di pace, che furono
amorevolmente accolti dal papa; e il papa anch'egli inviò a lui due
cardinali con invitarlo a San Germano. L'invito fu accettato, e Ruggieri
col duca Ruggieri suo figliuolo e colla sua armata si portò in quelle
vicinanze, e per otto giorni seguirono dei forti maneggi di pace, ma
senza potersi accordare fra loro a cagione del principato di Capoa, che
il pontefice esigeva per restituirlo a Roberto, e Ruggieri pretendeva
devoluto per la di lui pretesa fellonia.
Mentre si faceano tali negoziati, il re prese una parte delle castella
de' figliuoli di Borello; e perchè in persona egli era colà, ed era già
tramontata la speranza della pace, il papa comandò ai suoi che
assalissero e devastassero il castello di Galluzzo. Portata questa nuova
al re, a marcie sforzate sen venne egli con tutta l'armata alla volta di
San Germano, e si accampò presso a quella città, entro la quale dimorava
il pontefice. Non si tenendo esso papa nè i suoi sicuri in quel luogo,
sloggiarono ben presto per cercare un sito di maggior sicurezza. Ma il
giovine Ruggieri duca, presi con seco circa mille cavalli, e postosi in
un'imboscata, dove doveano passare i Romani, all'improvviso fu loro
addosso, e li fece dare alle gambe. Salvossi il principe Roberto con
Riccardo fratello del defunto Rainolfo, e coi più de' Romani, de' quali
nondimeno molti si negarono nel fiume, ed altri rimasero prigioni. Fra
questi ultimi per disavventura si contò anche il buon papa Innocenzo, il
quale nello stesso giorno, cioè nel dì 22 di luglio, come si ha da
Falcone, fu condotto sotto buona guardia alla presenza del re Ruggieri,
che gli fece assegnare un padiglione per gli altri cardinali prigioni.
Andò a sacco tutto il tesoro e tutti gli arredi del santo padre, a cui e
agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel
versetto del salmo: _Hi in curribus, et hi in equis: nos autem in nomine
Dei nostri invocavimus_. Differente nondimeno si vuol confessare il caso
presente da quello di san Leone IX papa. Questi andò per combattere, ma
pare che Innocenzo II si movesse per cercare la pace, e che per semplice
sua scorta camminasse con quegli armati. Fors'anche intervenne qualche
iniquità nell'agguato a lui e alla sua gente teso. Che nondimeno
seguissero delle ostilità, si raccoglie da Giovanni da Ceccano, di cui
son queste parole[1829]: _Mense junii venit papa cum Romanis ad
expugnandum regem Siciliae, et incensa sunt a Romanis Falvatera, Insula,
et Sanctus Angelus in Tudicis_. Racconta Romoaldo Salernitano[1830], che
_rex e vestigio prosequutus domnum papam, ad pedes ejusdem voluit
humiliter satis accedere. Sed ipse, utpote vir constans et egregius, eum
primo recipere noluit_. Ma andando innanzi e indietro proposizioni di
pace, il saggio pontefice col consiglio de' cardinali, per sottrarre ai
disagi i molti nobili romani, rimasti anch'essi prigioni, segnò in fine
l'accordo con legittimare a Ruggieri il titolo di re, conferitogli
dall'antipapa Anacleto, ed investire lui del regno di Sicilia, e il
figliuolo di Ruggieri del ducato di Puglia. Nel diploma di tale
investitura presso il cardinal Baronio[1831] si legge confermato anche a
Ruggieri il principato di Capoa; ma niuno parla del ducato di Napoli e
Amalfi. Nella festa di san Jacopo di luglio seguì la suddetta concordia,
e quanto la mestizia era stata incredibile fra i popoli cristiani por la
prigionia del papa, altrettanto fu la consolazione e l'allegrezza per la
pace e liberazione di lui. Presentossi dunque con tutta riverenza il re
Ruggieri insieme co' suoi figliuoli, cioè col duca Ruggieri e con Anfuso
ossia Alfonso principe di Capoa, ai piedi del pontefice[1832]; e dopo
aver chiesto perdono, ed ottenuta l'assoluzione, ricevette l'investitura
degli Stati suddetti col gonfalone dalle di lui mani. Accompagnò egli
dipoi con tutto onore il papa fino a Benevento, nella quale città
entrarono amendue nel dì primo d'agosto, dove il pontefice fece
atterrare il castello fabbricato in quella città da _Rossemanno_, già
creato arcivescovo da Anacleto, e deposto in questa congiuntura, con
sostituirgli _Gregorio_. Furono cagione i prosperosi successi del re
Ruggieri che i Napoletani vennero a Benevento anch'essi a mettersi sotto
il suo dominio, con accettar per loro duca Ruggieri primogenito d'esso
re. Preso poscia congedo dal papa, marciò Ruggieri coll'esercito alla
volta di Troia, i cui cittadini non tardarono a rendersi; ma pregatolo
che entrasse in città, rispose loro che non vi metterebbe il piede
finchè quel traditore (cioè il defunto duca Rainolfo) dimorasse fra
loro. Fu costretto con suo gran rammarico quel popolo a far disotterrare
il cadavero fetente d'esso Rainolfo, che da alcuni suoi nemici con una
fune legata al collo tratto fu per la città, e gittato fuori d'essa
nelle fosse: vendetta orribile e detestata da tutti, e infino dal duca
Ruggieri, il quale presentatosi al padre, tante preghiere adoperò, che
gli fu conceduto di farlo seppellire. Non entrò per questo il re
Ruggieri in Troia, ma a dirittura andò a piantar l'assedio por terra e
per mare alla città di Bari. Spedì Innocenzo pontefice il vescovo
d'Ostia a que' cittadini con esortazioni paterne di cedere amorevolmente
alla forza, per sottrarsi al rigore. Ma quel superbo popolo neppur volle
lasciarlo entrare in città, nonchè badare ai di lui consigli.
Tornossene il papa dopo il dì 2 di settembre a Roma, ricevuto con
immenso gaudio dai Romani, i quali tentarono bensì d'indurlo a rompere
la pace fatta per forza; ma Innocenzo, siccome principe di veterana
prudenza, non volle acconsentire al parer di que' bravi, che poco dianzi
aveano lasciato sì bei segni del loro coraggio nella precedente zuffa.
Continuò il re Ruggieri per tutto l'agosto e il settembre l'assedio di
Bari; le sue petriere e torri di legno distrussero parte delle mura e
torri della città e non pochi palagi; crebbe anche a dismisura la fame
fra quel popolo, sino ad aver per grazia di poter mangiare carne di
cavallo e un tozzo di pane, di maniera che finalmente trattarono della
resa, che fu loro accordata con oneste capitolazioni. Tutto pareva
tranquillo e quieto, quando presentatosi al re Ruggieri uno de' suoi
soldati, dimandò giustizia contra di _Giacinto_ principe di Bari, perchè
gli avesse fatto cavare un occhio. Diede nelle smanie il re, e fatto
fare il processo da' giudici di Troia, Trani e Bari, con pretendere
rotta la capitolazione, fece impiccare il suddetto Giacinto con dieci
suoi consiglieri, e cavar gli occhi a dieci altri, e imprigionare
inoltre e spogliare dei loro beni varii prudenti cittadini di Bari: se
con giustizia e buona fede, Dio lo sa. Con questi barbarici passi
camminava il re Ruggieri, che poscia sul fine di ottobre se n'andò a
Salerno, ed ivi stando pubblicò varii confischi e bandi contra di chi
avea impugnate l'armi contra di lui. Finalmente nel dì 5 di novembre
imbarcatosi in una nave ben corredata, passò a Palermo. Fece gran guerra
in quest'anno _re Corrado_ ad Arrigo estense-guelfo duca di Sassonia e
Baviera, in maniera che questo principe[1833], _ante potentissimus, et
cujus autoritas (ut ipse gloriabatur) a mari usque ad mare, idest a
Dania usque in Siciliam extendebatur, in tantam in brevi humilitatem
venit, ut paene, omnibus fidelibus et amicis suis in Bajoaria a se
deficientibus, clam inde egressus, quatuor tantum comitatus sociis in
Saxoniam veniret_. Ma in Sassonia, assistito da quei popoli, rendè
inutili gli sforzi e disegni di esso re Corrado, siccome ancora quei di
_Adalberto_ creato duca di Sassonia. Ma mentre egli con vigore e fortuna
attende a difendere e a conservar quegli Stati, e già si dispone a
portar la guerra in Baviera per ricuperar quel ducato, eccoti la morte
che mette fine alla vita e a tutte le di lui applicazioni terrene. Corse
voce di veleno a lui dato. Secondo l'Annalista Sassone[1834], _facto
colloquio in Quidelingeburch, Heinricus nobilissimus atque probissimus
dux Bavariae atque Saxoniae, veneficio ibidem, ut fertur, infectus, XIII
kalendas novembris vitam finivit_. Il suo corpo trovò riposo e sepoltura
nel monistero di Luter in Sassonia alla destra dell'imperador Lottario
III suo suocero. Questo principe, eguale un tempo ai re per la sua
potenza, che godeva anche in Italia, oltre a tanti altri Stati, la sua
porzione nell'eredità del sangue estense, a da cui discende la real casa
di Brunswich, vien da' moderni storici contraddistinto dagli altri
Arrighi estensi-guelfi col titolo di _Superbo_, non per altro se non
perchè non s'inchinò a pregare i principi dell'imperio affine di
conseguir la corona germanica. Per altro le virtù abbondarono in lui, e
lasciò dopo di sè una gloriosa memoria, e un solo piccolo figliuolo
maschio, nomato _Arrigo Leone_, che superò anche la gloria del padre; e
raccomandato ai Sassoni, fu da essi con somma fedeltà e valore sostenuto
contro i tentativi del re e degli altri nemici. Nella Toscana, che era
stata ad esso duca Arrigo conceduta in feudo dal suddetto Lottario, da
qui innanzi comparisce marchese di quella provincia _Udelrico_, secondo
le memorie accennate dal Fiorentini[1835]. Ma che in questi tempi la
Toscana si trovasse in uno stato infelice, si raccoglie da una lettera
da Pietro abbate di Clugnì scritta al re Ruggieri, dove scrive[1836] che
nelle parti _miserabilis et infelicis Tusciae nunc res divinae atque
humanae nullo servato ordine confunduntur. Urbes, castra, burgi, villae,
stratae publicae, et ipsae Deo consecratae ecclesiae homicidis,
sacrilegis, raptoribus exponuntur. Peregrini clerici, monachi, abbates,
presbyteri, ipsi supremi ordinis sacerdotes, episcopi, archiepiscopi,
primates, vel patriarchae in manus talium traduntur, spoliantur,
distrahuntur. Et quid dicam? verberantur, occiduntur_. Così circa questi
tempi quell'abbate. Le guerre fra i Genovesi, Lucchesi e Pisani doveano
aver prodotto sì esecrandi disordini. In quest'anno[1837] essi Genovesi
ottennero dal re Corrado la facoltà di battere moneta. Però essi dipoi
fin quasi ai nostri giorni usarono di mettere il nome di questo re nelle
loro monete. Durava tuttavia la rabbia de' Cremonesi contra de' Milanesi
a cagion dell'occupazione di Crema. Si venne perciò nell'anno presente
ad un fatto d'armi fra loro, che riuscì infelicissimo ai primi. Però
scrisse il loro vescovo Sicardo[1838]: _Anno Domini 1139 magna pars
Cremonensium a Mediolanensibus apud Cremam capta, carceralibus vinculis
est mancipata_.