[1756] Cardinal. de Aragonia, in Vita Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer.
Ital.
[1757] Falco Beneventanus, in Chron.
[1758] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1759] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 18. Annalista Saxo.
[1760] Baronius, in Annal. Eccles. ad hunc annum.
[1761] Falco Beneventanus, in Chron.
[1762] Antiquit. Italic., Dissert. XIII.
[1763] Annales Hildesheim. Annalista Saxo.
[1764] Alexander Telesinus, lib. 2, cap. 36.
[1765] Falco Beneventan., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1766] Pagius, ad Annal. Baron.
Anno di CRISTO MCXXXIV. Indizione XII.
INNOCENZO II papa 5.
LOTTARIO III re 10, imper. 2.
Tenne in quest'anno nel dì 30 di maggio papa _Innocenzo II_ un
concilio[1767] generale nella città di Pisa, eletta da lui per suo
domicilio, finchè Dio provvedesse allo scisma di Anacleto. Sono periti
gli atti di quell'insigne sacra adunanza, a cui concorsero i vescovi ed
abbati, non solamente dell'Italia, ma anche della Francia e Germania.
Fra gli altri v'intervenne _san Bernardo_ abbate di Chiaravalle, gran
luminare allora della Chiesa di Dio. Sappiamo che in esso concilio fu
confermata la scomunica contro il suddetto antipapa e contro tutti i
suoi aderenti e protettori[1768]. Furono ivi deposti _Pietro_ vescovo di
Tortona, _Uberto_ vescovo di Lucca, e i vescovi di Bergamo, Boiano ed
Arezzo, forse perchè fautori dell'antipapa Anacleto. Osservò il cardinal
Baronio[1769], che nel ritornare da questo concilio varii vescovi ed
abbati franzesi, furono essi presi ed incarcerati nella Lunigiana e in
Pontremoli. Ne parla Pietro abbate di Clugnì in una lettera a papa
Innocenzo[1770]; ma senza specificare chi fosse l'autore di tale
iniquità, cioè se i partigiani dell'antipapa, oppure alcun padrone di
quelle terre. Dalle memorie accennate dal Fiorentini[1771] abbiamo che
nel 26 di novembre dell'anno 1131 si trovava nel distretto di Volterra_
Ramprettus divino munere Thusciae praeses et marchio_. Questo suo
diploma l'ho io divolgato altrove[1772]. Leggesi poi negli Annali
pisani, all'anno 1135 pisano, cioè nel 1134 nostro volgare, che[1773]
_III kalendas junii Pisis est celebratum concilium per papam
Innocentium, et alios praelatos. In quo concilio Ingilbertus de marchia
Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis, et a Lucensibus
ubique offensus, et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum lacrymis
fugiens, a Pisanis vindicatus est_. Chi desse l'investitura della
Toscana a questo _Ingelberto_, non apparisce. Potrebbe credersi che il
papa colle pretensioni dell'eredità della contessa Matilda, la desse. Ma
questi non potea conferire ad altrui le provincie dell'imperio escluse
dall'eredità d'essa Matilda. E se egli le avesse pretese come allodio,
già abbiamo veduto che ne aveva investito Arrigo duca di Baviera.
All'anno 1137 si scorgerà che l'imperadore mandò soccorso allo stesso
Ingelberto; e però dovea questi essere suo vassallo per la Toscana. Ma
non volendo i Lucchesi che loro comandasse, quindi nacque la guerra
contra di questo marchese. Non è facile a me il determinare se in
questo, oppure nel precedente anno fosse dai Milanesi rigettato e
deposto _Anselmo_ arcivescovo di Milano, dianzi scomunicato, per aver
coronato re d'Italia Corrado. Ne era anche provenuto gran danno alla
chiesa di Milano, come attesta san Bernardo in una sua lettera ai
Milanesi[1774]; perchè papa Innocenzo II l'avea spogliata della dignità
di metropoli ecclesiastica, e a lei sottratti i suoi suffraganei, e fra
gli altri costituito arcivescovo il già vescovo di Genova sottoposto a
Milano. Nega il padre Pagi questo fatto; ma paiono assai chiare le
parole di san Bernardo al popolo milanese, dove dice: _Quid contulit
tibi vetus tua rebellio? Agnosce potius, in qua potestate, gloria, et
honore suffraganeorum tuorum tamdiu privata exstitisti_, con quel che
segue. Non era forestiera in questi tempi una tal pena, e l'abbiam anche
veduta usata contro la chiesa di Ravenna. Racconta Landolfo da San
Paolo[1775] che i Milanesi, clero e popolo, si sollevarono contra d'esso
Anselmo, oramai pentiti d'aver favorito l'antipapa Anacleto e lo spurio
re Corrado. Però si arrogarono l'autorità di dichiararlo decaduto, in
guisa che egli fu costretto a ritirarsi nelle castella della chiesa
milanese. Fu poi confermata, ossia autenticata nel concilio di Pisa la
deposizione d'Anselmo dal pontefice Innocenzo. Ma prima d'esso concilio
aveano i Milanesi invitato alla loro città _san Bernardo_, la cui
santità ed autorità facea in questi tempi gran rumore dappertutto,
acciocchè colla sua presenza e destrezza mettesse fine allo scisma della
loro città, e li riconciliasse con papa Innocenzo II e coll'imperadore
Lottario. Se ne scusò il santo abbate allora, perchè chiamato a Pisa. Ma
appena terminato quel concilio, il pontefice l'inviò colà con _Guido_,
non già arcivescovo di Pisa, ma bensì cardinale di nascita Pisano, col
vescovo d'Albano _Matteo_, personaggio di rare virtù, e con _Goffredo_
vescovo di Sciartres[1776]. La divozione con cui il popolo di Milano
venne all'incontro di quel celebre abbate, fu incredibile. Il riceverono
come angelo di Dio, baciandogli i piedi, e pelandogli il mantello, con
dispiacere nondimeno della sua profonda umiltà. Colla mediazione di
questi legati apostolici e di san Bernardo abiurò tutto quel popolo non
meno l'antipapa che il re Corrado, sottomettendosi al vero papa e
all'Augusto Lottario. E perciocchè era vacante per le addotte cagioni la
chiesa ambrosiana, universale fu il desiderio di quel popolo per
ottenere in loro arcivescovo il santo abbate di Chiaravalle, per la cui
intercessione succederono allora molte miracolose guarigioni in Milano.
Corsero in folla alla chiesa di san Lorenzo, nella cui canonica era egli
alloggiato, richiedendolo per loro pastore; ma il buon santo, che teneva
sotto i piedi tutte le grandezze umane, nel dì seguente colla fuga
deluse tutte le loro speranze. Altrettanto avea fatto a Genova. Allora
fu che alcuni suoi discepoli restati in Milano si accinsero colla
raccolta delle limosine a fondare il monistero de' Cisterciensi di
Chiaravalle fuori di Milano. Andò poscia san Bernardo a Pavia, e quindi
a Cremona, per troncare il corso alla guerra, che quei popoli tuttavia
manteneano contra di Milano. Pare che i Pavesi si quetassero alle
vigorose insinuazioni di lui, ma non già i Cremonesi, tuttochè vedessero
ritornata all'ubbidienza de' varii suoi superiori la città di Milano,
come si raccoglie da una lettera d'esso san Bernardo a papa
Innocenzo[1777].
Tornò sul principio di quest'anno _Roberto II_ principe di Capoa a Pisa,
per sollecitare i soccorsi a lui promessi[1778], e sul fine di febbraio
comparve in Capoa, menando seco due de' consoli pisani, e circa mille
soldati levati da quella città. _Sergio duca_ di Napoli e _Rainolfo
conte_ di Alife approvarono il trattato da lui fatto in Pisa[1779], e
somministrarono il danaro occorrente per accelerar la venuta della
flotta pisana. Intanto eccoti arrivare a Salerno il re Ruggieri con
circa sessanta galee, ch'egli immediatamente spedì contra di Napoli. Ma
ritrovarono quel popolo che non dormiva, ed accorse valorosamente alla
difesa. Però, dopo aver dato il sacco ad alcune castella di que'
contorni, se ne ritornarono a Salerno. Quivi raunata una poderosa armata
di Siciliani e Pugliesi, e spintala addosso al castello di Prata,
tuttochè fosse luogo forte, quasi in un momento se ne impadronì, e lo
diede alle fiamme. Nello stesso primo giorno sottomise Altacoda, la
Grotta e Summonte: il che sparse il terrore fra i Beneventani, Capoani e
Napoletani suoi avversarii. Inoltratosi poi verso il principato di
Capoa, prese Palma e Sarno. Intanto il conte Rainolfo animò tutti i suoi
aderenti, ed uscì in campagna collo esercito suo per fermare i progressi
di Ruggieri. Ma questi, dopo aver munite le rive del fiume Sarno di
cavalieri e d'arcieri, per impedire al conte il passaggio, andò a
mettere l'assedio a Nocera, città forte del principato di Capoa. V'era
dentro Ruggieri da Surriento con buona guarnigione, animoso guerriero, e
risoluto di ben difenderla; ma per tradimento d'alcuni gli convenne
depor l'armi e rendersi. Passò di là il re Ruggieri contra le terre del
conte Rainolfo, e ne conquistò alcune: il che veduto dal conte, per
consiglio de' suoi, mandò a trattar di pace. Ruggieri diede allora luogo
alla collera contra del cognato, e purchè egli si sottomettesse, accettò
la proposizione di restituirgli la moglie e il figliuolo. Presentossi
dunque il conte al re, e inginocchiatosi volle baciargli i piedi. Nol
consentì Ruggieri, e baciatolo in volto, pacificossi con lui, e ne
ricevette il giuramento di fedeltà. Trattò in tale occasione Rainolfo
anche della pace con Roberto principe di Capoa; e il re s'indusse a
concederla, purchè Roberto prima della metà del mese d'agosto si
riconoscesse suo vassallo, e cedesse le terre perdute. Era in questo
mentre ito a Pisa Roberto, per implorare il promesso soccorso da papa
Innocenzo e dai Pisani. Passato quel termine, il re, veggendo non essere
accettata l'esibita pace, s'impossessò di Castello a Mare, e di altre
terre d'Ugo conte di Boiano. Andò al monistero di Telesa[1780], dove fu
ben accolto da Alessandro abbate, scrittore poi dei fatti del re
medesimo; e di là s'inviò alla volta della nobilissima città di Capoa.
Niuna difesa volle far quel popolo, con attendere solo a placarlo; e
però uscito in processione, con grande onore l'accolse, e con inni e
lodi il condusse alla chiesa maggiore e gli giurò fedeltà. Si accigneva
appresso il re Ruggieri, dopo essersi impadronito di Aversa e del resto
del principato capoano, a passar contra di Napoli; ma Sergio duca di
quell'inclita città, giudicando meglio di non aspettar la tempesta,
venne in persona a rendersi, cioè a sottoporsi come vassallo alla di lui
sovranità. Altrettanto fecero quei della casa di Borello. Presentossi
anche Ruggieri sotto Benevento, con obbligar quel popolo a prestargli
giuramento di fedeltà, salvo nondimeno l'omaggio dovuto al papa. Però
non fu pigro l'antipapa Anacleto a volar colà, e a ripigliarne il
possesso, con far poscia demolir le case d'alcuni di que' cittadini che
non erano in sua grazia. Così in breve tempo ridusse il re Ruggieri
sotto il suo dominio quel vasto e fioritissimo paese. Dopo di che pieno
di gloria se ne tornò a Salerno, e di là in Sicilia. Roberto principe di
Capoa restò in Pisa presso papa Innocenzo, aspettando amendue con
pazienza migliori venti dal settentrione, cioè dall'_imperadore
Lottario_. Scrive Landolfo da san Paolo[1781] che in quest'anno il
principe _Corrado_, cioè lo stesso che dai Milanesi avea conseguita la
corona del regno d'Italia, _altiori consilio potitus, imperatoris
Lotharii vexillifer est factus_, cioè si era riconciliato
coll'imperadore. Ma raccontando altri scrittori, che questa pace
solamente seguì nell'anno prossimo venturo, o Landolfo anticipò il
tempo, oppure s'incominciò in quest'anno il trattato della concordia, e
poi si compiè nel seguente. Fino a questi tempi menò i suoi giorni
_Folco marchese_ d'Este, figliuolo del celebre marchese _Azzo II_, e
progenitore della linea de' marchesi di Este, che fiorisce tuttavia nei
duchi di Modena. Ciò apparisce da uno strumento di cession di beni da
lui fatta al monistero di san Salvatore della Fratta[1782]. Quanto di
vita gli restasse dipoi, non so dire. Ben so, ch'egli giunto al fine dei
suoi giorni, lasciò dopo sè quattro figliuoli, cioè _Bonifazio_, _Folco
II_, _Alberto_ ed _Obizo_, e fors'anche il quinto, chiamato _Azzo_.
Portarono tutti il titolo di _marchesi_, siccome costa dai loro
strumenti, e signoreggiarono in Este, Rovigo e nelle altre antiche terre
della casa di Este.