[1690] Falco Beneventanus, in Chron.
[1691] Abbas Telesinus, lib. 1, cap. 12.
[1692] Falco Beneventanus, in Chron.
[1693] Cardinal. de Aragon., in Vit. Honorii II.
[1694] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 17.
[1695] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 39.
[1696] Antichità Estensi, P. I, cap. 30.
[1697] Antiquit. Italic., Dissert. VI.
[1698] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 17.
Anno di CRISTO MCXXIX. Indizione VII.
ONORIO II papa 6.
LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 5.
Nella Vita di papa _Onorio II_ è scritto che egli[1699] _delegavit
Petrum presbyterum cardinalem tituli sanctae Anastasiae ad partes
Ravennae, qui deposuit aquilejensem et venetum patriarchas_. Il cardinal
Baronio[1700] non seppe il perchè. Ma Bernardo di Guidone[1701] ne
adduce il reato, _quia invenit eos schismaticis favorabiles exstitisse_.
Il Dandolo[1702] scrive, _quia schismaticis fuerant fautores_. Tolomeo
da Lucca[1703] vi aggiugne un forte. Non si può intendere questo
dall'antecedente scisma, perchè la pace avea abolito tutti i delitti e
processi. Adunque, siccome subodorò il Sigonio[1704], potè piuttosto
procedere la loro condanna per aver promosso o abbracciato il partito di
_Corrado_ usurpatore della corona d'Italia contro il giuramento prestato
al _re Lottario_, cioè ad un principe approvato dalla santa Sede. Da una
lettera scritta in questi tempi dall'arcivescovo di Salisburgo al
vescovo di Bamberga, che si legge fra le raccolte da Udalrico[1705],
impariamo che fu eletto in luogo di _Gherardo_, stirpe inutile e piena
di vizii, un altro patriarca, che era decano di Bamberga, uomo dabbene,
e perciò _eliminatam fuisse veterum spurcitiarum, quae longo illic
tempore dominata fuerat, foeditatem, quum abjecta indigna satis omni
ecclesiastico regimini persona, clerum et populum vidimus tam honeste
tamque canonice de alterius substitutione cogitare_. Qui nulla si parla
di scisma; solamente è accusato quel _Gherardo_, chiamato _Riccardo_
dall'Ughelli[1706], di inabilità e di vizii. E però le lodi a lui date
dal Candido, da esso Ughelli e da altri, si debbono cancellare. Ma
eletto che fu il decano suddetto, quel clero il perseguitò in maniera
che fu obbligato a fuggire, e noi non sappiamo se quel _Pellegrino_ che
gli succedette, sia lo stesso decano. È nondimeno da stupire come tali
scrittori parlino della deposizione di que' due patriarchi, e nulla
dicano di quanto avvenne ad _Anselmo arcivescovo_ di Milano. Noi certo
abbiamo da Landolfo da san Paolo[1707] che _Giovanni da Crema_ cardinale
romano, venuto a Pavia, qui raunò un concilio de' vescovi suffraganei
della chiesa di Milano per iscomunicare il suddetto arcivescovo, perchè
egli avesse coronato ed alzato Corrado al regno contro il legittimo re
Lottario. Anselmo, udito questo rumore, spedì colà molti de' suoi per
pregarli di non procedere avanti senza ascoltarlo; ma il cardinale e i
vescovi, incitati da alcune città che aderivano ad esso re Lottario,
niuna dilazione vollero accordargli, e fulminarono contro di lui la
scomunica. Dico la scomunica, perchè non parla quello storico di
deposizione. Anzi aggiunge che la maggior parte de' Milanesi, finchè
visse papa Onorio II, tennero per loro pastore il soprammentovato
Anselmo. Quali poi fossero le città costanti nell'ubbidienza al re
Lottario, lo spiega il medesimo storico con dire: _At papienses,
cremonenses, novarienses quoque, et eorum episcopi, et aliarum
civitatum, praedicantes hoc regium opus Anselmi contrarium Deo, et magno
regi Lothario, nequaquam illius pontificis_ (cioè di Anselmo)
_legationem susceperunt, sed ipsum praestante cardinali illo Johanne
excommunicaverunt_.
Si aggiunse ai motivi di nimicizia fra le suddette città e Milano
l'altro della nobil terra di Crema, oggidì città. Era questa sottoposta
nello spirituale e temporale a Cremona, e ribellatasi, implorò la
protezione de' Milanesi, che volentieri ne convennero, siccome popolo
potente e rivolto ad ampliare il dominio e a sottomettere i vicini. Però
i Cremonesi collegati con quei di Pavia, di Novara e d'altre città che
di mal occhio miravano il soverchio ingrandimento de' Milanesi, loro
mossero guerra: guerra che costò poi tanto sangue, e parecchi anni durò.
Ma che divenne del suddetto Corrado re? Lo stesso Landolfo narra che
_fortis manus Honorii papae ipsum resupinavit, atque ad Germaniam, quasi
ad sua propria loca redire fecit_. V'ha chi crede che la di lui ritirata
seguisse nell'anno presente o nel seguente, ma non ne appariscono le
pruove; e che ciò avvenisse solamente nell'anno 1132, lo vedremo fra
poco. È stato creduto che esso re Corrado soggiornasse tuttavia in Lucca
nel dì 4 di settembre, perchè, secondo l'attestato di Francesco Maria
Fiorentini[1708], in quel giorno e luogo concedette un privilegio al
monistero di san Ponziano. Ma da abbracciar sì fatta opinione dee
ritenere ognuno il vedere che egli in detto privilegio è intitolato
_Conradus divina gratta Ravennatum dux, et Thusciae praeses et marchio_.
Se si trattasse del già menzionato Corrado, coronato re in Milano,
avrebbe egli adoperato il titolo di re. Però marchese di Toscana era in
questi tempi un _Corrado_, diverso da Corrado, fratello di Federigo duca
di Suevia; e questo ultimo, se crediamo all'Urspergense[1709], era duca
di Franconia. Per conseguente, neppur sussiste che Corrado marchese di
Toscana fosse nipote di Arrigo V Augusto, come immaginò il suddetto
Fiorentini. Di questo _Corrado_ marchese di Toscana ho io pubblicalo due
diplomi[1710], spettanti all'anno 1120 e 1121, i quali ci fan conoscere
ch'egli, vivente ancora Arrigo, quarto fra gl'imperadori, governava la
Toscana. Ci ha conservato Udalrico da Bamberga[1711] un'altra lettera,
scritta da _Litifredo_ vescovo di Novara _Lothario Dei gratia Romanorum
regi Augusto,_ in cui leggiamo le seguenti parole: _Excellentia vestra
pro certo cognoscat, quod Novaria, Papia, Placentia, Cremona, et Brixia,
civitates Italiae, firmiter fidelitatem vestram custodiunt, et adventum
vestrum unanimiter cupiunt. Cunradus autem Mediolanensium idolum, ab eis
tamen relictum, arrepta fuga solum Parmae habet refugium, ubi tam
pauper, tamque paucis stipatus viliter moratur, quod ab uno loco ad
alium vix fama ejus extenditur_. Veggiamo qui che i Milanesi aveano già
abbandonato Corrado, e ch'egli poveramente dimorava in Parma. Ciò sembra
indicare che anche nell'anno seguente egli si trattenesse in Italia, ma
caduto di credito. Nè certamente egli dovea essere Corrado duca di
Toscana.
Giunta che fu la primavera[1712], tornato _Ruggieri duca_ di Puglia e
conte di Sicilia di qua dallo stretto con un possente esercito, trovò
che _Tancredi_ di Conversano si era rimesso in possesso di Brindisi e di
altre terre a lui dinanzi tolte. Intraprese l'assedio di quella città;
ma trovatala più forte ed ostinata, si ritirò ed attese ad impadronirsi
di Montalto, di Rossano e di altre terre, la conquista delle quali
cagionò che per timore di tanta potenza molti baroni venissero a
prestargli omaggio, e ad onorarlo qual loro sovrano. Fra gli altri non
tardò a pacificar seco _Rainolfo_ conte di Alife, marito di una sua
sorella, coll'aiuto del quale ridusse dopo pochi giorni d'assedio la
città di Troia a sottomettersi ai di lui voleri. Tenuto poscia un
parlamento nella città di Melfi, dove chiamò tutti i baroni di Puglia,
intimò la pace e concordia fra loro, il mantenimento della giustizia, e
il rispetto alle chiese e alle persone sacre. Gli stava poi sul cuore la
permissione da lui mal volentieri accordata ai Salernitani di tener essi
la guardia della torre maggiore, ossia della fortezza di quella città,
parendogli di non essere padrone, se la lasciava in lor mano. Perciò con
tutte le sue forze passò sotto Salerno, ed attorniatala da tutte le
parti, richiese la cession d'essa torre; e fu d'uopo ubbidirlo. Da
quanto poi soggiugne Alessandro abbate telesino, pare che[1713] anche
_Sergio duca_ di Napoli fosse allora costretto a giurar suggezione e
fedeltà ad esso Ruggieri, se non volle far pruova delle forze di lui. Ma
il medesimo storico parla dipoi all'anno seguente della suggezion de'
Napolitani. Perciò poco o nulla restò nel paese che ora appelliamo Regno
di Napoli e di Sicilia, su cui o immediatamente o mediatamente non
signoreggiasse il duca e conte Ruggieri. Avvenne ancora in quest'anno
che sedici galee di Genovesi, andando in traccia de' Pisani loro nemici,
li trovarono a Messina già scesi in terra[1714]. Attaccarono una zuffa
con loro, e tuttochè i Messinesi accorressero in aiuto de' Pisani,
furono tutti respinti fino al palazzo del duca dal valore de' Genovesi,
i quali occuparono in tal congiuntura una buona somma di danaro, benchè
poi, ad istanza del medesimo Ruggieri, la restituissero. Portossi papa
_Onorio II_ nell'anno presente a Benevento nel mese d'agosto, e vi
consecrò abbate di santa Sofia _Francone_[1715]. Avendo poi pregato i
Beneventani di voler rimettere nella città alcuni nobili da loro
esiliati, nol potè ottenere. Di questa loro durezza sdegnato, uscì della
città, ed abboccatosi col duca Ruggieri, si fece promettere che
nell'anno seguente verrebbe coll'armata a gastigare l'orgoglio di quel
popolo. Fece ancora dare il sacco a varii luoghi del loro territorio, e
così in collera se ne tornò a Roma.