[1559] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1560] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1561] Sicard., in Chron.
[1562] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 62.
[1563] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.
[1564] Petrus Diaconus, Chron. lib. 4, cap. 60.
[1565] Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II.
[1566] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 60.
[1567] Falco Beneventan., in Chron.
[1568] Antichità Estensi P. I, cap. 29.
[1569] Chron. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunswic. Leibnitii.
[1570] Dandul. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1571] Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 173.
[1572] Antichità Estensi, P. I.
[1573] Antiquit. Italic., Dissert. VI, pag. 315.
Anno di CRISTO MCXVIII. Indizione XI.
GELASIO II papa 1.
ARRIGO V re 15, imperad. 8.
Abbiamo da Pandolfo Pisano[1574], scrittore contemporaneo della vita di
_Pasquale II_, che questo pontefice nello autunno dell'anno precedente
era venuto ad Anagni. Quivi per la vecchiaia e per li patimenti fatti
cadde infermo, e si ridusse a tale, che i medici il davano per ispedito.
Tuttavia si rimise alquanto in forze, di maniera che potè venire a
Palestrina, dove celebrò il santo Natale ed anche l'Epifania, e congedò
gli ambasciatori di _Alessio Comneno_ imperadore d'Oriente, il quale
finì appunto i suoi giorni in quest'anno, con aver per successore
_Giovanni_ suo figliuolo. Ciò fatto, coraggiosamente venne il buon papa
con un corpo d'armati alla volta di Roma, _et liberaturus beati Petri
basilicam, incautis hostibus Romam in porticum venit_. Legge il padre
Papebrochio _in portica_, e spiega tal parola _in lectica_. Ma è da
sapere che il portico di san Pietro contiguo alla basilica vaticana, e
spesse volte menzionato nelle antiche storie, volgarmente veniva
chiamato la _portica_. Però _in portica_ altro non è ivi che _porticum_,
come ha il testo della biblioteca estense, di cui mi son servito io
nell'edizion delle Vite di Pandolfo Pisano. Tal timore arrecò la venuta
del pontefice in quel luogo al prefetto di Roma e a Tolomeo, capi de'
sediziosi romani, che già pensavano a nascondersi. Ma aggravatasi
l'infermità del pontefice, mentre stava preparando le macchine militari
per cacciar colla forza da san Pietro i nemici, questa il condusse al
fine de' suoi giorni nel dì 21 di gennaio come pruova il padre
Pagi[1575]. Piissimo, saggio ed ottimo pontefice, che in tempi
sommamente torbidi si seppe regolare con prudenza, carità e
mansuetudine; e merita scusa se nella sua prigionia non fece di meglio.
Vero è che il cardinal Baronio[1576] non gli sa perdonare, perchè mai
non si volesse indurre dipoi a scomunicar Arrigo V, dopo gli strapazzi
ricevuti da lui, con dire ch'egli _visus est languescere et hebescere_,
e che per non avere aderito ai cardinali, i quali proferirono essa
scomunica, _magnam ipse sibi notam inussit, summam vero laudem sibi
pepererunt cardinales_. Questo papa nondimeno non già biasimo, ma lode
riporterà di aver così operato presso chiunque rifletterà che in tal
maniera diede egli a conoscere la delicatezza della sua coscienza.
Rivocò egli la concession dell'investiture, perchè era obbligato a non
approvar quel disordine. Per conto poi di Arrigo, niun ostacolo riteneva
i cardinali dallo scomunicarlo; ma il buon papa non conobbe dall'un
canto necessarie le censure, e dall'altro gli stava davanti agli occhi
l'avere col giuramento chiamato Dio in testimonio della sua promessa di
non fulminare contra dell'imperador la scomunica. Secondo il Baronio,
non teneva quel giuramento; ma meglio fia il credere ad un papa, ch'esso
teneva in quella congiuntura. Almeno poteva esserci dubbio, e il buon
pontefice volle eleggere la parte più sicura, con osservar la parola e
il giuramento fatto, e lasciar correre intanto la scomunica de'
cardinali e d'altri contra d'Arrigo: il che era bastante al bisogno. Fu
poi portato nel dì seguente il corpo imbalsamato d'esso _Pasquale II_
alla sepoltura nella basilica lateranense in un mausoleo: al che niuno
de' Romani fece opposizione, giacchè si trattava di ammetterlo morto.
Tre giorni dopo la morte del papa si raunarono i vescovi e cardinali con
alquanti senatori e consoli romani per trattare dell'elezion del
successore[1577]. Cadde questa sopra la persona di _Giovanni Gaetano_,
già monaco casinense, poscia cardinale e cancelliere della santa romana
Chiesa, vecchio venerando per l'età e più per le sue virtù e per
gl'illibati costumi. Abbiamo la sua Vita elegantemente scritta da
Pandolfo Pisano, autore contemporaneo, ed illustrata da Costantino
Gaetano abbate benedettino. Prese poscia il nome di _Gelasio II_.
Ma appena si sparse la voce del papa eletto, che Cencio Frangipane, uno
dei fazionarii dell'imperadore, con una mano di masnadieri ruppe le
porte della chiesa, prese il pontefice eletto per la gola, con pugni e
calci il percosse, e a guisa di un ladrone il trasse alla sua casa, e
quivi l'imprigionò. All'avviso di questo esecrabil attentato, furono in
armi Pietro prefetto di Roma, Pietro di Leone con altri nobili, e dodici
rioni della città coi Trasteverini; e saliti in Campidoglio, spedirono
tosto istanze e minacce ai Frangipani, perchè rimettessero in libertà il
papa. Fu egli in fatti rilasciato, e trionfalmente condotto al palazzo
del Laterano, quivi con tutta pace cominciò a dar udienza alla nobiltà
romana, che in copia concorreva ad onorarlo. Si andava intanto divisando
di aspettar le quattro tempora, nelle quali l'eletto pontefice, che
solamente era diacono, si potesse promuovere al presbiterio e consecrar
papa: quando eccoti nuova una notte che l'imperadore Arrigo era
segretamente arrivato con gente armata nel portico di san Pietro[1578].
Trovavasi egli sul Padovano, o, per dir meglio, ne' contorni del Po
verso Torino, come ha Landolfo da san Paolo; e udita appena la morte di
papa Pasquale, frettolosamente si mise in viaggio coll'esercito alla
volta di Roma, e colà all'improvviso arrivò nel dì 2 di marzo, quando
egli avea dianzi fatto sapere a Roma che solamente per Pasqua volea
venirvi. Ora all'avviso di così impensato arrivo, spaventato il papa,
con tutta la sua corte si ritirò per quella notte in una casa privata, e
la seguente mane imbarcatosi con tutti i suoi in due galee, pel Tevere
discese al mare. Ma si trovò terribilmente gonfio esso mare con pioggia
e tuoni; lo stesso Tevere era in tempesta; però convenne prendere terra.
_Ugo cardinale_ d'Alatri, col benefizio della notte, prese il papa sulle
sue spalle, e miselo in salvo nel castello d'Ardea, perciocchè già i
Tedeschi battevano le rive di quel fiume. Essendo ritornati costoro la
mattina a Porto, giurarono i cortigiani del papa che il papa era
fuggito; ed essi perciò si ritirarono. Fu ricondotto il pontefice in
nave, e dopo varii pericoli nel mare tuttavia grosso, arrivò a
Terracina, e di là a Gaeta, patria del medesimo papa, dove con gran
solennità si vide accolto. Colà concorsero varii arcivescovi, vescovi ed
abbati per onorarlo. Vi spedì anche l'imperadore i suoi messi per
pregarlo di ritornare a Roma, a farsi consecrare, e mostrando gran
premura di assistere ad una tal funzione, e che questa sarebbe la
maniera più facile per ristabilir l'unione. E non facendolo, aggiunse
minaccie. Non parve al saggio pontefice sano consiglio il fidarsi di un
principe che avea sì sonoramente perduto il rispetto al suo
predecessore, con cui anch'egli fu fatto prigione. E per conto del
trattato di pace[1579], fece sapergli che vi darebbe volentieri mano in
luogo e tempo proprio, cioè in Milano o in Cremona, per la festa di san
Luca. Scelse il pontefice queste due potenti città, perchè già divenute
libere e divotissime de' sommi pontefici; giacchè egli non si potea
fidar de' Romani, gente venale in que' tempi, e tante volte provati da'
suoi predecessori e da lui stesso per poco fedeli. Fu egli poscia
ordinato prete e vescovo nelle quattro tempora di marzo, alla qual
funzione, oltre ad una gran copia di prelati e d'innumerabil popolo,
intervennero ancora _Guglielmo duca_ di Puglia e Calabria, _Roberto
principe_ di Capoa, e _Riccardo_ dall'Aquila duca di Gaeta, principi che
in quella occasione giurarono fedeltà ed omaggio ad esso papa Gelasio,
siccome a sovrano temporale de' loro Stati. Accorgendosi intanto
l'imperadore Arrigo che non vi restava apparenza di poter condurre a'
suoi voleri il papa, passò ad un eccesso troppo indegno di principe
cristiano, e di chi voleva essere nominato e creduto difensore della
Chiesa romana. Cioè unito con que' pochi o molti nobili romani che
stavano attaccati al suo partito, fece dichiarar papa, voglio dire
antipapa, _Maurizio Burdino_ (che già vedemmo arcivescovo di Braga, e
scomunicato dal medesimo papa Pasquale II), _die quadragesimo quarto
post electionem nostram_, dice papa Gelasio nella lettera scritta ai
vescovi e principi della Francia. Per conseguente la promozione di
questo mostro dovette succedere circa il dì 9 di marzo: il che vien
confermato da Landolfo da san Paolo[1580], che la scrive avvenuta
_septimo idus martii_. Aggiugne questo istorico che Arrigo fece valere
presso i Romani la risposta data da Gelasio di discutere la controversia
del papato in Milano o in Cremona, e che essi _clamaverunt: numquid
honorem Romae volunt illi transferre Cremonae? Absit_. Però si animarono
ad eleggere un altro papa. Oltre a ciò, _magister Guarnerius de Bononia,
et plures legis periti populum romanum convenerunt_, per fargli credere
che si potea passare a quella sacrilega elezione e consecrazione. Questo
è il medesimo Guarnieri di cui s'è parlato di sopra all'anno 1116.
Veggasi che gran sapere e che buona coscienza avesse questo sì decantato
restitutore della giurisprudenza romana. Prese l'empio ed ambizioso
Burdino il nome di Gregorio VIII, e fu condotto al palazzo del Laterano,
dove fece da papa per tre mesi, predicò al popolo, ed anche nel dì 2 di
giugno coronò Arrigo nella basilica vaticana.
Da Gaeta passò papa Gelasio a Capoa. S'era avuto qualche sentore in
Gaeta della promozione dell'antipapa, in Capoa se n'ebbe la
certezza[1581]; e però, secondo Pietro Diacono[1582], il papa insieme
coi vescovi e cardinali pubblicamente scomunicò l'imperadore e
l'occupatore indegno della sedia di san Pietro con tutti i loro
complici. Ciò dovette seguire prima del fine di marzo, quando sussista
che Burdino fosse promosso circa il di 9 di quel mese. Celebrò dipoi con
solennità magnifica in essa città la santa Pasqua, che in quest'anno
cadde nel dì 14 d'aprile. E perciocchè s'intese che l'imperadore aveva
assediata la Torricella, castello pontificio, il papa ordinò a Guglielmo
duca di Puglia, a Roberto principe di Capoa e agli altri baroni di
metter insieme l'armata per procedere contra di Arrigo. Si trasferì
dipoi a Monte Casino, dove con sommo onore fu ricevuto da que' monaci; e
dopo essersi fermato quivi, vennero a trovarlo i messi dell'imperadore,
ma senza sapersi con qual commessione, nè se dessero loro udienza. Se ne
tornò dipoi a Capoa; e udito che l'Augusto Arrigo era incamminato alla
volta di Lombardia, con lasciare il suo idolo a Roma, determinò di
tornarsene anch'egli alla sua residenza. Infatti segretamente entrò coi
suoi in Roma, e prese alloggio in una picciola chiesa, posta entro le
case di Stefano normanno, di Pandolfo suo fratello e Pietro Latrone
nobili romani, dove trattò dipoi con tutti i suoi parziali del clero e
della nobiltà intorno al rimedio. Alle istanze di _Desiderio cardinale_,
si arrischiò egli nel dì 21 di luglio di cantar messa nella chiesa di
santa Prassede, titolare di esso cardinale: risoluzione che gli costò
ben cara. Imperocchè, mentre era dietro a celebrare i divini uffizii,
eccoti che i Frangipani con un copioso stuolo d'armati vengono per
isforzar quelle case. Loro si opposero i suddetti nobili con Crescenzio
nipote del medesimo papa, e si diede principio ad una fiera battaglia,
offendendo gli uni, e difendendo gli altri. Intanto il papa sbigottito
ebbe maniera di mettersi in salvo: del che accertato Stefano normanno,
facilmente indusse i Frangipani a depor le armi e a ritirarsi. Trovossi
il papa nella campagna di san Paolo, e quivi, raunati i suoi, pubblicò
il suo pensiero di andarsene lungi da Roma, chiamata da lui _nuova
Babilonia_, non già per conto della Chiesa, ma perchè nel temporale
tutti vi facevano i padroni, nè pace nè fedeltà vi si potea trovare;
laonde egli diceva: _Io vorrei piuttosto, se mai fosse possibile, avere
un solo imperadore, che tanti in Roma_. Decretò pertanto vicario suo in
essa città _Pietro vescovo_ di Porto, e governatore di Benevento _Ugo
cardinale_, che seppe dipoi difendere quella città contro de' Normanni,
confermò prefetto di Roma Pietro, e dichiarò confaloniere Stefano
normanno. Quindi congregate assai navi, ed imbarcatosi con sei
cardinali, e molti nobili e cherici, felicemente navigando pervenne a
Pisa, dove con immenso onore ed allegrezza accolto nel dì 2 di settembre
spedì varii privilegii, rapportati da Costantino Gaetano, e consecrò la
chiesa primaziale di quella città. Sul principio d'ottobre passò il
pontefice a Genova, dove fece la consecrazione di quella cattedrale; e
continuato il viaggio per mare, sbarcò finalmente al monistero di santo
Egidio, una lega lungi dal Rodano, e passò alla città di Magalona, e
poscia ad Avignone e ad altre città della Francia. Nè si dee tacere,
come cosa di rilievo, che _Gualtieri arcivescovo_ di Ravenna, seguendo,
non l'esempio di alcuni suoi antecessori scismatici, ma il dovere del
suo ministero, fece in questi tempi risplendere la sua divozione verso
il vero papa Gelasio II, e con questo meritò ch'esso pontefice
rimettesse sotto la metropoli di Ravenna le chiese di Piacenza, Parma,
Reggio, Modena e Bologna, a lei tolte da Pasquale II, come costa da sua
bolla, rapportata da Girolamo Rossi[1583], data _Romae VII idus augusti,
Indictione XI, anno dominicae Incarnationis MCXIX_, oppure, come ha il
testo del cardinal Baronio[1584], _kalendis septembris, Indictione XII,
anno MCXIX_. Comunque sia, spetta all'anno presente quella bolla,
essendo ivi adoperato l'anno pisano, incominciato nel dì 23 di marzo.
Nell'anno seguente 1119, del mese d'agosto, Gelasio, lungi dall'essere
in Roma, neppur era tra i vivi. Fra quegli ecclesiastici che tennero il
partito dell'imperadore Arrigo V in queste turbolenze, si contò anche
Beraldo abbate dell'insigne monistero di Farfa co' suoi monaci. Però
nell'anno presente egli ottenne un magnifico privilegio da esso Augusto,
da me dato alla luce[1585] nella Cronica di Farfa, in cui contro il
dovere fu sottoposto a quel monistero l'altro al pari riguardevole di
san Vincenzo del Volturno: cosa che non ebbe poi effetto veruno. Intanto
l'imperadore Arrigo se ne tornò in Lorena, dove attese con carezze e
minacce a ricondurre nel suo partito que' popoli che s'erano a lui
ribellati. Non mancarono in Germania ed Inghilterra persone che
aderirono all'antipapa; ma i più di que' regni e tutta la Francia e
quasi l'Italia tennero per legittimo papa Gelasio.
Secondo gli storici pisani, fin dall'anno 1092[1586] era stata eretta in
arcivescovato la chiesa di Pisa. Ma forse perchè non ebbe effetto
l'autorità di quegli arcivescovi sopra i vescovati della Corsica, noi
abbiamo da Pietro Diacono che papa Gelasio II, allorchè fu in Pisa, in
ricompensa de' servigi a lui prestati colle lor galee dai Pisani[1587],
_primus in eadem urbe archiepiscopatum instituit_. Alcuni Annali pisani
dicono[1588] ch'egli _pisanam ecclesiam tam privilegio quam ore proprio
in metropolitanam confirmavit sublimitatem_. Altri Annali da me
pubblicati[1589] hanno: _Et dedit archiepiscopum pisanae civitati, quia
usque tunc tantum episcopus erat, excepto Daiberto, qui quamvis
declaratus, non potuit residere, quia eodem tempore fuit creatus
patriarcha civitatis sanctae Hierusalem_. Ma secondo gli Atti
dell'archivio pisano da me dati alla luce[1590], certa cosa è che
_Daiberto_ nell'anno 1094 e nel 1098 s'intitola _pisanae civitatis
archiepiscopus_. Per conseguente, è da credere che sotto Urbano II fosse
alzata al grado archiepiscopale la chiesa pisana; ma perciocchè i
vescovi della Corsica non vollero dipoi riconoscere per loro arcivescovo
il pisano, papa Gelasio in quest'anno con bolla nuova di maggiore
efficacia confermò quel diritto alla chiesa di Pisa; e che ciò sortisse
il suo effetto, lo vedremo all'anno seguente. La maledetta discordia nel
presente svegliò una arrabbiata guerra fra i popoli di Milano e di
Como[1591]. Vescovo cattolico di Como era _Guido_ in questi tempi.
Landolfo da Carcano nobile milanese, ed uno dei canonici ordinarii di
quella metropolitana, per quanto pretende il padre Tatti[1592], era già
stato investito di quella chiesa da Arrigo IV fra i re e III fra
gl'imperadori. Landolfo da san Paolo aggiunge che questi era anche stato
consecrato dal patriarca d'Aquileia suo metropolitano. Ma perchè fu
scomunicato da papa Urbano II, non potè entrar allora in possesso di
quella chiesa. Ora, dacchè fu creato l'antipapa Burdino, ed Arrigo V
venne verso la Lombardia, Landolfo dovette alzar la testa, e tentare il
possesso di quel vescovato. Ma riuscì alle genti del vescovo Guido e a'
Comaschi di farlo prigione; nella quale occasione venne morto Ottone
nipote del medesimo Landolfo, ed egregio capitano de' Milanesi. Se ne
fece gran rumore in Milano; e nobili e plebei nel consiglio della città
gridavano ad alta voce vendetta contra de' Comaschi. Sopraggiunto
l'arcivescovo _Giordano_, maggiormente accese il fuoco, con far querela
per danni recati dal popolo di Como ai beni e agli uomini del suo
arcivescovato. Fece di peggio questo arcivescovo, che ben dovea dar poco
guasto alla Scrittura; perciocchè, fatte serrar le porte delle chiese,
vi negava l'ingresso al popolo di Milano, se non andava coll'armi a
spargere il sangue de' Comaschi, e a vendicarsi della lor malignità.
Insomma i Milanesi gridarono all'armi, e a bandiere spiegate marciarono
contra di Como. Diedero battaglia presso a Monte Baradello al popolo
comasco, che, colto all'improvviso e sentendosi inferiore di forze, la
notte seguente si fuggì al suddetto monte, e lasciò libera la città al
furor dei Milanesi, i quali con saccheggiarla, e poi darla alle fiamme,
sfogarono la lor collera, e liberarono il falso vescovo Landolfo dalla
prigione. Ma i Comaschi guatando dall'alto del monte l'eccidio della
patria, portati dalla disperazione, ecco che all'improvviso arrivano
addosso ai nemici, e trovandoli sbandati e intenti solo alla preda,
molti ne uccidono, molti ne fan prigioni, e il resto mettono in fuga,
con ritornar padroni della propria città. Questo fatto servì a
maggiormente inasprire il potente popolo di Milano, il quale continuò
dipoi per più anni la guerra contro di Como, tirata in sua lega l'isola
ed altri popoli di quel lago; e giunse in fine, siccome vedremo, a dar
l'ultimo crollo a quell'infelice città. Vedesi pienamente descritta
questa guerra da un poeta comasco contemporaneo[1593]. In questi
medesimi tempi si tenne in Milano un'adunanza dal suddetto
Giordano[1594] e da' vescovi suffraganei, alla quale concorsero ancora i
marchesi e conti di Lombardia, per discolpare l'imperadore Arrigo ed
amicarlo con que' prelati. Si sa che molti parvero inclinare alla
concordia; ma l'arcivescovo cogli altri prelati sostennero il partito
della Chiesa, senza poi sapersi comprendere come i Milanesi cotanto
sostenessero contra i Comaschi il suddetto scismatico Landolfo,
riprovato dai sommi pontefici. E qui comincia a trasparire qualche
principio delle fazioni de' Guelfi e Ghibellini. I marchesi, conti ed
altri vassalli dell'imperio tenevano per l'imperadore, i prelati di
molte città col popolo gli erano contrarii.