NOTE:

[1545] Abbas Urspergensis, in Chron. Labbe, Concilior., tom. 10.

[1546] Landulfus junior, Hist. Med., cap. 29.

[1547] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1548] Antichità Estensi, P. I, cap. 29.

[1549] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1550] Antiquit. Ital., Dissert. XI.

[1551] Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.

[1552] Ibidem, Dissert. XXXI.

[1553] Ibidem, Dissert. XLIV.

[1554] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1555] Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.

[1556] Antiq. Ital., Dissert. XI.

[1557] Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II. Falco Beneventanus, in

Chron.

[1558] Orderic. Vital., Hist. Eccles., lib. 12.

Anno di CRISTO MCXVII. Indizione X.

PASQUALE II papa 19.

ARRIGO V re 12, imperad. 7.

Funestissimo riuscì quest'anno all'Italia e Germania[1559]. Era tutta

sossopra la Germania per le guerre civili che la laceravano, sostenendo

alcuni principi il partito dell'imperadore, ed altri usando l'armi, e

tutto dì fabbricando congiure contra di lui. Vi si fece anche sentire un

terribil tremuoto, di cui simile non restava memoria. Ma questo vieppiù

micidiale si provò in Italia. Per attestato dell'Annalista

Sassone[1560], _Verona civitas Italiae nobilissima aedificiis concussis,

multis quoque mortalibus obrutis corruit. Similiter in Parma, et

Venetia, aliisque urbibus, oppidis, et castellis non pauca hominum

millia interierunt_. In Cremona, per attestato di Sicardo[1561], cadde,

fra gli altri edifizii, la cattedrale. Cominciò questo flagello sul

principio dell'anno, e per quaranta giorni si andarono sentendo varie

altre funestissime scosse _per universam fere Italiam_, come lasciò

scritto Pietro Diacono[1562]. Landolfo da san Paolo[1563] anch'egli

parla di questo spaventevole tremuoto, _qui regnum Longobardorum penitus

commovit et quassavit, et me nimirum_ (ovvero _nimium_) _vigilare

fecit_. Vidersi ancora nuvoli di color di fuoco e sangue vicini alla

terra, e corse anche voce d'altri molti prodigii, prodotti forse

piuttosto dall'apprensione, che realmente accaduti, i quali però

sparsero il terrore dappertutto. Nel qual tempo _Giordano arcivescovo_

di Milano tenne un concilio, al quale intervennero i suoi suffraganei

coi consoli e magistrati di quella città. Ora il rumore di tante

calamità e dei divolgati strani prodigii s'accrebbe non poco in quei

creduli tempi, con fama ancora di sangue piovuto dal cielo; e servirono

tutti questi successi a far più che mai desiderare all'Augusto Arrigo la

pace colla Chiesa. Però spedì varii ambasciatori a trattarne col papa,

ma senza frutto. Perciocchè confessava bensì il pontefice di non averlo

scomunicato, ma che la scomunica fulminata contra di lui dai concilii,

vescovi e cardinali, principali membri della Chiesa, non si potea levare

se non coll'assenso e consiglio d'essi. Arrigo, mal soddisfatto di tali

risposte, credette meglio di passare a Roma stessa per trattar più da

vicino i suoi affari col sommo pontefice. E tanto più l'animava a questo

viaggio la buona corrispondenza che passava fra lui e la nobiltà romana.

Allorchè egli intese nell'anno precedente la discordia insorta fra esso

papa e i Romani a cagion di Pietro di Leone, per attestato di Pietro

Diacono[1564], _xenia imperialia urbis praefecto et Romanis transmisit,

adventum suum illis praenuntians affuturum_. Infatti, venuta la

primavera, l'Augusto Arrigo coll'esercito suo si portò a Roma. Scrive

Pandolfo Pisano[1565], che i suoi aderenti e consiglieri furono l'abbate

di Farfa, già due o tre volte condannato ad avere la testa recisa dal

busto a cagione de' sacrilegii e delle sedizioni sue contra del papa, e

Giovanni e Tolomeo nobili romani. Fece egli guerra ad alcune terre e

castella fedeli al pontefice: cose bensì di poco momento, ma che

nondimeno mossero il popolo e la plebe di Roma ad accoglierlo con plauso

e con una specie di trionfo, ma senza che gli venisse incontro niuno de'

cardinali, vescovi e clero romano. Poscia cercò di far pace col papa, il

quale, al primo sentore della venuta di lui, subito uscì fuori di Roma,

e andossene a Monte Casino[1566], ed indi per Capoa a Benevento. Erano i

maneggi d'esso pontefice di formare una lega del principe di Capua, del

duca di Puglia, e degli altri baroni normanni, per opporsi al vicino

Arrigo. Poca disposizione dovette egli trovare in quei principi. Intanto

Arrigo, parte con regali, parte con promesse, si guadagnò gli animi de'

consoli, senatori e magnati romani. Diede per moglie Berta sua figliuola

a Tolomeo console, figliuolo di un altro Tolomeo già console; il quale,

se si vuol riposare sull'attestato di Pietro Diacono suo parente, _ex

Octavia stirpe progenitus erat_. Si sarebbe trovato quello storico in

uno non lieve imbroglio, se avesse preso a recar pruove di questa

gloriosa genealogia. Ma neppure in quei barbari tempi vi era scarsezza

di adulatori, e di chi adulava sè stesso. Confermò Arrigo al medesimo

Tolomeo tutti i beni e stati a lui provenuti da Gregorio suo avolo.

Saltò poscia in testa ad esso Augusto di farsi coronare di nuovo nella

basilica vaticana, e in una magnifica congregazion de' Romani fece di

grandi sparate, con esporre la sua ardente inclinazione alla pace; ma

gli fu risposto a tuono dagli ecclesiastici, che rovesciarono sopra di

lui la colpa delle discordie e dei disordini, senza che in lui apparisse

ombra di pentimento. In somma, giacchè in Roma non v'era, nè vi voleva

essere papa Pasquale, nel dì di Pasqua fecesi coronare in san Pietro da

_Burdino_, altrimenti appellato _Maurizio_ arcivescovo di Braga, che due

anni prima, uscito di Spagna, con grande sfarzo era venuto a Roma a

cagion di alcune differenze coll'arcivescovo di Toledo. Costui era

allora sì caro a papa Pasquale, che, in occasion della venuta a Roma

dell'imperadore Arrigo, lo spedì a lui per trattare della sospirata

concordia. Ma lo ambizioso prelato lasciossi talmente guadagnare dalle

carezze e promesse d'Arrigo, che s'indusse a dargli la corona: azione

procurata con tutto studio dall'imperadore, acciocchè apparisse, che se

non la potea avere dal papa, la riceveva almen dalle mani di chi facea

la figura di legato apostolico. Ma ciò appena s'intese alla corte

pontificia, residente allora in Benevento, che il papa, intimato un

concilio nel mese di aprile[1567], scomunicò esso Burdino, anzi il

depose, come costa da alcune antiche memorie. Venuta poi la state, e

temendo l'Augusto Arrigo l'aria e i caldi di Roma, se no tornò in

Lombardia a soggiornare in luoghi di miglior aria e fresco.

Verisimilmente Arrigo il Nero duca di Baviera, della linea estense di

Germania, dovette in queste congiunture far la sua corte ad esso

imperadore[1568]. Noi il troviamo non solamente in Italia, ma anche

nella nobil terra d'Este, dove nel dì 4 d'ottobre del presente anno

tenne un placito, ed accordò la sua protezione al monistero di santa

Maria delle Carceri, coll'imporre la pena di due mila mancosi d'oro ai

contravvenienti. Dal che siam condotti a conoscere che anche la linea

estense dei duchi di Baviera riteneva almeno la sua parte nel dominio

d'Este, e nell'eredità del marchese Azzo II. Dalla Cronica del monistero

di Weingart[1569] siamo avvertiti che fra la sua linea e quella de'

marchesi estensi durò un pezzo discordia e guerra a cagion di tale

eredità. Forse il duca Arrigo, prevalendosi in quest'anno del buon

tempo, mentre l'imperadore colla sua armata si trovava in quelle parti,

si mise in possesso d'Este. Come poi si componessero queste liti, lo

vedremo all'anno 1154. Infestarono nell'anno presente gli Ungheri la

Dalmazia, siccome vogliosi di ritorre ai Veneziani la città di

Zara[1570]. Con una poderosa flotta di navi, carica di cavalleria e

fanteria, passò a quella volta _Ordelafo Faledro_ doge di Venezia.

Attaccò battaglia con que' Barbari, ma ebbe la disgrazia di lasciarvi la

vita. Fu riportato a Venezia il di lui cadavero, ed eletto doge in sua

vece _Domenico Michele_, benchè vecchio, pieno nondimeno di spiriti

guerrieri, di prudenza e di religione. Da un documento, ch'io ho dato

alla luce[1571], si raccoglie che in questi tempi _Guarnieri_ era

tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Da lui o da un altro

dello stesso nome prese poi quella che oggidì si appella marca d'Ancona,

la denominazione di _Marca di Guarnieri_, come ho provato altrove[1572].

Apparisce da un altro documento[1573] che in questi medesimi tempi era

marchese di Toscana _Rabodo_, messo a quel governo dall'imperadore.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 133 / 277 题