NOTE:

[1537] Falco Benevent., tom. 5 Rer. Ital.

[1538] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 20.

[1539] Bacchini, Istor. di Polirone.

[1540] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1541] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[1542] Tronci, Annal. Pisani.

[1543] Antichità Estensi, P. I, cap. 32.

[1544] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXVI. Indizione IX.

PASQUALE II papa 18.

ARRIGO V re 11, imperad. 6.

Nel dì 6 di marzo di quest'anno tenne _papa Pasquale_ un concilio nella

basilica lateranense[1545], in cui di nuovo riprovò e condannò il

privilegio delle investiture da lui contra sua voglia accordato

all'imperadore Arrigo. Ma ebbe in tal occasione bisogno della sua

pazienza; perchè _Brunone vescovo_ di Segna, tenuto dopo la morte per

santo, ebbe ardire di trattar da eretico lo stesso papa, per avere

accordato quell'indulto. Gli convenne ancora sofferire che que' vescovi

riguardassero come scomunicato esso imperadore senza che egli nondimeno

volesse lasciar uscire decreto contra della di lui persona. Fu anche

agitata in quel concilio la lite dell'arcivescovato di Milano, pendente

fra _Grossolano_ e _Giordano_, amendue presenti al suddetto concilio.

Perchè il primo era passato dalla chiesa di Savona a quella di Milano, e

si trovava che tal traslazione, siccome cagion di tumulti e guerre,

tornava in danno dell'anime e dei corpi; perciò fu essa riprovata e

giudicato in favor di Giordano. Dianzi era stato assoluto Grossolano

dalle accuse di simonia, e tenuto fu in Roma per legittimo arcivescovo.

Gran concetto si avea della di lui dottrina, avendolo lo stesso papa

adoperato per confutare lo scisma de' Greci. Come egli ora cadesse, non

se ne sa la vera cagione, perchè il passare da una chiesa all'altra da

gran tempo era in uso, nè più si badava agli antichi canoni che lo

proibivano. Forse la caduta sua è da attribuire all'essere stato

conosciuto uomo intrigante, capriccioso e predominato dall'ambizione, e

però poco prudente e molto inquieto. Landolfo da san Paolo[1546],

storico contemporaneo, parla di questo concilio, e della deposizion di

Grossolano, con aggiugnere che egli non volle tornare a Savona, ma per

un anno e quattro mesi seguitò a dimorare in Roma in san Sabba,

monistero de' Greci, dove terminò i suoi giorni nell'anno seguente.

Tornò a Milano il vittorioso arcivescovo Giordano, e un dì raunato il

clero e popolo, salito con _Giovanni da Crema_ cardinale romano sul

pulpito della metropolitana, pubblicamente scomunicò l'imperadore

Arrigo, a cagion, senza dubbio, dell'aver fatto prigione il papa, ed

estorto il privilegio delle investiture. Con questo segreto patto dovea

egli aver conseguita la vittoria suddetta. Non volea già il pontefice

fulminar le censure contra di esso Augusto, ma non ostava che gli altri

le fulminassero, e il sacro collegio lo esigeva. Abbiamo dall'Abbate

Urspergense che il suddetto imperadore verso il fine di febbraio[1547]

_in Italiam se una cum regina, totaque domo sua contulit, ac circa Padum

negotiis insistens regni, legatos ad Apostolicum pro componendis

caussis, quae iterum regnum et sacerdotium disturbare coeperunt,

suppliciter destinavit. Ponzio abbate_ di Clugnì, come parente del papa,

fu principalmente adoperato in questo maneggio. Portossi in tal

congiuntura esso Arrigo a visitar la maravigliosa città di Venezia. Ciò

chiaramente apparisce da un suo proclama, da me dato alla luce[1548],

con cui egli _IV idus marcii in regno Veneciarum_ (si noti questa

espressione gloriosa per la repubblica veneta) _in palatio ducis, anno

ab Incarnatione Domini MCXVI, Indictione VIIII_, diede varii ordini in

favor delle monache di san Zacheria di Venezia, essendovi presenti

_Ordelaffus Dei gratia Venetiae dux, et Henricus Welphonis ducis

frater_, con alcuni vescovi e nobili. Vien confermata la stessa verità

dall'accuratissimo Andrea Dandolo, che così scrive[1549]: _Mense marcii

MCXVI Henricus V imperator Venetias accedens, in ducali palatio

hospitatus est, liminaque beati Marci, et alia sanctorum loca cum

devotione maxima visitat, et urbis situm, aedificiorumque decorem, et

regiminis aequitatem multipliciter commendavit. Curiam etiam suorum

principum tenens, pluribus monasteriis immunitatum privilegia de suis

possessionibus italici regni concessit, in quibus ducalem provinciam

regnum appellat_. Per un documento da me pubblicato[1550] si conosce che

il medesimo Augusto nel dì 12 di maggio si trovava in Governolo sul

Mantovano, dove come persona privata fece donazione di beni al monistero

di Polirone, e alla chiesa di Gonzaga _pro mercede et remedio animae

meae et comitissae Mathildis_. Segno è questo che Arrigo s'era messo in

possesso della vasta eredità della contessa Matilda. A quell'atto

intervenne anche _Guarnieri giudice_, che noi diciamo ora _dottor di

legge_. In un placito tenuto a dì 6 del suddetto mese di maggio[1551] da

esso Augusto nel medesimo luogo di Governolo, e in un altro[1552]

spettante a' canonici regolari di Melara, si vede nominato _Warnerius

bononiensis_. Con tali documenti ho io confermato[1553] quanto scrive

l'Abbate Urspergense all'anno 1126; cioè[1554]: _Eisdem temporibus

dominus Wernerius libros legum, qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam

in eis studuerat, ad petitionem Mathildis comitissae renovavit_, ec.

Credette il Sigonio che s'ingannasse l'Urspergense nell'attribuir questa

gloria alla contessa Matilda, che era già defunta. Ma l'Urspergense, che

aveva all'anno 1115 riferita la morte d'essa contessa, ben sapea ch'essa

nell'anno 1126 non era in vita. Però volle dire che Guarnieri fioriva in

questi tempi, ma che molto prima, ad istanza di Matilda, aveva

intrapreso di spiegare i Digesti e l'altre leggi di Giustiniano

trascurate ne' secoli addietro, e certamente conosciute prima che i

Pisani portassero (se è pur vero) da Amalfi le Pandette appellate

pisane, ed oggidì fiorentine. Ora certo è, confessandolo anche gli

stessi dotti bolognesi, che questo _Warnieri_, ossia _Guarnieri_,

chiamato da altri _Irnerio_, il primo fu che aprisse in Bologna scuola

di giurisprudenza romana; e di qui ebbe il suo primo principio, siccome

ho altrove osservato[1555], lo studio di Bologna, consistente a tutta

prima in un solo lettor di leggi, ma di mano in mano accresciuto di

lettori dell'altre scienze ed arti: per la qual diligenza si formò

un'università, che portò poi il vanto di primaria fra tutte le italiane:

giacchè oggidì si sa anche in Bologna essere un'impostura del secolo

susseguente il diploma di Teodosio minore, da cui si dice fondata fin

dall'anno di Cristo 431 l'università bolognese.

Benchè patisca qualche difficoltà un altro documento da me

prodotto[1556], appartenente ad essa città di Bologna; pure vo io

credendo sussistente notizia che quel popolo nel dì 7 di maggio del

presente anno, mentre l'imperadore Arrigo dimorava in Governolo,

ottenesse da lui la remission delle offese, e una conferma de'

privilegii e delle consuetudini di quella città, la quale in questi

tempi non men della Romagna riconosceva per suo sovrano l'imperadore

ossia il re d'Italia. Dopo aver tenuto il concilio lateranense, papa

_Pasquale II_ nello stesso mese di marzo ebbe non poche inquietudini e

travagli: se pure questo avvenimento non si dee riferire all'anno

precedente[1557]. Mancò di vita il prefetto di Roma. Pietro di Leone

faceva una gran figura allora in essa città, e da Benzone vescovo

scismatico d'Alba vien chiamato _Giudeo_, perchè Ebreo fatto Cristiano.

Orderico Vitale[1558] all'anno 1119 scrive che un figliuolo d'esso

Pietro fu sprezzato da tutti _propter odium patris ipsius, quem

iniquissimum foeneratorem noverunt_. Ora costui attese a far succedere

in quella illustre carica un suo figliuolo coll'appoggio del papa. Ciò

saputosi dai Romani, non perderono tempo ad eleggere prefetto un

figliuolo del prefetto defunto, tuttochè di età non per anche atta ad un

tal ministero, perchè fanciullo. Indi il presentarono al papa, acciocchè

il confermasse: cosa che egli ricusò di fare, e si dee ben avvertire per

conoscere intorno a questo l'autorità del sommo pontefice. Quindi si

venne alle minaccie, e poscia alla guerra ne' giorni della settimana

santa e di Pasqua fra le genti armate del papa ed esso popolo romano.

Tolomeo, uno de' principali Romani, e zio del giovinetto prefetto,

benchè sulle prime prendesse la protezion del papa, e ne ottenesse

perciò la Riccia, pure non istette molto a rivoltarsi contra di lui. E

perchè dalle soldatesche pontificie fu fatto prigione esso nipote di

Tolomeo fuori di Roma, lo stesso Tolomeo con un corpo d'armati andò a

liberarlo dalle loro mani. Un tal fatto tirò dietro la ribellion di

molte terre in quei contorni e della Marittima, e di quasi tutta Roma.

Il buon papa, a cui non piaceva il comperarsi la quiete collo

spargimento del sangue, amò meglio di ritirarsi fuor di Roma a Sezza.

Durante questo contrasto, i Romani scaricarono il lor furore contro le

case di Pietro Leone e de' suoi aderenti. Andò poscia a poco a poco

calando questo fuoco, in guisa che, secondo Falcone Beneventano, il papa

rientrò in Roma e nel palazzo del Laterano. I Romani ribelli a poco a

poco tornarono alla di lui divozione ed ubbidienza.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 132 / 277 题