[1478] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1479] Otto Frisingens., Chron., lib. 7, cap. 14.
[1480] Abbas Urspergens., in Chron.
[1481] Dodechinus, in Append. ad Marian. Scotum.
[1482] Urspergensis, in Chron.
[1483] Otto Frisingensis, in Chron.
[1484] Petrus Diacon., in Chron. Casinens.
[1485] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.
[1486] Baronius, in Annal. Eccles.
[1487] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 36.
[1488] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.
[1489] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.
[1490] Annalista Saxo.
[1491] Petrus Diaconus, Chron. Casinens.
[1492] Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2, cap. 18.
[1493] Hovedenus, Annal., P. I.
[1494] Sigebertus, in Chron.
[1495] Pagius, Crit. Baron.
[1496] Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1497] Annalista Saxo.
[1498] Mabill., Annal. Benedictin.
[1499] Annal. Hildesheim.
[1500] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1501] Goffrid. Viterbiensis, in Chron.
[1502] Suger., in Vit. Lodovici Gross.
[1503] Hildelb., in Epistol.
[1504] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2.
[1505] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[1506] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1507] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1508] Romualdus Salern., in Chron. Falco Benevent., in Chron. Anonymus
Barens., apud Peregrin.
[1509] Albert. Aquens., lib. 11, cap. 48. Petrus Diaconus, Chron.
Casinens. et alii.
[1510] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 18.
[1511] Gualv. Flamma, Manipul. Flor., cap. 163.
Anno di CRISTO MCXII. Indizione V.
PASQUALE II papa 14.
ARRIGO V re 7, imperad. 2.
Dacchè fu posto in libertà papa _Pasquale II_, e sentì tante doglianze
del sacro suo senato per la concession delle investiture, mai non negò,
anzi sempre riconobbe d'aver dato l'assenso a cosa illecita, ed operato
ciò che non dovea. Solamente scusava il fatto coll'intenzione avuta di
sottrarre ai pericoli della vita tante persone, e a maggior danno il
popolo di Roma e lo stato della Chiesa. Ora in questo anno fu per così
scabrosa materia raunato un insigne concilio[1512] di cento venticinque
vescovi a dì 18 di marzo nella basilica lateranense. Tutti i prelati
esclamarono contro delle investiture ecclesiastiche date da mano laica,
come usurpazione dei diritti della Chiesa e seminario di simonie. Il
punto difficile era, come il pontefice potesse venire contra del proprio
solenne giuramento. Si trovò il ripiego da _Gerardo_ vescovo
d'Engulemme, cioè che si ritrattasse bensì e condannasse il privilegio
accordato dal papa ad Arrigo, e chiamato _pravilegium_, e non
_privilegium_; ma che non si scomunicasse la persona d'esso imperadore.
Così fu fatto. Tenuto ancora fu in quest'anno nel mese di settembre un
concilio in Vienna del Delfinato, e quivi non solamente seguì la
condanna delle suddette investiture, ma eziandio fulminarono que'
vescovi scomunica contra dell'Augusto Arrigo, chiamato da essi tiranno.
Abbiamo da Landolfo da san Paolo[1513], che nel primo dì dell'anno
presente il clero della metropolitana di Milano, nonostante che sapesse
favorevole a _Grossolano_ arcivescovo il romano pontefice, pure il
dichiararono decaduto da quella sedia, e in luogo suo elessero
arcivescovo _Giordano da Clivi_, uomo per altro ignorante e di non molta
levatura. Chiamarono dipoi tre suffraganei di quella metropoli per
ordinarlo, cioè _Landolfo_ vescovo d'Asti, _Arialdo_ vescovo di Genova e
_Mamardo_, ossia Mainardo, vescovo di Torino. Vennero questi, ma quel
d'Asti accortosi che non erano concorsi gli altri suffraganei, e bollire
non poca mormorazione nel popolo, tentò di fuggire. Gli veniva fatto, se
le genti di Giordano non l'avessero ritenuto per forza, con anche ferire
un suo diacono, e bastonare i di lui famigli. Infine Giordano fu da essi
consecrato. Portossi poco appresso a Roma Mamardo vescovo di Torino, ed
ottenne dal papa il pallio per questo novello arcivescovo, senza che
s'intenda come esso pontefice abbandonasse Grossolano, già approvato per
legittimo arcivescovo. Ma perchè Mamardo aveva ordine di non dare il
pallio a Giordano, s'egli prima non faceva giuramento, non si sa se di
fedeltà al romano pontefice, o di non prendere l'investiture
dall'imperadore, o di qualche altra obbligazione, e Giordano ricusò di
farlo; per sei mesi ne stette senza. Ho detto che per l'esaltazione di
Giordano incorse gran mormorazione fra il popolo di Milano. Aggiugne
Landolfo, che vi fu ancora delle contese e battaglie, nelle quali ebbero
parte _Azzo_ vescovo d'Acqui e _Arderico_ vescovo di Lodi. Infatti fra
le lettere raccolte da Ulderico da Bamberga presso l'Eccardo[1514], una
se ne legge scritta in tal occasione dal medesimo Azzo vescovo
all'imperadore Arrigo, in cui l'avvisa doversi tenere in Roma un sinodo
(cioè il lateranense suddetto) _in qua asseritur, domnum papam P._
(Paschalem) _deponi et alterum debere eligi, qui omne consilium pacis,
quod cum domno P. firmastis dissolvat, pro eo quod domnus P. non audet
vos propter factas inter vos et ipsum securitates excommunicare_. Ecco
quali nuove corressero allora. Appresso aggiugne che i Milanesi aveano
eletto un altro arcivescovo (cioè Giordano), e fattolo consecrar da
alcuni suffraganei. _Quod ego videns contra imperii vestri honorem
fieri, omnino interdixi; et licet ab ipsis multum rogatus, hujusmodi
consecrationi interesse, nec assensum praebere volui, immo dedi operam
erigendi magnum parietem populi contra populum sub occasione alterius
archiepiscopi, quem pars illorum intendit deponere, viri scilicet
literatissimi, et ingenio astutissimi, et eloquentissimi, curiae vestrae
valde necessarii, cujus partem propter honorem vestrum in tantum auxi,
quod medietas populi contra medietatem populi contendit_. Parla qui di
Grossolano, a cui procura la protezion dell'imperadore, con insieme
consigliarlo di venir presto in Italia, e che a ciò non occorreva un
grande esercito. _Vestra est enim adhuc Langobardia, dum terror, quem ei
incussistis, in corde ejus vivit_. Forse perchè Grossolano fu in Roma
creduto parziale dell'imperadore, o protetto da lui, restò abbandonato,
e si lasciò correre l'elezion di Giordano.
Io non so se nell'antecedente o nel presente anno fosse scritta da papa
Pasquale un'altra lettera allo stesso imperadore Arrigo, in cui gli
notifica di non aver potuto finora riaver varii Stati spettanti alla
Chiesa romana[1515]. _Licet quidam,_ dice egli, _jussioni vestrae, in
his quae beato Petro restitui praecepistis, adhuc noluerunt obedire,
incolae videlicet Civitatis Castellanae, Castri Corcolli, Montisalti,
Montisacuti et Narnienses: Nos tamen ea, et Comitatus Perusinum,
Eugubbinum, Tudertinum, Urbevetum, Balneum Regis, Castellum Felicitatis,
Ducatum Spoletanum, Marchiam Ferraniam, et alias beati Petri
possessiones per mandati vestri praeceptionem confidimus obtinere._
Notisi che il ducato di Spoleti è chiaramente detto di ragione della
Chiesa romana. Nomina il papa anche _Marchiam Ferraniam_, ma si dee
scrivere _Firmanam_, allora occupata da Guarnieri, non osando io leggere
_Marchiam Ferrariam_, perchè Ferrara in questi tempi era in potere della
contessa Matilda, che la riconosceva dalla Sedia apostolica. _Alessio_
imperadore d'Oriente, per quanto si ha da Pietro Diacono[1516], avuta
notizia dell'indegno trattamento fatto dall'imperadore Arrigo al romano
pontefice, spedì ambasciatori a Roma per condolersi con lui, e
congratularsi coi Romani dell'opposizione fatta ad esso Arrigo. E
sperando egli di profittare di così bella occasione, propose che
volessero eleggere imperadore _Giovanni_ Comneno suo figliuolo. Può
anche essere che corressero dei regali. Acconsentirono i Romani al
trattato, ed elette circa seicento persone, le spedirono a
Costantinopoli per condurre in Italia il progettato Augusto. Non è punto
credibile che tanta gente fosse spedita colà. E perciocchè non apparisce
altro dell'esecuzion di questo disegno, bisogna immaginare ch'esso poco
stesse ad andarsene in fascio, perchè non s'arrischiarono i Romani di
condurre a fine un negozialo di tanta importanza, che potea tirar loro
addosso lo sdegno e le forze di tutta la Germania. Nel dì 13 d'aprile di
quest'anno, la contessa Matilda, dimorando nel castello di Massa del
distretto di Modena, fece una donazione al suo diletto monistero di san
Benedetto di Polirone[1517]. E nel dì 8 di maggio trovandosi al Bondeno
de' Roncori, fece donazione della corte Vilzacara col castello, broglio
e borgo di san Cesario alla chiesa di san Cesario del contado di Modena.
In quest'anno ancora, secondo i conti del Campi[1518] e d'altri storici
piacentini, per opera specialmente della suddetta zelantissima contessa
furono cacciate le monache dall'insigne monistero di san Sisto di
Piacenza, perchè la lor dissolutezza era giunta ad esser incorreggibile.
In vece di esse presero i monaci benedettini il governo di quel sacro
luogo, cavati dall'allora esemplarissimo monistero di Polirone.