[1462] Annal. Hildesheim, apud Leibnit.
[1463] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.
[1464] Abbas Ursperg., in Chron.
[1465] Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.
[1466] Sigon., de Regno Ital., lib. 10.
[1467] Galvaneus Flamma, Manipul. Flor., cap. 160.
[1468] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 2, cap. 18.
[1469] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1470] Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 14.
[1471] Donizo, lib. 2, cap. 18.
[1472] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.
[1473] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II.
[1474] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1475] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1476] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 17.
[1477] Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 4, cap. 35.
Anno di CRISTO MCXI. Indizione IV.
PASQUALE II papa 13.
ARRIGO V re 6, imperad. 1.
Abbiamo dagli Annali Pisani[1478] che il re _Arrigo V_ o sul fine del
precedente anno, o sul principio del presente, _cum magno exercitu Pisas
venit, et fecit pacem inter Pisanos et Lucenses; in qua guerra Pisani
devicerunt Lucenses ter in campo, et Castellum de Ripafracta
recuperaverunt, et Ripam, unde lis fuit, retinuerunt_. Passò ad Arezzo,
e trovò della discordia fra i cittadini e il clero[1479]. La cattedrale
di san Pietro era fuori della città. Il popolo la voleva dentro, secondo
l'uso dell'altre città d'Italia, e però la distrussero. Essendo ricorsi
i cherici ad Arrigo, prese la loro parte; e forse perchè il popolo non
mostrò prontezza ad ubbidire, o perchè fece resistenza, il re barbaro
quivi ancora lasciò lagrimevoli segni della sua fierezza, con far
abbattere le mura e le torri altissime d'essa città, e spianar buona
parte delle case cittadinesche. Con questi bei preparamenti arrivò ad
Acquapendente[1480], dove ricevette i suoi ambasciatori tornati da Roma
con quei del papa, che portavano buone nuove di concordia. Continuato il
viaggio fino a Sutri, giunsero altri legati del papa con regali e
proposizioni di concordia, e promesse di dargli l'imperiale diadema. Ma
non andò molto che questo bell'aspetto di cose si convertì in una
luttuosa e scandalosa scena; nel racconto della quale gli scrittori
romani ne attribuiscono la colpa ad Arrigo, e gli storici tedeschi ai
medesimi Romani. Una lettera dello stesso Arrigo presso Dodechino[1481],
l'Abbate Urspergense[1482], Ottone da Frisinga[1483], Pietro
Diacono[1484], Pandolfo Pisano[1485] e gli Atti rapportati dal cardinal
Baronio[1486] parlano di questa tragedia, ma non tutti con egual tenore.
Quel che è certo, Arrigo si mostrò risoluto di non voler cedere al
diritto da lui preteso di dar le investiture agli ecclesiastici, non
volendo essere da meno di tanti suoi predecessori. All'incontro il papa,
sapendo quanto discapito era provenuto alla Chiesa di Dio dall'uso di
tali investiture per le frequenti simonie che si commettevano, non era
men forte in volerle abolite. Non si sa intendere come esso pontefice
non avesse meglio concertati gli affari, prima che gli arrivasse addosso
Arrigo col nerbo di tanti armati. O fu egli mal servito da' suoi legati,
o burlato dalle belle parole d'esso re. Comunque sia, veggendo egli sì
forte Arrigo nelle sue pretensioni, piuttostochè consentire alle
medesime, s'indusse egli ad una strana risoluzione, che, proposta al re,
neppure gli parve credibile, e fu nondimeno da lui accettata. Cioè, che
il papa con tutti i suoi rinunzierebbe al re tutti gli Stati e tutte le
regalie che gli ecclesiastici aveano avuto e riconoscevano dall'imperio
e dal regno fino da' tempi di Carlo Magno e di Lodovico Pio e di Arrigo
I, con ispecificare le città, i ducati, i comitati, le zecche, le
gabelle, i mercati, le avvocazie, le milizie, le corti e castella
dell'imperio; giacchè a cagion di queste regalie il re pretendeva di
continuar l'uso delle investiture. Ed esso re vicendevolmente
rinunzierebbe all'uso d'investire i vescovi e gli abbati. L'accordo fu
fatto, dati dall'una e dall'altra parte gli ostaggi. Anche oggidì si ha
pena a credere che un pontefice arrivasse a promettere una sì smisurata
cessione. Nella domenica adunque della quinquagesima, cioè nel dì 12 di
febbraio, si mosse il re Arrigo alla volta della città Leonina, per
trovare il papa che l'aspettava coi cardinali fuori della basilica
vaticana[1487]. Furono mandati ad incontrarlo sino a Monte Mario gli
uffiziali della corte e della milizia colle loro insegne, e un'infinita
moltitudine di popolo portante corone di fiori, palme e rami d'albero.
Avanti alla porta comparvero i Giudei, e nella porta i Greci che
cantavano nel loro linguaggio, e faceano plauso al futuro imperadore.
V'intervennero ancora i monaci[1488], e cento monache con lampade o
doppieri accesi, e tutto il clero in pianete e dalmatiche. Con questa
maestosa processione, spargendo intanto gli uffiziali del re gran copia
di danaro alla plebe, arrivò Arrigo alla basilica vaticana[1489]; ma non
volle entrare, se prima non fu consegnata alle sue guardie ogni porta e
luogo forte della medesima. Prestò Arrigo al papa gli atti di riverenza
dovuti; il papa l'abbracciò e baciò; ed amendue entrati per la porta
d'argento, arrivati che furono alla ruota del porfido, si misero a
sedere nelle sedie preparate.
Allora fu che il pontefice fece istanza ad Arrigo di eseguir le promesse
della rinunzia alle investiture. Il re si ritirò coi suoi vescovi e
principi nella sagrestia per consultar con essi; ed allora succedette un
gran tumulto, reclamando tutti i vescovi che era un'empietà ed eresia il
volere spogliar di tanti beni tutte le chiese. Arrigo, nella sua lettera
presso Dodechino, pretende che l'esibizione di levar le immense regalie
ai pastori delle chiese venisse dal papa, e fosse un tiro politico per
ricavare dal re la rinunzia delle investiture, e nello stesso tempo
concitare contra di lui l'amplissimo ordine degli ecclesiastici.
Pandolfo Pisano ed altri, per lo contrario, scrivono che la proposizione
fosse fatta dal re, il quale con questo tiro pensasse a carpir la corona
imperiale, ottenuta la quale, era poi facile il continuar le
investiture, perchè la repubblica ecclesiastica non vorrebbe mai
abbracciare il partito di rilasciar tanti Stati e beni all'imperadore.
Ottone da Frisinga scrive, avere Arrigo fatta istanza per l'esecuzion
del trattato, alla quale era dispostissimo dal canto suo il papa; ma che
non potè quegli eseguirlo per li troppi richiami de' vescovi. Comunque
sia, certo è che un grande bisbiglio e furore si sollevò in tutti i
vescovi sì italiani che oltramontani all'intendere una cotanto
insopportabil condizione di rinunziare gli Stati; laonde fra il
pontefice e il re insorse discordia, non volendo il primo coronar
l'altro senza la rinunzia delle investiture, nè volendo il re
rinunziare, se non gli si manteneva la parola data di restituir tutti i
beni regali. Non si sa intendere come niuno allora proponesse, o se fu
proposto, come non fosse accettato il ripiego poscia usato, e tuttavia
osservato in Germania, cioè di lasciar libere le elezioni de' vescovi e
degli abbati, con che restava salva la libertà della Chiesa, obbligando
poi gli eietti a prendere l'investitura degli Stati, ma non delle
chiese, dall'imperadore, ossia dal re d'Italia. Ora il re Arrigo,
veggendo a terra il trattato, e saldo il papa in negargli la corona,
andò nelle furie. Nè gli mancarono empii consiglieri, il primo de' quali
fu _Alberto_ allora cancelliere, poscia arcivescovo di Magonza, uomo
scellerato, che lo spinsero a far prigione il papa contro il giuramento
fatto di nulla intentare contra la di lui persona e dignità: il che
venne con incredibil tumulto eseguito. Fu consegnato il pontefice ad
_Ulrico_ patriarca d'Aquileia, che il custodisse sotto buona guardia.
Questa violenza non solamente fu riprovata da tutti i buoni, e
massimamente dall'arcivescovo di Salisburgo, con rischio anche della sua
vita, ma eziandio irritò sì fattamente il popolo romano, il quale in tal
congiuntura si fece conoscere fedelissimo al papa suo signore, che corse
a svenare quanti Tedeschi si trovarono nella città. E dopo aver tenuto
tutta la notte un gran consiglio, la mattina seguente uscirono essi
Romani arditamente coll'armi addosso all'esercito tedesco, alloggiato
entro e fuori della città Leonina, che non s'aspettava una visita sì
scortese. Quanti ne trovarono, tutti li misero a fil di spada.
Assalirono dipoi il quartiere dello stesso re, il quale uscito di letto,
e scalzo tuttavia, salito a cavallo, fece di molte prodezze, ma corse
gran pericolo della vita, perchè gli ammazzarono il cavallo sotto, e il
ferirono anche in faccia. Salvollo Ottone conte di Milano, o, per dir
meglio, _vicecomes_, come Landolfo da san Paolo, più informato di
questo, lasciò scritto, con dargli il proprio cavallo; ma fatto egli
prigione, e condotto in città, fu quivi messo in brani dall'infuriata
plebe. Armatisi intanto i Tedeschi, s'opposero all'empito de' Romani;
seguì gran battaglia, grande strage dall'una e dall'altra parte,
rinculando ora gli uni, ora gli altri. Penetrarono i Romani fino nel
portico di san Pietro; ma perchè si perderono a spogliare i forzieri de'
Tedeschi, ebbero da ben pentirsene: perchè raccolti i Tedeschi e
Lombardi, li misero in fuga, con restarne assaissimi vittima delle
spade, o annegati nel Tevere. L'attesta Donizone, con dire che i Romani
quasi furono vincitori dei Tedeschi:
_Sed flagrant erga nimis horum quippe zabernas;_
_Insimul ex armis et denariis onerati_
_Plus adamant nummum, quam bellum vincere sumtum._
Venuta la notte, e tenuto consiglio in Roma, fu risoluto di procedere di
nuovo nel dì seguente contra de' Tedeschi. Ne venne sentore al re
Arrigo, il quale credette meglio fatto di ritirarsi colla sua gente
lungi da Roma nella Sabina, ed anche con fretta, lasciando in dietro
parte dell'equipaggio della sua armata. Seco condusse l'innocente papa
Pasquale prigione, con cui essendo stati presi _Bernardo_ cardinale e
vescovo di Parma, e _Bonsignore_ vescovo di Reggio, in lor favore parlò
con vigore Ardoino da Palude nobile reggiano, e messo della contessa
Matilda, con ricordare ad Arrigo i patti fatti con essa. E non parlò
indarno, perchè il re, per amore della medesima contessa, li rimise in
libertà. L'Urspergense ci vuol far credere che Arrigo _Apostolicum secum
duxit, et eo, quo potuit, honore tenuit_. Ma Pandolfo Pisano ed altri
narrano, ch'egli, custodito sotto stretta guardia, fece non pochi
patimenti per sessanta e un giorno, detenuto nel castello di Tribucco
con sei cardinali, e che gli altri cardinali furono imprigionati in un
altro castello. Ossia, come vuol Pietro Diacono, che Arrigo intimidisse
il papa col minacciare a lui e a tutti i prigioni la morte; ovvero, come
altri ha voluto[1490], che Arrigo si gittasse a' piedi del papa, e il
supplicasse di perdono e di pace; oppure che non veggendo nè il papa, nè
i cardinali che seco si trovavano, maniera di acconciar questa esecrabil
rottura, finalmente esso papa piegasse l'orecchio ad un aggiustamento:
certo è che questo succedette, e quale il volle Arrigo.
Condiscese dunque il pontefice Pasquale II, ma con protesta di farlo
violentato, e per liberar tanti prigioni e i Romani da ulteriori
vessazioni, che liberamente e senza simonia si dovessero eleggere da lì
innanzi i vescovi ed abbati coll'assenso dell'imperadore; e che gli
eletti prendessero il pastorale e l'anello, cioè l'investitura da lui,
senza la quale non potessero essere consecrati; e che il papa giurasse
di non fare vendetta alcuna, nè di adoperar censure per l'ingiuria fatta
a lui ed ai suoi; e l'imperadore scambievolmente promettesse di lasciare
in libertà tutti i prigioni, e di conservare o restituire tutti i beni
occupati alla Chiesa romana, fra' quali, per testimonianza di Pietro
Diacono[1491], furono nominatamente espresse la Puglia, la Calabria, la
Sicilia e il principato di Capoa. Ottenne inoltre Arrigo che si potesse
dar sepoltura in chiesa al corpo di Arrigo IV suo padre, giacchè si
fecero venire in campo persone attestanti esser egli morto con atti di
vero pentimento. Così seguì la pace, dopo la quale il papa solennemente
coronò imperadore Arrigo nella basilica vaticana, con istare intanto
serrate le porte di Roma, acciocchè niun de' Romani venisse a disturbare
la funzione. Il giorno preciso in cui seguì questa coronazione, fin qui
è stato controverso. Donizone, autore di questi tempi, scrive di papa
Pasquale[1492]:
_Dum festum Paschae venite tribuit sibi pacem,_
_Urbem romuleam sibi subdens, et diadema_
_Ipsius capiti ponens, unguit, benedixit._
_Ultima lux mensis primi tunc Pascha revexit,_
_Numinis undecimo centum post mille sub anno._
Ci fa vedere qui Donizone tuttavia conservata la sovranità imperiale in
Roma; ma, siccome già accennai nelle annotazioni al di lui poema, è da
stupire come egli dica caduta in quest'anno la Pasqua nel dì ultimo di
marzo, quando è fuor di dubbio ch'essa s'incontrò nel di 2 d'aprile. Per
altro anche Rogerio Hovedeno[1493] e Sigeberto[1494] scrivono che _nel
giorno di Pasqua_ fu conferita la corona ad Arrigo V. All'incontro, il
padre Pagi[1495] pretende ciò fatto nella domenica in Albis, cioè a dì 9
d'aprile, ma senza recarne alcuna soda pruova, e col correggere a suo
piacimento gli antichi scrittori. A me sembra, non dirò solo probabile,
ma certo, che la funzione suddetta seguisse nel giovedì dopo l'ottava di
Pasqua, cioè nel dì 13 d'aprile, giorno delle idi. Chiaramente lo
attesta l'autore della Vita di Pasquale II, storico contemporaneo, a noi
conservato dal cardinal d'Aragona, il quale scrive[1496]: H_aec, quae
passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus,
mera veritate conscripsimus_. Ora questo scrittore attesta che fu
consecrato e coronato _idibus aprilis, quinta feria post octavam
Paschae_. Queste note van d'accordo, nè patiscono eccezione. Vien
confermata la stessa verità dall'Annalista Sassone, di cui son queste
parole[1497]: _Rex Heinricus Pascha, non longe ab urbe in castris suis
celebravit, et post octavas Paschae, die scilicet idus aprilis, in
ecclesia sancti Petri in imperatorem consecratur_. Altrettanto s'ha dal
Cronografo Sassone, citato dal padre Mabillone[1498] e dagli Annali
d'Ildeseim[1499]. L'Abbate Urspergense[1500], con iscrivere che Arrigo
ricevette la corona _post octavas Paschae_, esclude le due precedenti
opinioni, e viene ad accordarsi con questa. Nella messa solenne, e alla
comunione, il papa col corpo del Signore in mano ratificò la pace e le
promesse. Egli se ne andò libero a Roma, e il re Arrigo, dopo aver fatti
suntuosi regali al papa e ai cardinali ch'erano con lui, si mise in
viaggio alla volta della Toscana per ritornarsene in Lombardia, e poscia
in Germania. Appena fu in Roma il buon papa, che trovò alienati da sè
gli animi de' cardinali rimasti ivi, perchè avesse consentito ad una
tale concordia, di modo che quasi nacque uno scisma. L'ingiuriarono
specialmente i più dotti, e quasi il trattarono da eretico, sostenendo
che dovea piuttosto lasciarsi levare la vita, che consentire alle
investiture. È un bel fare il bravo lungi dalle battaglie. Se que'
zelanti cardinali si fossero trovati per due mesi nelle angustie del
papa, e col coltello alla gola, come egli fu, e nel pericolo di veder
sacrificati al furore tedesco i porporati prigioni e tanti altri Romani
non so se avessero praticato eglino ciò che ora esigevano dal papa. Non
potendo reggere a sì fatti insulti il buon pontefice, uscì di Roma e si
ritirò a Terracina: nel qual tempo i cardinali con solenne decreto
condannarono l'accordo da lui fatto, e diedero un grande esercizio alla
pazienza ed umiltà di lui, quasichè qui si trattasse di un punto di
fede, e non già di disciplina ecclesiastica, la quale benchè certo
patisse nella maniera tenuta allora di dar tali investiture, pure,
dacchè se ne voleva esclusa la simonia, si potea in qualche guisa
tollerare, Goffredo da Viterbo[1501], Sugerio abbate[1502] ed
Idelberto[1503] ci fan conoscere che il buon pontefice depose il manto,
si ritirò in una solitudine, e volea rinunziare il papato; ma fu
richiamato a Roma da tutti i buoni e saggi.
Per la Toscana calò in Lombardia Arrigo quinto fra i re, quarto fra
gl'imperadori, e gran voglia nutrendo di conoscere di vista la celebre
contessa Matilda sua parente[1504], giacchè ella non si sentiva voglia
d'ire a trovar lui, determinò egli di andare a lei. Dimorava allora la
contessa Matilda nella fortezza di Bibianello, ossia Bianello, sul
Reggiano. Colà nel dì 6 di maggio fu a visitarla, magnificamente
accolto, e per tre dì seco si fermò. Sapeva Matilda fra molte altre
lingue anche la tedesca, e però sempre senza interprete teneva i suoi
ragionamenti con lui. Talmente restò Arrigo invaghito della prudenza ed
onoratezza di questa insigne eroina, che non solamente le confermò i
precedenti patti, ma la dichiarò ancora sua vicegerente, ossia
viceregina in Lombardia:
_Cui liguris regni regimen dedit in vice regis,_
_Nomine quam matris verbis claris vocitavit._
Passò dipoi Arrigo a Verona, dove si riposò per qualche tempo, e ne
resta anche una memoria nel diploma da me pubblicato[1505], con cui
conferma ai canonici di Cremona i lor privilegii. Esso è dato _XIV
kalendas junii, Indictione IV, anno dominicae Incarnationis MCXI,
regnante Henrico V rege Romanorum anno V, imperante primo, ordinationis
ejus XI. Actum Veronae_. Un altro parimente ne diede egli _XII kalendas
junii_ in quella città in favore di Alberico abbate del monistero di
Polirone[1506]. In questa occasione può essere che succedesse ciò che
narra il Dandolo[1507]. Bolliva da gran tempo discordia fra i Veneziani
e Padovani a cagion de' confini. Collegati i Padovani co' popoli di
Trivigi e Ravenna, vennero nel dì 4 di ottobre dell'anno precedente alle
mani coll'esercito veneto, e rimasero sconfitti, con restarvi
cinquecento e sette d'essi prigioni. Ora giunto che fu a Verona
l'imperadore, portarono a lui i Padovani le loro doglianze, siccome al
sovrano del regno d'Italia. Ad istanza di esso Augusto, comparvero in
quella città gli ambasciatori veneti, e si mise fine alla discordia,
coll'essersi aggiustati i confini, liberati i prigioni, e rinnovati i
patti d'amicizia fra Venezia dall'un canto, e i Padovani e gli altri
sudditi dell'italico regno dall'altro. Ito poscia l'imperadore in
Germania, quivi fece dar solenne sepoltura alle ossa del padre. Terminò
i suoi giorni nel febbraio di questo anno[1508] _Ruggieri duca_ di
Puglia, con lasciare suo successore e duca _Guglielmo_ suo figliuolo.
Per questa cagione i Normanni della Puglia niun soccorso poterono
prestare al romano pontefice ne' di lui bisogni, ed attesero unicamente
a premunirsi in casa, per timore che il nuovo imperadore potesse far
qualche tentativo contra di quegli Stati. Preparavasi in Italia
_Boamondo_ fratello di esso Ruggieri, e principe di Antiochia e di
Taranto, per ripassare in Oriente[1509], quando venne a trovare anche
lui la morte nel marzo seguente. Fu seppellito in Canossa. Restò gran
fama e un piccolo figliuolo di lui, per nome anche esso _Boamondo_,
erede de' suoi Stati. Appena fu fuori d'Italia, seppur ne era anche
uscito l'imperadore[1510], che i Milanesi, dopo avere per quattro anni o
con assedio, o con blocco, o con devastar le campagne, stretta e
malmenata la città di Lodi, finalmente nel giugno dell'anno presente per
forza se ne impadronirono; e lasciata in tal occasione la briglia
all'odio e sdegno loro, la spogliarono delle mura, incendiarono le case,
ed imposero leggi severe di servitù a quel popolo, dianzi troppo vicino
a sì potente città. Ne restano appena le vestigia nel luogo appellato
Lodi vecchio, e diverso dal sito in cui ora è Lodi nuovo[1511]. Fu quel
popolo compartito in sei borghi, e in tale stato durò il suo
abbassamento sino ai tempi di Federigo I imperadore.