[1452] Pandulfus Pisanus, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1453] Eadmer., in Vita S. Anselmi.
[1454] Bacchini, Istor. di Polirone nell'Append.
[1455] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.
[1456] Ibidem, Dissert. XIX.
[1457] Fulcher., Hist. Hierosol., lib. 2. Guillelm. Tyr., lib. 11, cap.
9.
[1458] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.
[1459] Sigon., de Regno Ital., lib. 10.
[1460] Campi, Istor. di Piacenza, lib. 1.
[1461] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 17.
Anno di CRISTO MCX. Indizione III.
PASQUALE II papa 12.
ARRIGO V re di Germania e d'Italia 5.
Aveva nell'anno addietro il re _Arrigo V_, per testimonianza
dell'Annalista d'Ildeseim[1462], inviati a Roma _Federigo_ arcivescovo
di Colonia, _Brunone_ arcivescovo di Treveri ed altri principi suoi
ambasciatori a trattare con papa _Pasquale II_ della sua venuta in
Italia per ricevere la corona imperiale. Le risposte del papa furono,
ch'egli il riceverebbe come padre con tutto amore, purchè il re dal suo
canto si mostrasse cattolico, figliuolo e difensor della Chiesa, e
amator della giustizia. Non erano i legati suddetti probabilmente
partiti peranche da Roma, quando il pontefice nel dì 7 di marzo del
presente anno tenne un gran concilio nella basilica lateranense, in cui
furono rinnovati i decreti contro le investiture pretese dai re. Furono
gli ambasciatori suddetti, nel ripassare per Lombardia, a visitar la
_contessa Matilda_, che li regalò da pari sua[1463]. Intanto il re
Arrigo, solennizzando in Ratisbona la festa dell'Epifania[1464],
pubblicò alla presenza de' principi germanici la risoluzione sua di
calare in Italia affine di prendere dalle mani del sommo pontefice la
corona dell'imperio, e di dar buon sesto al regno dell'Italia,
dimostrandosi specialmente pronto a far tutto ciò che gli suggeriva il
papa per la difesa della Chiesa. Fu da tutti lodato il di lui pensiero;
e quantunque una gran cometa apparisse in questi tempi, la cui vista il
volgo suol d'ordinario ricevere come preditrice di malanni, pure con
allegria si attese per sei mesi a pagar le contribuzioni e a preparar
l'armata che dovea scortare il re in questo viaggio. Provvide inoltre il
re d'uomini scienziati, ed atti all'amministrazion della giustizia e a
sostenere i diritti regali; e fra questi si contò un certo David di
nazione Scoto, che scrisse dipoi con limpido stile tutta questa
spedizione. L'Abbate Urspergense ebbe sotto gli occhi la di lui Storia,
ma questa non è giunta fino a' dì nostri. Adunque circa il mese d'agosto
si mosse il re Arrigo alla volta dell'Italia. Con parte del suo potente
esercito tenne egli la via della Savoia, e felicemente arrivò ad Ivrea.
Nel di 12 d'ottobre egli era in Vercelli, dove confermò a Giovanni
abbate del monistero ambrosiano di Milano tutti i suoi privilegii con
diploma[1465] dato _IV idus octobris Indictione III, regnante Henrico
quinto rege Romanorum anno IV, ordinationis ejus X_. Pervenuto a Novara,
trovando quel popolo resistente a tutto ciò ch'egli pretendeva, diede
alle fiamme quell'infelice città, e fece diroccar le sue mura, per
mettere con questo spettacolo di crudeltà sui principii terrore a tutti
gli altri popoli. Lo stesso trattamento fece alle castella e terre che
non furono ben puntuali agli ordini suoi. Scrive il Sigonio[1466] che
Arrigo passò a Milano, dove dalle mani di _Crisolao_, ossia _Grossolano_
arcivescovo fu coronato colla corona ferrea. Si fondò egli qui su quanto
scrive Galvano dalla Fiamma[1467] circa l'anno 1335. Egli veramente
narra, che venuto Arrigo a Milano, prese ivi la corona del regno
d'Italia da Giordano arcivescovo, il quale l'accompagnò fino a Roma.
Tutte queste nulladimeno son favole. Niuno degli antichi parla di questa
coronazione, ed espressamente la niega Donizone storico de' tempi
presenti, con iscrivere che tutte le città della Lombardia mandarono ad
Arrigo vasi d'oro e d'argento e danari; e che la sola città di Milano
nol volle riconoscere per padrone, nè pagargli contribuzione
alcuna[1468]:
_Aurea vasa sibi, nec non argentea misit_
_Plurima cum multis urbs omnis denique nummis._
_Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_
_Non servivit ei, nummum neque contulit aeris._
Ecco dunque che non può stare la coronazione suddetta. Nè allora
_Grossolano_ soggiornava in Milano, perchè ito in Terra Santa, nè
_Giordano_ per anche era stato eletto arcivescovo di Milano. Passato il
Po, venne il re Arrigo a Piacenza, dove fu accolto da quei cittadini con
allegrezza ed onorato di superbi regali. L'altra parte dell'esercito
suo, che era calata in Italia per la valle di Trento, arrivò _apud
Viruncalia_, secondo il concerto, e quivi si unì coll'altra armata e
collo stesso re. È scorretto qui il testo dell'Urspergense[1469], e dee
dire _apud Runchalia_, cioè ne' prati di Roncaglia sul Piacentino, dove
alla venuta dei re ed imperadori si solea celebrar la dieta generale del
regno d'Italia, concorrendovi tutti i principi, baroni, vassalli e
ministri delle città. Si dee credere che veramente anche in quella
occasione si celebrasse la dieta generale del regno: perchè Arrigo per
tre settimane si fermò in quelle parti. Ottone Frisingense scrive[1470]
ch'egli diede la mostra al suo esercito presso il Po, e che vi si
trovarono trenta mila soldati a cavallo scelti, senza gl'Italiani,
concorsi a servirlo. Venne dipoi a Parma. Sprezzava Arrigo tutte le
città italiane.
Ma sola _Matilda contessa_ gli dava dell'apprensione, perchè ben
consapevole egli era di quanto ella aveva operato contra dell'Augusto
Arrigo IV suo padre. Ed ebbe ben la contessa la prudenza di non volersi
portare alla corte, nè mettersi a rischio di qualche sgarbo o violenza.
Molti principi e baroni oltramontani si portarono a visitarla[1471], per
conoscere in lei una persona superiore al suo sesso, e di tanto credito
per tutta l'Europa. Trattossi dunque fra essa e il re _per internuntios_
di pace e concordia. Prestò ella ad Arrigo tutti gli ossequii dovuti al
sovrano; ed Arrigo a lei confermò tutti gli Stati e diritti ad essa
competenti. _Mathildam comitissam per internuntios sibi subjectam gratia
sua et propriis justitiis donavit_: sono parole dell'Urspergense. E
Donizone scrive che la contessa, per trattare di questo accomodamento,
dalla fortezza di Canossa passò a quella di Bibianello, oggidì Bianello,
ed aver ella promesso fedeltà al re contro a tutti, fuorchè contro al
romano pontefice. Indi sul principio di dicembre il re Arrigo per la
strada di monte Bardone, ossia di Pontremoli, si mosse coll'esercito
alla volta della Toscana; e perchè caddero immense pioggie in quel
tempo, molta gente e cavalli perirono nel passaggio dell'Apennino. Gli
fece resistenza la suddetta terra di Pontremoli, terra forte per la sua
situazione e per le altissime sue torri, probabilmente spettante allora
ai principi estensi[1472], e non già alla contessa Matilda. Per forza se
ne impadronì e la devastò. Giunse finalmente a Firenze. Quivi con
ammirabil pompa solennizzò la festa del santo Natale. Tutte le città
della Toscana non tardarono a mandargli ambasciatori, regali e
contribuzioni. Con che cuore, nol so. Pandolfo Pisano, scrittore di
questi tempi, chiama esso Arrigo[1473] _exterminatorem terrae_, e
mandato dall'ira di Dio in Italia; con aggiugnere che egli _civitates
multas et castra in itinere dolo, pacem ostendendo, subvertit, ecclesias
destruere non cessavit; religiosos ac catholicos viros capere, quos
invenire poterat, nullo modo desistebat; quos vero habere non poterat, a
propriis sedibus pellere non cessabat_. Tale era quel principe di cui si
servirono i Tedeschi e gl'Italiani per atterrare Arrigo di lui padre, e
che peggiore del padre si diede poi a conoscere, siccome maggiormente
andremo vedendo. Sembra a me più probabile, per non dir certo, che
nell'anno presente, prima che arrivasse in Italia il re Arrigo,
succedesse la guerra fra i Cremonesi e Bresciani. La racconta appunto
sotto quest'anno Galvano dalla Fiamma, con dire[1474] che riuscì a'
Cremonesi di dare una rotta al popolo di Brescia. Ma venuti i Milanesi
in soccorso de' Bresciani, sì fattamente incalzarono i Cremonesi
vincitori, che li misero in fuga, e per più miglia seguitandoli, fecero
d'essi non poca strage, massimamente allorchè furono ridotti al fiume
Oglio. La verità di questo fatto è confermata da Sicardo vescovo di
Cremona, di cui sono queste parole[1475]: _Anno Domni MCX fuit bellum
inter Mediolanenses et Cremonenses apud Brixianorium, Cremonensibus
perniciosum_. E molto più da Landolfo da san Paolo[1476], che scrive
essersi rallegrati i Milanesi della ordinazione di cinque loro nobili
canonici della cattedrale, fatta nel mese di giugno; e che _etiam majori
gaudio gavisi sunt, quia in ipso mense susceperunt triumphum de
Cremonensibus victis et superatis apud Brixianorii campum_. Questo nome
di _Brixianorium_ temo io che desse occasione a Galvano dalla Fiamma di
credere che i Bresciani avessero parte nel suddetto avvenimento. I due
autori suddetti non parlano se non di guerra fra i Milanesi e i
Cremonesi. In questo stesso anno papa Pasquale II, saggiamente temendo
qualche violenza dal re Arrigo, disposto a calare in Italia, andò nel
mese di giugno verso Monte Casino[1477]; e chiamati a sè _Ruggieri duca_
di Puglia e _Roberto principe_ di Capua, con tutti i conti della Puglia,
stabilì un trattato con loro, che ognun d'essi prenderebbe l'armi in
difesa del pontefice, se venisse il bisogno. Tornato a Roma, fece
giurare a tutti i baroni romani di fare altrettanto.