[1413] Abbas Urspergensis, in Chron. Otto Frisingensis, Hist., lib. 7,
cap. 11.
[1414] Anonymus, in Vit. Henrici IV.
[1415] Abbas Urspergens. Annalista Saxo.
[1416] Abbas Urspergensis, in Chron. Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal.
II.
[1417] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, pag. 194.
[1418] Falco Benevent., in Chronico.
[1419] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1420] Transl. S. Geminiani, tom. 6 Rer. Ital.
[1421] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1422] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[1423] Suger., in Vit. Ludovic., cap. 6, apud Du-Chesne.
[1424] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1425] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1426] Chron. Fossae Novae, apud Ughell.
[1427] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 258.
[1428] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCVII. Indizione XV.
PASQUALE II papa 9.
ARRIGO V re di Germania e d'Italia 2.
Varii viaggi ed azioni di _papa Pasquale_ in Francia in quest'anno si
possono leggere nella Vita di Lodovico il Grosso scritta da Sugerio
abbate[1429]. Anche il padre Pagi[1430] ne fa menzione. Io tutto
tralascio, bastandomi di accennare che il re _Arrigo V_ spedì una
solenne ambasciata in Francia per trattare con esso papa dell'affare
delle investiture, perciocchè egli, al pari del padre, volea sostenerle
contro i decreti di Roma. Il capo degli ambasciatori era _Guelfo V_ duca
di Baviera, uomo corpolento, e che usava un tuono alto di voce. Parevano
essi andati più per intimidire il papa, che per trattare amichevolmente
di concordia. E niuna concordia infatti ne seguì, ma solamente delle
minaccie. Che il pontefice ritornasse in questo medesimo anno in Italia,
si raccoglie da una sua bolla[1431] data _Mutinae kalendis septembris,
Indictione I Incarnationis dominicae anno MCVII, pontificatus autem
domni Paschalis II papae nono_. Era in Fiesole nel dì 18 di settembre.
In quest'anno la _contessa Matilda_ nel dì 10 di febbraio trovandosi nel
contado di Volterra, tenne un placito, in cui fece un decreto in favore
de' canonici di Volterra. Apparisce ancora da due memorie prodotte dal
Fiorentini[1432] che la medesima contessa nel mese di giugno mise
l'assedio alla terra di Prato in Toscana, che s'era ribellata a lei,
oppure a' Fiorentini. Arrivato in Toscana il suddetto papa Pasquale,
ricevette dalla medesima contessa un trattamento convenevole alla
dignità dell'uno, e alla somma venerazion dell'altra verso i vicarii di
Gesù Cristo. Fecene menzione anche Donizone, ma senza dire ch'ella seco
andasse a Roma, come alcuno ha supposto, in quei versi[1433]:
_Illic post annum rediit retro pastor amandus._
_Ejus ad obsequium Mathildis mox reperitur_
_Promta, loquens secum. Romam rediit cito praesul._
Nell'anno presente ancora pare che venisse in Italia _Arrigo il Nero_,
duca di Baviera e fratello del _duca Guelfo_[1434]. Certamente è scritta
come succeduta in quest'anno una donazione da lui fatta al monistero di
santa Maria delle Carceri d'Este. Ma essendo discorde dall'anno suddetto
l'_indizione settima_, non si può ben accertare il tempo. Quel che è
sicuro, quivi esso principe è intitolato _Henricus dux, filius quondam
Guelfonis ducis, qui professus sum ex natione mea lege vivere
Lombardorum_, siccome per tanti altri documenti si scorge che
costumarono di professare i principi estensi, dai quali egli discendeva.
Fu stipulato quello strumento _apud sanctam Theclam de Este_: il che fa
intendere che la linea estense dei duchi di Baviera riteneva la sua
porzion di dominio nella nobil terra d'Este. In questi tempi scrive
Landolfo da san Paolo ch'egli era in Milano[1435] _consulum epistolarum
dictator_. La menzione dei consoli già introdotti nel governo di quella
città mi obbliga qui di dire, essere ciò una pruova chiara che i
Milanesi s'erano già sgravati de' ministri imperiali o regii, ed aveano
presa la forma di repubblica e la libertà, con governarsi da sè stessi,
solamente riconoscendo la sovranità di chi era imperadore, oppure re
d'Italia. S'è veduto di sopra che quel popolo tanti anni prima avea
fatta guerra coi Pavesi, e poi s'era esercitato nelle interne fazioni e
guerre civili, senza più mostrar ubbidienza e dipendenza dal re, ossia
da alcun suo ministro. L'essersi poi sconvolta la Lombardia tutta per
cagione d'Arrigo IV, aumentò l'animo di quel popolo a mettersi
pienamente a libertà. Cercando essi in qual maniera si avesse a regolar
la loro nuova repubblica, poco ci volle a mettersi davanti agli occhi il
metodo tenuto dai Romani antichi nel governo di Roma. Perciò crearono
due consoli che fossero capi principali della comunità, ed elessero
altri ministri della giustizia, della guerra, della economia. Credo io
che sui principii l'arcivescovo avesse gran parte nelle loro
risoluzioni, e molto d'autorità per regolar le faccende. Formarono il
_consiglio generale_, composto di nobili e di popolo, che ascendeva
talvolta a più centinaia di persone, capi di famiglie. Eravi eziandio un
consiglio particolare e segreto, ristretto a pochi scelti dal generale,
il quale veniva appellato il _consiglio di credenza_; col qual nome si
denotava chi giurava di custodire il segreto de' pubblici affari. Questo
consiglio particolare aveva in mano l'ordinario governo politico; ma la
risoluzion delle cose importanti, come il far guerra o pace, spedire
ambasciatori, far leghe, eleggere i consoli ed altri ministri, era
riserbato al consiglio generale.
Tale era allora la forma di queste nascenti repubbliche; e dico
repubbliche, perchè nello stesso tempo altre città di Lombardia si
misero in libertà, e presero forma di repubblica, come Pavia, Lodi,
Cremona, Verona, Genova ed altre. Allorchè s'incontra nelle città
d'allora il nome di _consoli_, subito s'intende che queste erano
divenute città libere, le quali nondimeno protestavano di riconoscere
per supremo lor padrone l'imperadore ossia il re d'Italia. Nelle Memorie
antiche di Pisa e Lucca scorgiamo che circa questi tempi anche quelle
città cominciarono a governarsi coi consoli, e s'è veduto che faceano
guerra fra loro: il che indica la loro libertà, e l'acquistata o
usurpata parte del dominio. Come poi succedessero ad essa altri marchesi
di Toscana (cosa che in Lombardia più non si usava), non è sì facile ad
intendere. Forse l'autorità dei conti, che più non s'incontra neppure
nel governo delle città principali della Toscana, era passato nella
comunità di quelle città, restando salva solamente l'autorità
marchionale. Probabile è ancora che la contessa Matilda ne' tempi
tempestosi delle guerre passate fosse obbligata a cedere per accordo
alle città potenti di quella provincia parte delle sue regalie, e tutte
quelle de' conti già governatori delle città. Abbiam già veduto che
Lucca e Siena s'erano ribellate a lei, e tennero per un tempo il partito
di Arrigo IV. Ma appena queste città libere si sentirono colle mani
slegate e colla balìa di maneggiar l'armi, che lo spirito
dell'ambizione, cioè la sete di accrescere il proprio Stato colla
depression de' vicini, ristretto in addietro ne' principi del secolo,
occupò ancora il cuore dei repubblichisti. Ed appunto in quest'anno i
Milanesi, parte mossi da questo appetito innato negli uomini, ma più
vigoroso ne' più potenti, e parte attizzati da antichi odii e gare,
dichiararono la guerra alla confinante città di Lodi[1436], e la
strinsero con forte assedio. Nè mancava in Lodi stessa chi segretamente
teneva la parte di essi Milanesi. Oltre a varii nobili, furono
sospettati di dubbiosa fede in que' frangenti _Arderico_ vescovo della
medesima città, e Gaiardo suo fratello. Se vogliamo anche prestar fede a
Galvano dalla Fiamma[1437], il popolo di Pavia mosse guerra contro di
quel di Tortona. Conoscendosi i Tortonesi inferiori di forza a quella
potente città, ricorsero per aiuto a' Milanesi, coi quali contrassero
lega: il che fu cagione che anche i Pavesi si collegassero co' Lodigiani
e Cremonesi. Entrati poi nel Tortonese essi Pavesi, diedero una rotta a
quel popolo, misero a sacco il loro territorio, riportarono anche de'
vantaggi contra de' Milanesi, e in fine impadronitisi di Tortona, la
diedero alle fiamme. Prese tali notizie Galvano dalla Cronica di Sicardo
vescovo di Cremona[1438], il quale nondimeno altro non iscrive, se non
che incendiarono i borghi di Tortona. Errò parimente Galvano in credere
che tuttavia continuasse Corrado figliuolo di Arrigo IV ad essere re
d'Italia. Giunto intanto a Roma papa _Pasquale II_[1439], trovò
sconcertati non poco i suoi affari. Stefano Corso, di cui s'è parlato di
sopra, avea ribellata tutta la Marittima, e s'era ben fortificato in
Ponte Celle e in Montalto, terre della Chiesa romana. Spedì colà il papa
il suo esercito, che ripigliò la prima d'esse terre; ma non potendo, a
cagion del verno, fermarsi sotto l'altra, dopo di aver saccheggiato il
territorio, si ritirò ai quartieri. Abbiamo da Romoaldo
Salernitano[1440] che nell'anno presente _Ruggieri duca_ di Puglia
assediò la città di Luceria, oggidì Nocera, e la rimise sotto il suo
dominio. Finalmente l'Anonimo Barense scrive[1441] che _Boamondo
principe_ d'Antiochia tornato in Italia co' crociati franzesi, e fatta
adunanza d'altri Italiani nel suo principato di Taranto, con dugento
navi, trenta galee, cinque mila cavalli e quaranta mila fanti, dal porto
di Brindisi passò di là dall'Adriatico alla Vallona, e la prese. Se una
tal flotta di navi fosse bastante a condur tanti uomini e cavalli,
lascerò io considerarlo agl'intendenti. Forse passarono in più
veleggiate. Assediò dipoi la città di Durazzo; ma ritrovandola ben
provveduta di presidio e di viveri, non gli riuscì di mettervi il piede.
Il motivo di far questa guerra ad un imperadore cristiano, in vece di
portarla in Oriente contra de' Turchi ed altri infedeli, fu perchè esso
imperadore _Alessio Comneno_ facea segretamente la guerra a chiunque dei
crociati voleva passare per le sue terre in Oriente, dimodochè era egli
tenuto per nemico più pericoloso che gli stessi Turchi. Di questo fatto
parlano anche Fulcherio nella Storia sacra[1442], e il suddetto Sicardo
vescovo di Cremona nella sua Cronica.