[1372] Abbas Ursperg., in Chron. Annalista Saxo.
[1373] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 13.
[1374] Landulfus junior, Hist. Mediolan. cap. 2.
[1375] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1376] Chron. Weingart. apud Leibnit. Abbas Urspergens., in Chron.
[1377] Radulphus Cadomensis, de gestis Tancredi.
[1378] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 2.
[1379] Bacchini, Stor. di Polirone, lib. 3.
[1380] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15
Rer. Ital.
[1381] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 2, cap. 13.
Anno di CRISTO MCII. Indizione X.
PASQUALE II papa 4.
ARRIGO IV re 47, imperad. 19.
Celebrò in quest'anno _papa Pasquale_ un solenne concilio in Roma nella
basilica lateranense[1382], in cui rinnovò la scomunica contra dello
scismatico imperadore _Arrigo IV_, e confermò i decreti de' precedenti
sommi pontefici intorno alla disciplina ecclesiastica. In Germania esso
Arrigo sul principio di quest'anno, o sul fine del precedente, raunati
in una dieta i principi di quelle contrade, trattò con essi di levar lo
scisma, e di restituir la pace alla Chiesa e ai popoli. Fu consigliato
da tutti i saggi di riconoscere il romano pontefice Pasquale, ed egli
anche promise di portarsi a Roma, dove in un concilio si esaminasse
tanto la sua quanto la causa del papa, e ne seguisse concordia. Ma
l'infelice principe non attenne dipoi la parola; anzi si seppe ch'egli
andava tuttavia macchinando di creare un nuovo antipapa: il che non gli
venne fatto per difetto non già di volontà, ma di potere. Aveva papa
Pasquale inviato per suo nunzio e vicario residente presso la contessa
Matilda _Bernardo_ cardinale della santa romana Chiesa, ed abbate di
Vallombrosa, uomo di rara probità e prudenza. Fra gli altri affari che
egli trattò colla contessa, uno de' principali fu l'ottener da essa la
rinnovazion della donazione di tutti i suoi beni alla Chiesa romana. Gli
aveva essa donati alla medesima Chiesa fin sotto papa Gregorio VII, ma
per le gravi turbolenze dipoi insorte s'era smarrito lo strumento della
medesima donazione. Però stando essa Matilda nella rocca di Canossa nel
dì 17 di novembre dell'anno presente confermò e rinnovò[1383], _per
manum Bernardi cardinalis et legati ejusdem romanae Ecclesiae_, la
donazione di tutti i suoi beni, tanto posseduti quanto da possedersi, e
tanto di qua quanto di là da' monti, in favore della Chiesa romana. Lo
strumento tuttavia esistente si legge in fine del poema di Donizone. Era
la medesima contessa in quest'anno nel dì 4 di giugno _in loco, qui
dicitur Mirandula_, e quivi fece un aggiustamento[1384] con _Imelda_
badessa di san Sisto di Piacenza per conto del castello e della corte di
Guastalla. Apparteneva quella nobil terra, oggidì città, al monistero
suddetto di san Sisto fino dai tempi dell'_imperadrice Angilberga_
fondatrice del medesimo. Dovea Matilda averlo occupato, e gliel restituì
nell'anno presente.
Lasciò, come già di sopra accennammo, _Anselmo arcivescovo_ di Milano,
allorchè intraprese il viaggio di terra santa, per suo vicario in quella
città e diocesi _Crisolao_, chiamato _Grossolano_ dal popolo, a cui quel
nome greco dovette parere alquanto straniero. Egli era vescovo di
Savona[1385], uomo assai dotto, sapea predicare al popolo, e
nell'esteriore affettava grande mortificazione, sommo sprezzo del mondo,
usando vesti grosse e plebee, e cibi vili dopo molta astinenza. Un dì
quel prete Liprando, a cui gli scismatici aveano tagliato il naso e gli
orecchi, persona di gran credito non meno nella sua patria che in Roma
stessa, l'esortò a cavarsi di dosso quel sì orrido mantello, e a
prenderne uno più conveniente al suo grado. Gli rispose Grossolano di
non aver danaro. Esibitone a lui in prestito, replicò che egli sprezzava
il mondo, nè volea mutare registro. Allora Liprando gli disse: _In
questa città ogni persona civile usa pelli di vaio, di griso, di
martora, ed altri ornamenti e cibi preziosi. Con questi vostri
grossolani abiti vedendovi i forestieri, ne vien disonore a noi altri_:
il che si dee osservare come una volta fosse in uso e credito in Italia
il vestirsi di preziose pellicce; probabilmente Grossolano era qualche
Calabrese che sapea bene il suo conto, ed anche fu intendente della
greca favella. Intesasi poi la morte dell'arcivescovo Anselmo, si raunò
il clero e popolo di Milano per eleggere il successore. Concorrevano
molti in due Landolfi canonici ordinarii della metropolitana. Grossolano
si oppose per motivo che fossero lontani, perchè erano iti in terra
santa. Allora _Arialdo abbate_ di s. Dionisio con una gran moltitudine
della plebe e de' nobili proclamò arcivescovo il medesimo Grossolano,
che con tutto il suo sprezzo del mondo corse subito a mettersi nella
sedia archiepiscopale. Spedì la parte che non concorreva a tale elezione
i suoi messi a Roma per impedire che non fosse accettato per varii
motivi. Ma ricorsi i fautori di Grossolano a _Bernardo cardinale_ e
vicario del papa in Lombardia, questi ne trattò colla contessa, e fu
risoluto di ammettere la persona di Grossolano, il quale alcuni van
sospettando (non so se con valevole fondamento) che fosse prima, al pari
di Bernardo cardinale, monaco vallombrosano. Però in fretta se n'andò
esso Bernardo a Milano, e portò la stola (cioè il pallio), che fu
ricevuto da Grossolano fra lo strepitoso plauso del popolo. Salito lo
scaltro Grossolano dove egli mirava, allora cominciò ad usar cibi
delicati e vesti preziose. Ma poco passò che Liprando cogli altri gli
mosse guerra, trattandolo da simoniaco, e perciò da pastore illegittimo.
Secondo che si ha dal Catalogo degli abbati di Nonantola[1386], e dal
Sigonio, la suddetta contessa, mentre era nel castello di Panzano,
allora del distretto di Modena, nel dì 15 di novembre, correndo
l'_indizione XI_, donò al monistero di Nonantola sul Modonese, con
licenza di Bernardo cardinale e vicario generale del papa in Lombardia,
Castel Tealdo posto in Ferrara colla chiesa di san Giovanni Batista. E
ciò in remissione de' suoi peccati, e in ricompensa del tesoro di quel
monistero, di cui s'era essa servita ne' bisogni delle passate guerre.
Fu questo l'ultimo anno della vita di _Vitale Michele_ doge di
Venezia[1387]. Ebbe per successore _Ordelafo Faledro_.