NOTE:

[1336] Bertholdus Constantiensis, in Chron.

[1337] Annalista Saxo. Abbas Urspergensis, in Chron.

[1338] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.

[1339] Antichità Estensi, P. 1, cap. 27.

[1340] Idem, ibid., cap. 28.

[1341] Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 25.

[1342] Antiquit. Italic., Dissert. LXIV.

[1343] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.

Anno di CRISTO MXCVIII. Indizione VI.

URBANO II papa 11.

ARRIGO IV re 43, imper. 15.

CORRADO II re d'Italia 6.

Fino a quest'anno era durata la ribellion di Capoa contra tutti gli

sforzi di Riccardo suo principe, che s'era ritirato in Aversa. Cotanto

si raccomandò questo principe normanno a _Ruggieri duca_ di Puglia, che

questi, chiamato in aiuto il suo zio _Ruggieri duca_ di Sicilia,

s'indusse a formare nell'aprile dell'anno presente l'assedio di quella

città[1344]. V'intervennero il duca e il conte con due possenti

eserciti; e _papa Urbano_, affine di trattar pace, ed anche, per quanto

si può conghietturare, a motivo di sostenere i diritti della santa Sede

sopra quella città, giudicò bene di trasferirsi al medesimo assedio, e

si fermò assai tempo in quelle vicinanze. Anche santo _Anselmo

arcivescovo_ di Cantorberì in Inghilterra[1345], venuto in Italia a

cagione delle violenze del re _Guglielmo II_, si portò colà per

conferire col sommo pontefice, da cui, non meno che dal duca di Puglia,

ricevette singolari onori. Si studiò il buon papa d'indurre i Capoani a

rendersi amichevolmente; e ritrovandoli ostinati nella rivolta, si

ritirò a Benevento. Con tal vigore continuarono poscia i principi

normanni a strignere Capoa, che quel popolo[1346] nel mese di giugno fu

astretto ad esporre bandiera bianca e capitolar la resa. Dal duca e dal

conte fu consegnata quella città a Riccardo II. Nè si vuol tacere che

Ruggieri duca di Puglia, non già per magnanimità aiutò Riccardo suo

cugino a quell'impresa, ma per interesse; perciocchè _princeps caussa

auxilii, quod ab ipso sperabat, homo ducis factus fuit_. Cioè il duca

obbligò Riccardo a riconoscere da lui in feudo la medesima città, benchè

non anche presa, e forse tutti gli Stati di lui: alla qual risoluzione

non s'era giammai potuto indurre _Giordano principe_ di Capoa, e padre

di lui, per quante carezze e minacce avesse adoperato per ottenere

questo intento Roberto Guiscardo, padre d'esso duca Ruggieri, e zio

materno del medesimo Giordano. Nella Vita di san Brunone[1347] si

racconta che durante l'assedio d'essa città, avendo un tal Sergio

tramata una congiura contra di Ruggieri conte di Sicilia, san Brunone,

che in questi tempi fioriva in Calabria, apparve in sonno al conte, e

l'avvertì dell'imminente pericolo; per la qual grazia esso conte fu poi

liberalissimo verso de' monaci certosini, istituiti dallo stesso san

Brunone in questi tempi. Passarono dopo la conquista di Capoa il duca

Ruggieri e il conte Ruggieri a Salerno, città allora, dove solea dimorar

la corte dei duchi di Puglia. Colà parimente[1348] da Benevento si portò

papa Urbano per abboccarsi col conte prima del suo passaggio in Sicilia.

E perciocchè si ritrovò esso conte disgustato per avere il pontefice

eletto suo legato in Sicilia _Roberto vescovo_ di Traina, senza

precedente notizia e consenso del medesimo conte, affin di placarlo, e

perchè ben sapea quanto grande fosse lo zelo della religione in quel

principe, dichiarò legato apostolico per tutta la Sicilia esso conte e i

suoi eredi con bolla data _Salerni per manum Johannis sanctae romanae

Ecclesiae diaconi, tertio nonas julii, Indictione VII_ (si dee scrivere

_VI_) _pontificatus domni Urbani secundi XI_. Di qui ebbe origine la

decantata monarchia di Sicilia (nome veramente strano) così

vigorosamente impugnata dal cardinal Baronio nel tomo undecimo della sua

Storia ecclesiastica, tomo perciò condannato alle fiamme in Ispagna.

Anche a' dì nostri sotto il pontificato di Clemente XI ribollì questa

controversia, che susseguentemente ebbe fine colla moderazione di alcuni

abusi introdotti nel tribunale di quella monarchia.

Andossene dipoi papa Urbano alla città di Bari, dove nel mese di ottobre

tenne un maestoso concilio di cento ottantacinque vescovi[1349].

Comparvero in quella sacra raunanza molti Greci, e con esso loro seguì

una calda disputa intorno alla Procession dello Spirito Santo dal

Figliuolo. Vi si trovò presente l'arcivescovo _santo Anselmo_,

personaggio il più letterato che si avesse allora la Chiesa latina.

Confutò egli l'opinion de' Greci con tal forza di ragioni ed autorità

delle divine Scritture, che avrebbono dovuto coloro ammutolirsi. In

quest'anno probabilmente accadde ciò che narra Landolfo iuniore storico

milanese[1350]. Per attestato di lui, il giovane _re Corrado_ teneva la

sua corte in Borgo San Donnino. Avvenne che passò per colà Liprando

prete milanese, gran partigiano della parte pontificia, incamminato

verso Roma, per presentarsi davanti papa Urbano. Era egli persona

famosa, perchè nell'anno 1075 gli scismatici gli aveano tagliato il naso

e gli orecchi. Avendo voluto il re vederlo, fra l'altre cose, gli disse:

_Essendo maestro tu de' Paterini_ (così erano allora appellati i fautori

della parte pontifizia), _che sentimento hai tu intorno ai vescovi e

sacerdoti, che possedendo tanti beni loro conceduti dai re, nulla poi

vogliono contribuire per gli alimenti del re?_ Probabilmente questo re,

più di apparenza che di sostanza, si doveva trovar molto asciutto e

bisognoso di moneta per vivere. Liprando con tutta modestia e buon garbo

gli rispose, ma senza sapersi ciò che gli rispondesse. Passando egli poi

pel Parmigiano, fu preso e spogliato dagli uomini di quel vescovo, e fu

obbligato a tornarsene indietro. Corrado fece pagar buona somma di

danaro in pena da que' masnadieri. Dopo un faticoso assedio di nove

mesi[1351], e dopo aver disfatti varii corpi di Turchi che voleano

portar soccorso all'assediata Antiochia, e dopo aver patito quella città

una terribil fame e mortalità di gente, riuscì in fine all'esercito de'

cristiani crocesignati di entrare per intelligenza di un ricco saraceno

in quella vasta città, e di mettere a fil di spada chiunque non potè

salvarsi colla fuga. Il _principe Boamondo_, che da Roberto suo padre,

se non altra eredità, quella ebbe almeno dell'accortezza e del valore,

quegli fu, che per trattato secreto con un uffiziale turco, cristiano

rinnegato, introdusse le armi cristiane in Antiochia, e seppe così ben

condurre i propri affari, che tutti gli altri principi accordarono a lui

il dominio di quella nobilissima città, in cui egli fondò un illustre

principato. Ma poco stette a presentarsi sotto Antiochia _Corborano_

principe dei Turchi con trecento sessanta cinque mila armati (numero

forse esagerato), che strettamente assediò i vincitori nella città

medesima, e li ridusse, per mancanza di viveri, a cibarsi di carne di

cavallo e di asini, e a morir non pochi di fame. Tutto era disperazione,

quando eccoti un prete provenzale riferire che per una rivelazione di

sant'Andrea si trovava in quella città la lancia, con cui fu aperto il

costato al divino nostro Salvatore, e ne indicò il luogo. Fu poi dai più

saggi creduta questa un'impostura. Verità nondimeno è, che ritrovata la

pretesa lancia (che nulla più facile sarebbe stato, quanto che il

porvene e seppellirne una a capriccio), tal compunzione, tal coraggio e

risoluzione entrò in cuore dell'esercito cristiano, che fatta una

sortita generale contro all'immensa armata nemica, la sbaragliarono e

misero in fuga. Incredibil fu la quantità e ricchezza delle spoglie del

campo. Sopraggiunse la peste, che fece non poca strage de' Cristiani;

vennero anche dissensioni fra Boamondo e _Raimondo conte_ di Tolosa; ma,

ciò non ostante, la cotanto diminuita armata de' crociati continuò il

suo cammino alla volta di Gerusalemme, con impossessarsi in andando di

varie città. Che la _contessa Matilda_ fosse in questi tempi

governatrice o signora di Reggio di Lombardia, si può forse dedurre da

un atto da me dato alla luce[1352]. Bolliva lite fra i monaci

benedettini di quella città e gli uomini delle valli per alcuni beni.

Essendo ricorsi gli ultimi ad essa principessa, ordinò ella ad uno dei

suoi giudici di ben ventilar quella causa, e d'intimare alle parti _che

fossero pronte alla pugna_, cioè alla pazza maniera di decidere molte

controversie che era allora in voga. Entrarono i campioni nello

steccato, e gran dire vi fu, perchè quello degli uomini suddetti gittò

sopra la testa del campione de' monaci _un guanto donnesco ordinato di

varii colori_, dando con ciò sospetto di malefizio. Tralascio gli altri

ridicolosi avvenimenti di quel duello, che non era in questi barbari

tempi riconosciuto dai più per una chiarissima tentazione di Dio, e però

peccaminosa nel tribunale d'esso Altissimo.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 114 / 277 题