[1314] Labbe, Concil., tom. 10.
[1315] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1316] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1317] Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap.
6, tom. 7 Rer. Ital.
[1318] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1319] Antichità Estensi, P. I, cap. 4.
[1320] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.
[1321] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.
[1322] Ibidem, Dissert. LXX.
[1323] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.
Anno di CRISTO MXCVI. Indizione IV.
URBANO II papa 9.
ARRIGO IV re 41, imper. 13.
CORRADO re d'Italia 4.
Parte di quest'anno impiegò l'infaticabile _papa Urbano_ in varii viaggi
per le città della Francia, dei quali fa menzione il padre Pagi.
Sollecitò dappertutto la crociata, e tenne in quelle contrade due altri
concilii nelle città di Tours e di Nismes, per regolar gli affari
ecclesiastici. Aveva egli già scomunicato _Filippo re_ di Francia a
cagion delle nozze illegittime da lui contratte, vivente la vera moglie.
Si ravvide egli, ed ottenuta l'assoluzione, tornò in grazia del papa e
della Chiesa. Per attestato di Bertoldo da Costanza[1324], venne poscia
nel mese di settembre in Italia, e presso Pavia celebrò la festa
dell'Esaltazion della Croce nel dì 14 di esso mese. Pretende il suddetto
padre Pagi[1325], non so se con buoni fondamenti, ch'egli calasse più
tardi in Lombardia. Gran concorso di vescovi e principi fu ad ossequiare
il buon pontefice, che da Pavia passò a Milano, e di là continuò il suo
viaggio fino a Roma, dove gloriosamente entrato, celebrò con solennità
magnifica il santo Natale. Mercè dell'armi cristiane, che qui sotto
accennerò, tutta quella città s'era ridotta ubbidiente ai suoi cenni, a
riserva del castello Sant'Angelo, in cui, per attestato del suddetto
Bertoldo, dimorava tuttavia la guarnigione dell'antipapa Guiberto. Si
mosse in quest'anno un'infinità di cristiani crocesegnati alla volta
dell'Oriente, composta della schiuma di tutti i masnadieri e della
canaglia della Francia, Germania ed Inghilterra, e con loro andarono
femmine da partito senza numero. Un corpo d'essi era condotto dal romito
Pietro: la prima prodezza che fecero in Germania, fu di perseguitare,
svaligiare, uccidere, oppur forzare quanti Giudei trovarono ad
abbracciar la religione di Cristo[1326]. Arrivati costoro in Ungheria e
Bulgaria, tante ribalderie e rapine commisero, che que' popoli, prese
l'armi, desertarono tutta quell'armata, di maniera che poche migliaia ne
poterono giugnere a Costantinopoli limosinando un tozzo di pane. Un
altro corpo di questa ciurmaglia penetrò più avanti fino al paese de'
Turchi, e fu da essi disfatto. Un altro, condotto da _Raimondo conte_ di
sant'Egidio, passò per la Schiavonia. Mossesi poi nell'agosto _Gotifredo
di Buglione_ dal suo ducato della Lorena, principe di rara pietà e
saviezza e di egual valore, seco conducendo una gran quantità di altri
principi e signori della Francia, Fiandra e Lorena, e un'armata di dieci
mila cavalli e di settanta mila fanti, tutta gente agguerrita e
disciplinata. Con buon ordine per la Germania, e poi coll'avere ottenuto
libero il passaggio da _Colomanno re_ per l'Ungheria, marciò questo
esercito alla volta di Costantinopoli. Un'altra potentissima armata
condotta da _Ugo il grande_, fratello del re di Francia, da _Roberto
conte di Fiandra_, da _Roberto duca di Normandia_, da _Eustachio di
Bologna_, fratello del duca Gotifredo, e da altri principi[1327], venne
per l'Italia, e passando per la Toscana, trovato in Lucca papa Urbano
incamminato verso Roma, presero da lui la benedizione[1328]. In passando
per Roma, cacciarono di là l'antipapa Guiberto, e perciò la città,
fuorchè castello Sant'Angelo, tornò in potere del papa. Arrivarono
questi sul principio del verno in Puglia, e convenne loro prendere
quartiere in quelle parti, perchè non era più tempo di mettersi in mare.
Ma essendosi azzardato il suddetto _principe Ugo_ di passare a Durazzo,
fu quivi fatto prigione dai perfidi Greci, e tosto inviato a
Costantinopoli. Buon per lui che da lì a non molto, verso la festa del
Natale, giunse in quelle vicinanze il _duca Gotifredo_ col suo prode
esercito, che forzò l'_imperadore Alessio_ a rimettere in libertà quel
principe, e stabilì poi varie capitolazioni co' Franchi pel libero loro
passaggio in Asia.
Accadde in quest'anno che la città di Amalfi si ribellò a _Ruggieri
duca_ di Puglia[1329]. Non avea egli forze bastanti per mettere al
dovere quella città, e massimamente navi per istrignerla dalla parte del
mare. Raccomandossi a _Ruggieri conte_ di Sicilia suo zio per un copioso
aiuto; e questi infatti raunato un esercito di ventimila Saraceni suoi
sudditi in Sicilia, colla giunta delle sue vecchie truppe e con una
buona squadra di navi, accorse, e col nipote mise l'assedio per terra e
per mare a quella città. Intanto si sparse la voce della crociata e de'
Franchi che venivano verso la Puglia per passare il mare. Trovavasi a
quell'assedio anche _Boamondo principe_ di Taranto e fratello del duca
Ruggieri. Invogliatosi anch'egli di quella sacra spedizione, e
soprattutto spinto dalla speranza di qualche gran conquista in Oriente,
prese la croce[1330]. Il gran rumore che faceva allora la commozion di
tanti popoli per andare alla conquista di Gerusalemme, e l'esempio suo
cagion furono che la maggior parte delle truppe sì del duca che del
conte, assedianti Amalfi, cominciassero a gridare: _Iddio lo vuole, lo
vuole Iddio_; laonde s'arrolarono a furia sotto Boamondo per passare in
Oriente. Fu questo inaspettato avvenimento la fortuna degli Amalfitani,
già ridotti al verde; perchè il conte Ruggieri, veggendo per la maggior
parte dileguato l'esercito suo, si ritirò confuso e malcontento in
Sicilia; ed altrettanto fece il suo nipote Ruggieri, con ritornarsene in
Puglia, lasciando nella ricuperata libertà la città d'Amalfi. Questo a
me fa credere che non venti mila Saraceni, come vuole il Protospata, ma
assai minor numero di quegl'infedeli fossero condotti a quell'assedio
dal conte. Certamente niun d'essi dovette prender la croce; e venti mila
di coloro erano un'armata sufficiente per ultimar l'impresa di quella
città. Accompagnossi con Boamondo anche _Tancredi_, che divenne poscia
al pari di lui celebre eroe nella guerra sacra, e le cui prodezze si
truovano descritte da Radolfo Cadomense. Nella prefazione alla Storia di
questo scrittore ho io osservato[1331] che Tancredi ebbe per padre
_Odone_, ossia _Otton Buono marchese_, e per madre _Emma_ sorella del
duca di Puglia Roberto Guiscardo, ed era perciò cugino di Boamondo.
Altri il fanno suo nipote, ma senza buon fondamento. Ho eziandio creduto
assai probabile che Tancredi fosse di nazione italiana. Nè si dee tacere
che anche da tutte le parti dell'Italia concorse innumerabil gente a
questa sacra impresa. Folco, uno degli antichi storici della guerra
sacra presso il Du-Chesne[1332], fra le genti crocesegnate annovera
_Quos Athesis pulcher praeterfluit, Eridanusque,_
_Quos Tyberis, Macra, Vulturnus, Crustumiumque_
_Concurrunt Itali, ec._
_Pisani ac Veneti propulsant aequora remis._
Soggiunge più sotto:
_Qui Ligures, Itali, Tusci, pariterque Sabini,_
_Umbri, Lucani, Calabri simul, atque Sabelli,_
_Aurunci, Volsci, vel qui memorantur Etrusci;_
_Quaeque etiam gentes sparguntur in Apula rura,_
_Queis conferre manus visum est in praelia dura,_
_Sub juga Tancredi et Boamundi corripuere,_
_Et contra fidei refugas patria arma tulere._
Verisimile nondimeno a me sembra che non tutti questi Italiani ad un
tempo si movessero nell'anno presente, ma che continuasse la folla anche
ne' due seguenti. Passato nell'Epiro Boamondo con Tancredi, ebbe tosto,
per attestato di Radolfo Cadomense[1333], a sguainar la spada coi Greci
che gli vollero contrastare il passo. Diede loro più d'una rotta,
s'impadronì di buon tratto di paese, e tal timore arrecò la di lui
venuta alla corte di Costantinopoli, che _Alessio imperadore_ giudicò
meglio di procedere colle buone con un principe sì avvezzo alle
vittorie. Chiamatolo dunque alla corte, l'indusse a prestargli omaggio,
e cercò di sbrigarsene il più presto possibile. Venuto a morte _Vitale
Faledro_ doge di Venezia[1334] in questo anno, ebbe per successore
_Vitale Michele_ in quella illustre dignità. Per attestato ancora di
Jacopo Malvezzo[1335], nell'anno presente un terribile incendio devastò
quasi tutta la città di Brescia.