[1304] Sigebertus, in Chron.
[1305] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1306] Goffrid. Vindocinensis, lib. 1, Epist. 8.
[1307] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1308] Goffrid., lib. 1, Epist. 9.
[1309] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 in Append.
[1310] Donizo, lib. 2, cap. 8.
[1311] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1312] Donizo, lib. 2, cap. 8. Berthold. Constantiensis, in Chron.
Annalista Saxo.
[1313] Dandul., in Chron, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXCV. Indizione III.
URBANO II papa 8.
ARRIGO IV re 40, imperad. 12.
CORRADO II re d'Italia 3.
Passò dalla Toscana nel febbraio dell'anno presente in Lombardia il buon
_papa Urbano_, e circa il primo dì di marzo celebrò un insigne concilio
nella città di Piacenza[1314], dove intervennero dugento vescovi
dell'Italia, Borgogna, Francia, Alemagna, Baviera, e d'altre provincie,
e quasi quattro mila cherici, con più di trenta mila laici. Sì grande fu
il concorso, che non essendovi basilica capace di tanta gente, bisognò
tener quella sacra assemblea in piena campagna. Colà comparve la
sfortunata regina _Adelaide_, e si lamentò delle infamie che le avea
fatto sofferire l'indegno suo consorte Arrigo. Non avendo ella
acconsentito a tali scelleratezze, fu disobbligata dal farne penitenza.
Quivi ancora furono stabiliti varii decreti riguardanti la disciplina
ecclesiastica, che avea patito di molto in questi sì burrascosi tempi; e
solennemente fu rinnovata la scomunica contra dell'antipapa e de' suoi
aderenti. Vi comparvero ancora i legati di _Alessio Comneno_ imperadore
dei Greci, con esporre le di lui calde preghiere ed istanze per ottener
soccorso contra de' Turchi e d'altri infedeli, che già aveano occupata
la maggior parte dell'imperio d'Oriente, e colle loro scorrerie si
faceano vedere sotto le mura di Costantinopoli. Però papa Urbano ivi
cominciò a predicar la crociata[1315], e molti vi furono che con
giuramento s'impegnarono al viaggio di oltremare, per militar contro
degl'infedeli. Fu in tal congiuntura consecrato _Arnolfo arcivescovo_ di
Milano, alla cui elezione tanto tempo prima s'era opposto il legato
apostolico. Nel dì 11 di aprile passò il papa a Cremona, e venutogli
incontro il giovane _re Corrado_, umilmente tenne la staffa al pontefice
e l'addestrò. Gli prestò inoltre giuramento di fedeltà, cioè di
conservargli la vita, le membra e il pontificato romano. Urbano,
all'incontro, il ricevette per figliuolo della santa romana Chiesa, con
promettergli ogni aiuto e favore per fargli conseguire il regno e la
corona imperiale, purchè anch'egli rinunziasse alla pretension delle
investiture ecclesiastiche. Inviossi dipoi il papa per mare in Provenza,
e venuto a Valenza, di là spedì le lettere circolari per invitare i
prelati ad un concilio da tenersi in Chiaramonte nell'ottava di san
Martino, oppur ne' giorni seguenti. Fu infatti celebrato quel
concilio[1316] al tempo destinato, coll'intervento di tredici
arcivescovi e dugento e cinque fra vescovi ed abbati, benchè altri ne
contino fin quattrocento. Molti regolamenti si fecero ivi per la
disciplina della Chiesa. L'atto nondimeno più famoso di quella insigne
assemblea fu la proposizione fatta di nuovo con più fervore dallo
zelantissimo papa per la crociata, cioè di un armamento per liberar
Gerusalemme dalle mani degl'infedeli. Così celebre è questo avvenimento,
così ampiamente trattato da varii scrittori antichi e moderni, che a me
basterà di solamente darne un lieve abbozzo per la concatenazione di
questa istoria. A sì celebre movimento era già preceduta la predicazione
di Pietro romito franzese[1317], il quale, dopo essere stato a visitare
i luoghi santi di Palestina, rapportò in Occidente la persecuzion fatta
dai Musulmani a' poveri Cristiani in quelle contrade, e come restassero
profanate le memorie della nostra redenzione. Portò egli lettere
compassionevoli di quel patriarca Simeone al papa e a' principi
dell'Occidente; poi per l'Italia, Francia e Germania andò predicando e
movendo grandi e piccoli a portar la guerra in Oriente. Questo fu il
precursore di papa Urbano, ma potè più di lunga mano l'esortazione
infocata d'un capo visibile della Chiesa di Dio per commuovere e
principi e popoli a quell'impresa. Adunque corse a gara gran moltitudine
di gente dopo il concilio a prendere la croce e ad impegnarsi per la
spedizione d'Oriente; nè altro si udiva dappertutto che questa voce:
_Dio lo vuole, Dio lo vuole_. Nè tanta commozion di popoli nacque dalla
sola lor divozione; v'intervenne anche un piissimo interesse. Erano
allora tuttavia in uso i canoni penitenziali; ad ogni peccato era
destinata la sua penitenza; e queste penitenze si stendevano bene spesso
ad anni e a centinaia d'anni, a misura della quantità e qualità dei
reati. Ora il pontefice, per animar tutti a prendere la croce,
concedette indulgenza plenaria (cosa allora rarissima) di tutte le
suddette pene canoniche a chiunque pentito e confessato imprendesse le
fatiche di un sì lungo e scabroso viaggio a Gerusalemme. Però non è da
stupire se allora sì grande fu il concorso di ecclesiastici e laici alla
guerra sacra, e se anche tanti principi si infiammarono di zelo per
condurre a fine così glorioso disegno. Più di cento mila persone presero
allora la croce, e fra questi moltissimi monaci ancora, che con sì bella
congiuntura si misero in libertà.
Succedette in quest'anno un grave sconcerto in Italia, a noi narrato da
Bertoldo da Costanza con queste parole[1318]: _Welpho filius Welphonis
ducis Bajoariae, a conjugio dominae Mathildis se penitus sequestravit,
asserens illam a se omnino immunem permansisse: quod ipsa in perpetuum
reticuisset, si non ipse prior illud satis inconsiderate publicasset_.
Ho io cercato altrove[1319] i motivi di tal separazione, e mi è sembrato
di poter dire che non ispontaneamente nè per sua balordaggine si ritirò
_Guelfo V_ dalla contessa Matilda nell'anno presente, ma sì bene per
disgusti a lui dati dalla contessa medesima. Finchè ella ebbe bisogno di
lui nelle turbolenze passate, non gli fu scarsa di segni di vero amore e
stima, tuttochè fra loro non passasse commercio carnale, o perchè ella
nol voleva, o perchè con questo patto l'aveva egli sposata. Ma dacchè
ella vide depresso in Italia Arrigo IV, cominciò a rincrescerle di aver
un compagno nel comando, e però seppe indurre il marito a separarsi da
lei. Forse anche si scoprì solamente allora che Matilda nell'anno 1077
avea fatta una donazione solenne di tutto il suo patrimonio alla Chiesa
romana; laonde trovandosi Guelfo da tutte le parti burlato per aver
presa una ch'era solamente moglie di nome, ed anche senza speranza di
godere della di lei eredità, disgustatissimo da lei si congedò. E che
nel contratto del di lui matrimonio colla contessa seguisse qualche
patto di tal successione, si può raccogliere dal sapere che _Guelfo IV_
duca di Baviera suo padre, udito questo divorzio, volò in Italia tutto
ardente di sdegno, e per quanto facesse, non gli riuscì di riconciliar
questi due coniugati; nè potendo egli digerir l'inganno fatto alla sua
casa dalla contessa, dopo essere per tanti anni stato il principal
sostegno della parte cattolica, si gettò nel partito allora fallito
dell'imperadore Arrigo. Questa sua risoluzione e lo sdegno da lui
mostrato fanno abbastanza intendere che un gran torto gli doveva aver
fatto Matilda. _Unde_ (soggiugne esso Bertoldo) _pater ipsius_ (cioè
Guelfo IV) _in Longobardiam nimis irato animo pervenit, et frustra diu
multumque pro hujusmodi reconciliatione laboravit. Ipsum etiam Henricum
sibi in adjutorium adscivit contra dominam Macthildam, ut ipsam bona sua
filio ejus dare compelleret, quamvis nondum illam in maritali opere
cognosceret_. È un sogno del Fiorentini il farsi a credere che il
vecchio Guelfo prima del divorzio del figliuolo avesse abbracciata la
fazione di Arrigo. L'abbracciò per dispetto, dopo essersi trovato sì
solennemente beffato dalla contessa Matilda. Se si notassero tutti i
vizii degli eroi, per lo più comparirebbono non minori di numero e peso
che le loro virtù. Tornarono i due Guelfi, malcontenti della contessa,
in Germania, per attestato di Bertoldo, e si affaticarono non poco in
favore dell'Augusto Arrigo; tutto nondimeno indarno, perchè il di lui
partito era oramai troppo scaduto. È da osservare che Donizone, troppo
parziale della contessa, niuna menzione fa mai di Gotifredo, nè di
Guelfo, che pur furono mariti di lei, ma da lei in fine rigettati e
sprezzati. Fu in questi tempi consigliato _Corrado re_ d'Italia ad
ammogliarsi[1320]. Papa Urbano e la contessa Matilda gli proposero
_Matilda_ figliuola di _Ruggieri conte_ di Sicilia, principe che potea
dare una buona dote, di cui abbisognava forte quel povero re, smunto
affatto di danaro. Lo stesso papa ne scrisse al conte Ruggieri, e restò
conchiuso il trattato. Spedì egli la figliuola con una flotta e con un
ricco tesoro a Pisa, dove si trovò Corrado a riceverla; e quivi con
tutta onorevolezza furono celebrate le nozze. Scrive bensì Bertoldo da
Costanza che in questi medesimi tempi l'imperadore Arrigo dimorava in
Lombardia, _paene omni regia dignitate privatus_, perchè tutto il nerbo
delle sue milizie era passato sotto le bandiere del suddetto suo
figliuolo Corrado e della contessa Matilda. Contuttociò io truovo che
egli nel dì 31 di maggio tenne un placito nella città di Padova[1321]
coll'intervento di _Burcardo_ e _Warnerio_ marchesi, e in esso accordò
la sua protezione per alcuni beni al monistero di santa Giustina di
Padova. Similmente dimorando egli in Garda sul lago Benaco, nel dì 7 di
ottobre confermò i suoi privilegii[1322] al monistero della Pomposa,
posto tra Ferrara e Comacchio, con un diploma, le cui note non son
pervenute a noi assai esattamente copiate dall'originale. Tentò egli
inoltre, secondochè abbiam da Donizone[1323], d'impadronirsi del forte
castello di Nogara coll'aiuto dei Veronesi. L'assediò infatti, e l'aveva
già ridotto alla estremità per la fame; ma, ciò udito la contessa
Matilda,
_Mox accersitos Motinenses corpore firmos,_
_Eridanum transit._
E già era in cammino per soccorrere la languente fortezza, quando sorse
tal timore nell'armata di Arrigo, che tutti diedero a gambe, con
abbandonare armi e bagaglie.