[1154] Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.
[1155] Gregor. VII, lib. 9, Ep. 3.
[1156] Giovanni Villani, lib. 4, cap. 23. Ammirati, Istor. di Firenze,
cap. 1.
[1157] Cardinal. de Aragonia, in Vita Gregor. VII.
[1158] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.
[1159] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.
[1160] Ptolom. Lucens., Annal., tom. 1 Rerum Ital.
[1161] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1162] Sigebertus, in Chron.
[1163] Chron. Augustan.
[1164] Bruno, Hist. Bell. Saxon.
[1165] Antiquitat. Italic., Dissert. XXXI, pag. 949.
[1166] Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.
[1167] Anna Comnena, Alexiad., lib. 1. Malaterra, lib. 3, cap. 24.
[1168] Zonar., in Annal. Anna Comnena, Alex., lib. 3.
[1169] Guilielm. Apulus, lib. 4.
[1170] Petrus Diacon., Chron. Casinen., lib. 3, cap. 49.
[1171] Malaterra, lib. 3, cap. 27.
[1172] Alberic. Monachus, in Chronico.
[1173] Lupus Protospata, in Chron.
[1174] Anonymus Barensis apud Peregrinum.
[1175] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.
[1176] Tomasi, Istor. di Siena lib. 3.
[1177] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1178] Alberic. Monachus, Chron. apud Leibnit.
Anno di CRISTO MLXXXII. Indizione V.
GREGORIO VII papa 10.
ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 27.
Verso il principio della primavera di quest'anno tornò di nuovo il _re
Arrigo_ col suo antipapa a Roma, e strinse un'altra volta d'assedio, o
piuttosto con un blocco, la città leonina, premendogli forte di poter
mettere il piede nella basilica vaticana. Poco fastidio a lui recava in
Germania il competitore _Ermanno_ dichiarato re, perchè, per
testimonianza dell'Annalista sassone[1179] e del Cronografo
sassone[1180], esso Ermanno _tam suis, quam alienis coepit in brevi
despectus haberi_; nè si sa ch'egli facesse impresa alcuna nell'anno
presente. Ma neppure Arrigo riportò frutto alcuno da questo nuovo
tentativo[1181]. Fece ben egli da un traditore attaccar fuoco alla
basilica vaticana, sperando che i Romani, accorrendo all'incendio,
abbandonerebbono la guardia delle mura. Ma avvertitone papa Gregorio,
ordinò tosto che maggiormente si armassero i posti; e, confidato
nell'aiuto di Dio e nella protezion di san Pietro, fece il segno della
croce sopra le fiamme, e queste cessarono. Abbiamo dalla Cronica di
Farfa[1182] che nel dì 17 di marzo esso Arrigo andò a visitare il
celebre monistero di essa Farfa, ricevuto ivi con tutto onore da que'
monaci, i quali punto non badavano alle scomuniche pontificie, e tennero
sempre con esso re, perchè quello era monistero regale ossia imperiale.
Fu dai medesimi ammesso alla confraternita e alla participazion delle
loro orazioni: rito antichissimo dell'ordine benedettino. Assediò egli
il castello di Fara, e lo restituì all'_abbate Berardo_. Fece dipoi
prigione _Bonizone vescovo di Sutri_, personaggio celebre non men per le
sue disavventure che per la sua letteratura, restando tuttavia alcuni
opuscoli suoi manuscritti, uno de' quali, cioè _de Ecclesiasticis
Sacramentis_, è stato da me dato alla luce[1183]. Fu egli dipoi creato
vescovo di Piacenza; ma dagli scismatici restò un giorno barbaramente
trucidato. In quest'anno ancora il timore dell'aria malsana dei contorni
di Roma fece dopo Pasqua tornare Arrigo con pochi verso la
Lombardia[1184]. Lasciò nondimeno l'antipapa Guiberto in Tivoli
coll'esercito, acciocchè continuasse il blocco di Roma, con farlo
divenire di falso papa vero generale d'armata. Ostinatamente intanto
proseguì il duca _Roberto Guiscardo_ anche nel verno l'assedio di
Durazzo nell'Albania[1185]. Accadde che un certo Domenico nobile
veneziano ebbe dei disgusti in quella città, difesa allora dal valoroso
stuolo de' Veneziani. Questi perciò cominciò una trama col Guiscardo per
renderlo padrone della città, con farsi prima accordare in moglie una
nipote del duca, ed altre vantaggiose condizioni. Andò sì felicemente
innanzi il trattato[1186], che nella notte del dì 8 di febbraio
dell'anno presente, scalate le mura, i Normanni furono introdotti nella
città. Restò prigione il figliuolo del doge di Venezia con altri molti
veneti, e con assai loro navi, e tutto il circonvicino paese in potere
di Roberto.
Ora _Alessio Augusto_, non sapendo più che argine mettere al torrente
impetuoso di questo conquistatore[1187], spedì un'ambasceria con ricchi
regali al re Arrigo, per impegnarlo a fare una diversione con portare la
guerra in Puglia, rappresentandogli la facilità delle conquiste, mentre
le forze di Roberto erano oltre mare, e promettendogli mari e monti per
questo benefizio. Ossia che Arrigo accettasse la offerta, o che Alessio
facesse spargerne la voce con politica finzione, ne fu ben tosto spedito
l'avviso al duca Roberto. Egli allora, conoscendo necessaria la sua
presenza in Italia, lasciato al figliuolo Boamondo il comando
dell'esercito, tornossene in Puglia, ed attese a raunar gente per tutti
i bisogni. Prima della sua venuta, pare che accadesse quanto vien
narrato da Guglielmo Pugliese[1188], cioè che il popolo di Troia, dove
si trovava il _principe Ruggieri_ figliuolo del duca, si ribellò, e
costrinse il principe a rifuggirsi nella rocca, alla quale tosto fu
messo l'assedio. In aiuto ancora de' Troiani accorse il popolo d'Ascoli,
irritato forte per l'aspro trattamento fatto nel precedente anno da esso
Ruggieri alla loro città. Ma venuto da più parti soccorso, il principe
fece una sì vigorosa sortita dalla rocca, che gli riuscì di dispergere
quella ribellione. Costò la vita ad assaissimi di quelle due città
l'ardito ed infelice tentativo. Aveva intanto _Ruggieri conte_ di
Sicilia[1189] raccomandato il governo delle sue conquiste in quell'isola
a _Giordano_ suo figlio bastardo, perchè pressanti affari il
richiamavano in Calabria. Lasciatosi l'ambizioso giovane pervertire dai
consigli degli adulatori, si mise in possesso d'alcune castella, e tentò
di occupar Traina, dove era il tesoro del padre; ma questo ultimo non
gli riuscì. All'avviso di tal novità ritornò frettolosamente Ruggieri in
Sicilia; invitò al perdono il mal consigliato figliuolo; e fatti
abbacinare dodici de' più colpevoli, lasciò il governo della Sicilia a
più fidata persona. Tornato che fu in Lombardia il re Arrigo, per
testimonianza di Donizone[1190] e di Lupo Protospata[1191], si diede a
far guerra alla _contessa Matilda_, principale sostegno della parte
pontificia in Italia. Aveva ella, per così dire, una selva di fortezze
nelle montagne di Modena e Reggio, Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte
Baranzone, Montebello ed altri simili luoghi montuosi di sua ragione
aveano rocche fortissime, delle quali resta tuttavia qualche vestigio
_Insuperabilia loca sunt sibi plurima fixa:_
così scrive Donizone. Con tale attenzione e valore accudiva a tutto
l'eroina contessa che potè ben egli dare il guasto al paese, e formar
degli assedii, ma senza che gli venisse fatto di conquistare alcuno de'
suoi forti castelli. Soccorreva ella nel medesimo tempo con danari papa
Gregorio, che troppo ne abbisognava, per sostenersi contro l'esercito
dell'antipapa. E fu in questa occasione e nell'anno presente, che essa
contessa con _Anselmo vescovo_ di Lucca, scacciato dalla sua chiesa, e
vicario del papa in Lombardia, richiesero al monistero di Canossa il suo
tesoro per li bisogni della Chiesa romana[1192]. Non ebbe difficoltà
l'abbate Gherardo coi monaci a concederlo. Consistè esso in settecento
libbre d'argento, e in nove libbre d'oro, che furono inviate a Roma. Ma
la pia contessa non mancò di dar qualche compenso a quel monistero, con
assegnargli alcune chiese, e fargli poscia altri benefizii. Facilmente i
principi del secolo metteano le mani sopra i tesori delle chiese; ma
pochi imitavano Matilda nell'indennizzarle in altra guisa.