PETRA DEDIT PETRO, PETRVS DIADEMA RODVLPHO.

Essendo volata in Germania la nuova di questa risoluzione[1132], crebbe

a dismisura la rabbia del re Arrigo, nè mancarono perversi consiglieri

che il trassero all'ultimo degli eccessi. Fece egli pertanto raunare un

conciliabolo di trenta vescovi scismatici, e di molti signori sì di

Germania che d'Italia, suoi fautori, in Brixen, o sia Bressanone sul

Tirolo, e gl'indusse con empia ed affatto irregolar procedura a

dichiarar deposto Gregorio VII dal papato, e ad eleggere in suo luogo

_Guiberto arcivescovo_ di Ravenna, già più volte scomunicato, il quale

assunse dipoi il nome di _Clemente III_. Era costui cittadino di Parma

di gran nobiltà, e da molti vien creduto della nobil casa di Correggio.

Scrive Donizone[1133] che di tre figliuoli di Sigefredo lucchese,

ascendente della contessa Matilde,

_Fiunt Parmenses duo fratres, ambo potentes._

_Dat Guibertinam minimus, primus Baratinam,_

_Progenies ambas grandes, et honore micantes._

Da essa schiatta gibertina sembra che discendesse il suddetto antipapa.

Aspirava da gran tempo alla cattedra di san Pietro esso Guiberto, uomo,

quanto privo dello spirito ecclesiastico, altrettanto provveduto di

mondana politica. Il primo de' suoi pensieri era l'ambizione, l'ultimo

il timore di Dio. L'esaltazione di questo mal uomo succedette nel dì 25

di giugno. Nel decreto di tale elezione, rapportato dall'abbate

urspergense[1134], si spacciarono non poche stomachevoli calunnie contra

di papa Gregorio, suggerite da Ugo il Bianco cardinale scomunicato, e

che si leggono anche nell'empia diceria delle scismatico Bennone.

Scrisse dipoi Arrigo allo stesso Gregorio pontefice e al popolo romano

lettere infami per avvisarli dell'idolo ch'egli avea introdotto nella

casa di Dio. Fu inoltre spedito in Italia il novello antipapa, per

tirare nel suo partito tutti i simoniaci e i nemici del vero papa; nè a

lui fu difficile di trovarne molti e di mettere insieme un'armata.

Il presentimento di questo colpo, e gli avvisi di quel che andava

succedendo in Germania, quegli sproni dovettero essere che finalmente

indussero e ad affrettarono papa Gregorio a rilasciare la sua severità

contra di _Roberto Guiscardo duca_ di Puglia, Calabria e Sicilia, ed

accordarsi con lui. Roberto anch'egli si trovava in qualche disordine

per le molte città che gli s'erano ribellate, e gli era utile

l'accomodarsi ai voleri del papa. Però il pontefice _post octavas

Pentecostes_, circa il dì 7 di giugno, siccome abbiamo detto di sopra,

andossene ad Aquino[1135], accompagnato da _Giordano principe_ di Capoa,

e quivi riconciliatosi con Roberto, l'assolvè dalle censure, e diedegli

l'investitura di tutti quegli Stati che gli erano stati conceduti da

Niccolò II e da Alessandro II pontefici predecessori, con aggiugnere:

_De illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et

Amalfia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter sustineo in

confidentia Dei omnipotentis et tuae bonitatis_, ec. Probabilmente

questo era stato il punto principale che avea fin qui ritardata la pace

fra loro. Giurò all'incontro fedeltà ed omaggio al papa il duca Roberto,

con promettere ancora di pagar ogni anno alla Chiesa romana dodici

denari di moneta pavese per ogni paio di buoi di tutti i suoi Stati. Già

s'è, a mio credere, assai dimostrato di sopra all'anno 1078 non

sussistere l'opinione del padre Pagi, che tal riconciliazione seguisse

nell'anno 1077, e star forte quella del Sigonio e del cardinal Baronio,

da' quali fu riferita al presente anno 1080. Aggiungo ora, che gli atti

d'essa investitura e del giuramento di Roberto son posti fra le lettere

del libro ottavo di Gregorio VII, che riguardano gli affari di

quest'anno. E nella lettera settima d'esso libro il pontefice dà avviso

a tutti i fedeli di aver parlato _cum duce Roberto et Jordane,

ceterisque potentioribus Nortmannorum principibus_, che gli aveano

promesso soccorso contra di ognuno in difesa della Chiesa romana, con

palesar eziandio la risoluzione presa di marciare con un'armata contra

di Ravenna, per liberar quella chiesa e città dalle mani dell'empio

Guiberto, già alzato dalla perfidia al sacrilego grado di antipapa.

Finalmente abbiamo dalla Cronichetta normannica da me pubblicata[1136],

che _anno MLXXX Robertus dux amicatus est cum Gregorio papa in mense

junio, et confirmata fuit ab illo omnis terra, quam habebat Robertus dux

in Apulia, Calabria et Sicilia_. Guglielmo pugliese anch'egli

narra[1137] sotto il presente anno la concordia suddetta; anzi la fa

succeduta dopo la morte del re Ridolfo: nel che egli s'inganna. Dalla

stessa Cronichetta abbiamo che il duca Roberto nell'aprile di quest'anno

ricuperò la città di Taranto e Castellaneta. Presentossi ancora

coll'esercito sotto Bari, e colla fuga di Petronio conte tornò ad

impadronirsene. Fece anche lo stesso della città di Trani. Notizie tutte

confermate da Lupo Protospata[1138] e dall'Anonimo barense[1139]. Era

già stato, siccome accennai, da _Niceforo Botoniata_ precipitato dal

trono imperiale d'Oriente _Michele Parapinacio_ con _Costantino_ suo

figliuolo, e genero del duca Roberto, ed obbligato a prendere l'abito di

monaco. Una curiosa scena avvenne in quest'anno. Eccoti comparire in

Puglia davanti il duca Roberto un uomo vilmente vestito, che si spaccia

per Michele imperator deposto, e chiede aiuto contro l'occupator

dell'imperio, spezialmente rappresentando che la sua rovina era

proceduta dalla parentela contratta con esso Roberto, principe troppo

odiato da' Greci. Fu accolto con grande onore, vestito di abiti

imperiali, e trionfalmente condotto per la città. Credette, o mostrò di

credere il duca Roberto che costui veramente fosse il deposto Michele.

Anna Comnena[1140] sostiene nella sua Storia che questa fu una finzione,

procurata da Roberto stesso, principe che in astuzie politiche non avea

pari, per prendere da ciò pretesto di assalire la monarchia dei Greci.

Gaufredo Malaterra[1141], tuttochè Normanno, pure anch'egli inclina a

credere che questo Michele fosse un tiro di politica e una fantasima

atta a commuovere i popoli alle imprese che Roberto, sbrigato dalle

guerre civili, andava già macchinando, e alle quali cominciò nell'anno

presente a prepararsi. Da una lettera di papa Gregorio[1142] si scorge

che anche a lui fu fatta credere la venuta in Italia dell'Augusto

Michele. Il Malaterra suddetto mette la comparsa di questo fantoccio

nell'anno 1077, ma i più nell'anno presente 1080, nel quale comparve in

Sicilia _Raimondo conte di Provenza_ a chiedere per moglie _Matilda_

figliuola primogenita del _conte Ruggieri_. Furono con gioiosa solennità

celebrate quelle nozze, e lo sposo contento condusse la moglie alle sue

contrade. Ebbero maniera i Saraceni di rientrare in questo anno nella

città di Catania per tradimento di Bencimino governator d'essa,

musulmano di professione, ma creduto di gran fede da Ruggieri. Udita

questa dispiacevol nuova, non perdè tempo _Giordano_ figliuolo del conte

Ruggieri ad accorrere colà con un piccolo corpo di cavalleria. Trovò

schierati i Saraceni sotto quella città, gli assalì con incredibil

valore, e talmente li riempiè di terrore, che, non credendosi sicuri

neppure nella città, l'abbandonarono con ritirarsi in Siracusa.

Intanto in Germania avvenne una terribile mutazion di cose[1143]. Nel dì

15 di ottobre seguì la quarta battaglia campale fra i due re _Arrigo_ e

_Ridolfo_. Gran varietà si truova fra gli scrittori nella descrizion di

essa, chi sostenendo che furono messi in fuga i Sassoni, e chi essersi

dichiarata la vittoria per loro. Quel che è certo, in quel conflitto

restò mortalmente ferito, e di lì a non molto morì il _re Ridolfo_.

L'autore della Vita di Arrigo IV presso il Reubero[1144] pretende

ch'egli fosse ucciso da' suoi medesimi soldati, guadagnati con danaro

del re Arrigo. Questo colpo sconcertò sommamente gli affari della lega

cattolica non solo in Germania, ma anche in Italia, ed espose alle

dicerie de' nemici il pontefice Gregorio VII. Se merita fede

Sigeberto[1145], avea predetto esso papa che in quest'anno sarebbe morto

il falso re, intendendo di Arrigo, ma in vece sua finì di vivere il re

Ridolfo. Potrebbe essere una favola; ma certo egli, scrivendo a tutti i

fedeli[1146], avea fatto loro sperare, _nefandorum perturbationem merita

ruina cito sedandam, et sanctae Ecclesiae pacem et securitatem (sicut de

divina clementia confidentes promittimus) proxime stabiliendam_. Si

raccoglie lo stesso da altre sue lettere. Però fecero grande schiamazzo

i partigiani di Arrigo per l'avvenimento tutto contrario alle promesse o

speranze pontificie. Loro ha già risposto il cardinal Baronio[1147], e

meritano intorno a ciò d'esser lette anche le riflessioni dell'abbate

Fleury[1148]. A questo infausto accidente un altro se ne aggiunse in

Italia. Risoluta la celebre _contessa Matilda_ di sostener gl'interessi

del romano pontefice, e di tentare, secondo il concerto fatto, di

cacciar da Ravenna l'antipapa Guiberto, avea raunate le sue forze nel

territorio di Mantova, città allora a lei ubbidiente. Ma fu anche in

armi quasi tutta la Lombardia in aiuto di Arrigo, e con un potente

esercito si portò alla Volta, luogo del Mantovano[1149]. Quivi vennero

alle mani le due armate, e a quella della contessa toccò la rotta nel dì

15 di ottobre, cioè nel giorno stesso in cui seguì l'altro infelice

conflitto della Germania, dove il re Ridolfo perdè la vita. Leggesi

parimente nella Vita di Gregorio VII[1150], che dopo la morte di Ridolfo

_evolutis paucis diebus, Henricus filius ejus_ (di Arrigo IV) _cum

exercitu llustris comitissae Mathildis pugnavit. Et quia, sicut fieri

solet, varius est eventus belli, victoriam habuit_. Che Enrico, ossia

Arrigo, sia questo figliuolo del re Arrigo IV, non truovo io scrittore

che me l'additi. _Forse quello_ (dice il Fiorentini[1151]), _che senza

nome presso Donizone morì poi nell'assedio di Montebello_. Certamente

non fu Arrigo V, poscia imperadore, perchè si crede nato solamente

nell'anno seguente. A me è ignoto se Arrigo IV avesse de' figliuoli

bastardi. Nondimeno improbabil cosa non sarebbe che ne avesse avuto.

Fece in quest'anno la suddetta contessa Matilde una donazione al

monistero di san Prospero, oggidì di san Pietro, dei Benedettini di

Reggio. La carta fu scritta[1152] _anno ab Incarnatione Domini nostri

Jesu Christi millesimo octuagesimo, die IX mensis decembris, Indictione

tertia_. L'indizione corre qui sino al fine dell'anno; ma potrebbe

dubitarsi che fosse qui adoperato l'anno pisano, e che lo strumento

appartenesse all'anno precedente, nel cui settembre cominciò a correre

l'_Indizione III_. Tenne inoltre essa contessa un placito in Corneto,

terra del contado di Toscanella[1153], _VII kalendas aprilis, Indictione

III_, dove decise la lite d'una chiesa in favore di _Berardo abbate_ di

Farfa.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 96 / 277 题