[1020] Rerum Italicar., P. I, tom. 3.
[1021] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1022] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1023] Cardinal. de Aragon., in Vit. Gregorii, VII.
[1024] Gregor. VII, lib. 2, Ep. 9.
[1025] Antichità Estensi, P. I, cap. 4.
[1026] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.
[1027] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1028] Guillelmus Apulus, lib. 3.
[1029] Chron. Amalfitan., tom. 1 Antiquit. Ital., pag. 213.
[1030] Gaufridus Malaterra, lib. 3, cap. 7.
[1031] Acta Sanctorum Bolland., ad diem 18 mart.
[1032] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1033] Gregor. VII, lib. 2, Epist. 31 et 37.
[1034] Mabill., Saecul. Benedict. VI P. II.
[1035] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.
[1036] Antiquit. Ital., Dissert, V.
Anno di CRISTO MLXXV. Indizione XIII.
GREGORIO VII papa 3.
ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 20.
Un altro insigne concilio romano nel fine di febbraio fu in quest'anno
celebrato da papa _Gregorio VII_[1037], in cui lo zelantissimo pontefice
per la prima volta pubblicamente proibì sotto pena di scomunica le
investiture de' vescovati e delle abbazie che i re davano agli
ecclesiastici, con porgere loro il pastorale e l'anello. S'era da molti
anni introdotta questa novità, e coll'essere divenuta dipendente dalla
volontà dei sovrani temporali, che in que' tempi erano di coscienza
guasta, la collazion delle chiese e dignità ecclesiastiche, s'era aperta
una larga porta alla simonia. Infatti si conferivano queste dai re a chi
le comperava colla lunga servitù alle corti, o colle adulazioni, e più
sovente a chi più largamente offeriva regali e danaro. Venivano con ciò
a cader bene spesso le chiese in mano di chi meno le meritava, restando
neglette le persone degne. Furono anche in esso concilio confermati i
decreti contra de' cherici concubinarii. Di nuovo eziandio fu
scomunicato _Roberto Guiscardo_, il quale in questi tempi tenea segrete
pratiche col re Arrigo, e nello stesso tempo dava buone parole al papa
di volersi suggettare a tutti i di lui voleri. Ora il decreto suddetto
intorno alle investiture, siccome parea che sminuisse di troppo
l'autorità già usurpata dai monarchi, così fu la scintilla che accese
dipoi la funesta guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Sulle prime non
ne fece doglianza o risentimento alcuno il re Arrigo, perchè incerto
dell'esito della guerra da lui impresa contra de' Sassoni; anzi scrivea
lettere di tutta sommessione e buona volontà al papa. Appena ne uscì
egli vittorioso, che cominciò i suoi strepiti contro la Sede apostolica.
Mosse egli dunque nell'anno presente le sue armi contro i popoli della
Sassonia e Turingia[1038], dopo aver tanto operato colle lusinghe e
promesse, che avea tirato nel suo partito i primi principi della
Germania, cioè _Ridolfo duca_ di Suevia, _Guelfo duca_ di Baviera,
_Goffredo_ il Gobbo _duca_ di Lorena, e _Bertoldo duca_ di Carintia, i
quali accorsero tutti colle lor genti a secondarlo in quell'impresa.
Verso la metà di luglio seguì una sanguinosa battaglia fra l'esercito di
Arrigo e quel de' Sassoni, e fu disputata un pezzo la vittoria; ma in
fine andarono rotti i Sassoni, con essere nondimeno costato caro questo
trionfo all'armata regale, in cui perì molta nobiltà, specialmente della
Baviera e Suevia. Fama fu che restassero sul campo circa ventimila
persone. Furono, siccome dissi, cagione questi fortunati successi che il
re Arrigo, dianzi cotanto mansueto col romano pontefice, prendesse
un'altr'aria, e cominciasse a farla da sprezzante, con ammetter anche
alla sua corte e familiarità que' ministri che dianzi erano stati
scomunicati dalla Sede apostolica. Intanto i Sassoni non lasciavano
intentato mezzo alcuno per ottener pace e grazia dal re, il quale sempre
più infellonito contra d'essi, e gonfio per la passata fortuna, nulla
meno macchinava che l'intera loro schiavitù e rovina. Però affine di
esterminarli intimò una nuova spedizion contra di loro, ed era con lui
Goffredo duca di Lorena con sì grosso corpo di gente scelta, che
uguagliava il resto dell'esercito del re[1039]. Ma gli altri duchi,
_Radulfus scilicet dux Suevorum, Welf dux Bajoariorum, Bertholdus dux
Carentinorum, regi auxilium suum petenti denegaverunt: poenitentes, ut
ajebant, superiori expeditione in irritum fusi tanti sanguinis, offensi
etiam regis immiti atque implacabili ingenio, cujus iracundiae incendium
nec lacrymae Saxonum, nec inundantes campis Thuringiae rivi sanguinis
restinguere potuissent_. Ciò non ostante, s'interposero tanti per la
pace, che i Sassoni s'arrenderono alla volontà del re, il quale cacciò
in esilio la maggior parte dei lor capi e baroni, e trattò il resto alla
peggio.
Succedette in quest'anno nel martedì santo, giorno 30 di marzo, un nuovo
terribile incendio nella città di Milano, descritto da Arnolfo
milanese[1040], scrittore di vista. E fu come cosa miracolosa, perchè
insorto nell'aria un vapore che vomitava fiamme, attaccò il fuoco alle
case che si erano salvate nel precedente incendio, e alle già
rifabbricate: con divario nondimeno dall'altro, perchè questo distrusse
più chiese, a fra l'altre le due basiliche metropolitane, cioè la
mirabil estiva di santa Tecla, e l'invernale di santa Maria, con quelle
di san Nazario e di santo Stefano. Il danno di quella città fu
incredibile. Non ostante sì terribil disgrazia, _Erlembaldo_ seguitava a
far guerra al clero incontinente di quella città, ed impedì anche
nell'anno presente il battesimo solenne che si solea fare in tutte le
cattedrali nel sabbato santo. Irritati per questo i nobili, e guadagnata
parte della plebe, vennero alle mani colla gente di Erlembaldo, ed egli
in quella zuffa restò morto, e fu poi riguardato qual martire e
riconosciuto per santo, avendo anche Iddio con varii miracoli onorata la
di lui sepoltura. Il Puricelli ne scrisse la vita. Dopo ciò il popolo di
Milano, il quale, esaminati ben questi fatti, pare che già avesse
assunta qualche forma di repubblica, ma con riconoscere tuttavia il
comando e l'autorità del re Arrigo, unito col clero, spedì un'ambasciata
al re medesimo per avere un arcivescovo[1041]. Giacchè egli era pentito
di aver dato per arcivescovo ai Milanesi _Goffredo_, fu da lui eletto
_Tedaldo_ suddiacono milanese, che era suo cappellano, e il mandò a
Milano, dove trovò buona accoglienza non men presso il clero, che presso
il popolo, avido sempre di cose nuove. Si videro allora in un medesimo
tempo, e non senza scandalo, tre arcivescovi di Milano, cioè _Gotifredo_
consecrato, ma esiliato; _Attone_ sostenuto e consecrato da papa
_Gregorio VII_, e vivente in Roma, e _Tedaldo_ ultimamente sopraeletto
agli altri due. Fece quanto potè il papa per impedire la consecrazion di
Tedaldo; ma i vescovi suffraganei attaccati al re Arrigo, ad onta di
lui, il consecrarono. Corse in quest'anno un gran pericolo lo stesso
pontefice Gregorio[1042]. Aveva egli pubblicata la scomunica contra di
Cencio figliuolo di Stefano già prefetto di Roma, ma non già, a mio
credere, prefetto anche egli d'essa città, uomo prepotente sì per la sua
dignità e nascita, come per le sue grandi ricchezze, usurpator de' beni
delle chiese, ed amico del duca di Puglia _Roberto Guiscardo_. Istigato
costui dalle segrete insinuazioni di _Guiberto arcivescovo_ di Ravenna,
che già aspirava al papato, allorchè papa Gregorio nella notte del santo
Natale di questo, e non già del seguente anno, celebrava la messa a
santa Maria Maggiore, entrato con gente armata, il prese, e staccatolo
dal sacro altare, seco il trasse ad una sua torre. Paolo
benriedense[1043] aggiunge che esso papa riportò una ferita in quella
funesta occasione. Si sparse tosto per la città la nuova di tanta
empietà, a cui tutti inorridirono; e il popolo romano, dato di piglio
all'armi, fatto il giorno, in furia corse alla torre di Cencio, e quivi
con fuoco, con catapulte e con altri ingegni di guerra cominciò a
batterla sì forte, che Cencio prevedendo in breve la propria rovina, si
gettò a' piedi del papa, implorando, non che misericordia, aiuto per
salvarsi. Allora il clementissimo pontefice affacciatosi ad una
finestra, fece fermar gli assalti e l'ira del popolo; e tratto dalla
torre, se ne tornò fra le acclamazioni di tutti a terminar la messa a
santa Maria Maggiore; segno o che non era ferito, o che la ferita
dovette essere ben leggera.
Furono poi dal popolo devastati e confiscati tutti i beni dell'empio
insieme e pazzo Cencio che ebbe la fortuna di poter fuggire colla moglie
e co' figliuoli. Gli aveva il papa imposto la penitenza di fare il
viaggio di Gerusalemme. Arnolfo milanese[1044], scrittore di questi
tempi, ci assicura, non essere passato l'anno, che costui morì soffocato
da un'ulcera nella gola. Lo attesta anche Bertoldo da Costanza[1045],
con dire che Cencio nei primi mesi dell'anno 1077 andò a Pavia menando
prigione _Rainaldo vescovo_ di Como, per essere ricompensato dal re
Arrigo, e che quivi morendo all'improvviso, trovò quel guiderdone che
meritavano le di lui scelleratezze. Approdarono inaspettatamente in
quest'anno i Mori in Sicilia alla città di Mazzara[1046], e trovando i
cittadini mal preparati a questa visita, entrarono per forza nella
città. Posero anche l'assedio al castello situato nella pianura della
città e vi stettero sotto ben otto giorni. Informato di ciò il _conte
Ruggieri_, entrò di notte con uno stuolo d'armati in esso castello, e la
seguente mattina uscì addosso ai nemici. Moltissimi di coloro restarono
sul campo, gli altri incalzati, come poterono il meglio, si salvarono
alle navi. Se si ha a prestar fede agli Annali pisani[1047], nella festa
di san Sisto di agosto dell'anno presente presero i Pisani la città di
Almadia, ed obbligarono Firmino re d'essa a pagar tributo da lì innanzi
a Pisa, _et coronam romano imperatori assignaverunt_. Possiam fidarci
poco d'essi Annali, ne' quali all'anno 1077 si torna a dire che i Pisani
presero Almadia in Africa, e ciò parimente nel dì di S. Sisto. Ed altri
Annali pisani riferiscono questo fatto all'anno 1088, dove ne tornerò io
a parlare. Trovavasi nell'anno presente _Beatrice duchessa_ di Toscana
in San Cesario, distretto di Modena, dove nel dì 8 di giugno[1048]
compose una differenza insorta fra Eriberto vescovo di Modena ed Alberto
di Bazovara per la canonica di Cittanuova. Leggesi parimente un placito
tenuto da essa Beatrice[1049], appellata _gloriosissima comitissa_, e da
_Matilda_ sua figliuola _in civitate Florentia in via prope ecclesia
sancti Salvatoris juxta palatio de domni sancti Battista, anno ab
Incarnatione Domini nostri Jesu Christi septuagesimo quinto post mille,
nonas martii, Indictione tertiadecima_. Qui è l'anno fiorentino. Se s'ha
da credere alla Cronichetta amalfitana[1050], nell'anno presente Roberto
Guiscardo s'impadronì della città di santa Severina in Calabria.