NOTE:

[1007] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.

[1008] Bertholdus Constantiniensis, in Chron.

[1009] Abbas Urspergens., in Chron.

[1010] Marianus Scotus, in Chronico. Donizo. Paul. Benried., in Vit.

Gregorii VII et alii.

[1011] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII, ibid.

[1012] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.

[1013] Tom. 10. Concilior. Labbe.

[1014] Antiquit. Italic., Dissert. X.

[1015] Ibid., Dissert. VI.

[1016] Antiquit. Italic., Dissert. XI.

[1017] Fiorent., App. Memor. di Matil., pag. 150.

[1018] Gregor. VII, lib. 1, Ep. 4.

[1019] Baron., in Annal. Eccl.

Anno di CRISTO MLXXIV. Indizione XII.

GREGORIO VII papa 2.

ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 19.

Abbiamo dalla Vita di san _Gregorio VII_ nella raccolta di Niccolò

cardinale d'Aragona[1020], ch'esso pontefice spedì in Germania

l'imperatrice, non già _B_, ma _A_, cioè Agnese madre del re Arrigo, con

_Gherardo_ vescovo d'Ostia, _Uberto_ vescovo di Palestrina, _Rinaldo_

vescovo di Como, e col vescovo di Coira. Tale spedizione, per attestato

di Bertoldo da Costanza[1021] e di Lamberto da Scafnaburgo[1022],

appartiene all'anno presente. Furono questi legati ben accolti dal re

dopo Pasqua in Nuremberga; esposero le paterne ammonizioni di papa

Gregorio; ottennero che fossero cacciati di corte cinque nobili

cortigiani già scomunicati; ma poc'altro di sostanza. Diede ben buone

parole il re, e promise d'emendarsi; poscia li rispedì con tutto onore e

ben regalati. Contra de' Sassoni seguitava intanto il maltalento del

feroce re, i cui atti ed avvenimenti si veggono diffusamente scritti dal

suddetto Lamberto. E benchè il papa si fosse esibito mediatore per

comporre quelle rabbiose differenze, e s'affaticassero anche varii

principi della Germania per indurlo a placarsi, egli non la sapeva

intendere. Perchè le forze allora gli mancarono, infine come tirato pel

capestro acconsentì alla pace, e con delle condizioni di suo poco onore,

essendosi stabilito in quell'accordo che si smantellerebbono tutte le

fortezze da lui fabbricate in pregiudizio di quei popoli. Mosse anche

una furiosa lite al santo arcivescovo di Colonia _Annone_, e pochi erano

que' principi ch'egli non credesse suoi nemici, o non facesse tutto il

possibile per inimicarseli. Tenne in quest'anno il pontefice Gregorio

VII un gran concilio in Roma, al quale intervennero assaissimi vescovi,

ed inoltre, come s'ha da Cencio camerario presso il Baronio, e dal

cardinal d'Aragona[1023], _egregia comitissa Mathildis, Aczo marchio, et

Gisulfus salernitanus princeps non defuere_. Parlasi qui del famoso

marchese _Alberto Azzo II_ progenitore delle due linee de' principi di

Brunswich e di Este. Anche il papa suddetto scrisse in questo anno[1024]

a _Beatrice duchessa_ di Toscana che il _marchese Azzo_ avea promesso al

papa nel sinodo di rendere conto del suo matrimonio con _Matilda_

sorella di _Guglielmo vescovo_ di Pavia, e vedova del _marchese Guido_,

diversa da _Matilda_ la gran contessa e duchessa di Toscana. Secondo le

mie conghietture, doveva essere premorta a questo principe la contessa

_Garsenda_ sua seconda moglie, ed egli volle prenderne la terza, cioè la

suddetta Matilda[1025]. Ma riputandosi eglino parenti, ne fu portata la

denunzia a Roma. Fece il suo dovere il papa; ma non sappiamo qual fine

avesse un tal affare. Certo è aver fallato alcuni scrittori della vita

della gran contessa Matilda, in credere che di lei parlasse il papa in

quella lettera. Ora in esso concilio[1026] fu pubblicata la deposizione

de' preti concubinarii; decretato che niuno potesse ascendere agli

ordini sacri, se non prometteva la continenza; e fulminata di nuovo con

terribili anatemi la simonia. Portati in Germania questi decreti, gran

rumore ne fece il clero dissoluto di quelle contrade; e pertinaci in

voler sostenere l'inveterato abuso, eccitarono anche dei fieri tumulti

contra di que' vescovi, che si accinsero a pubblicarli e a farli

accettare. Parimente sappiamo che in questo concilio il pontefice

Gregorio pubblicò la scomunica[1027] contra di Roberto Guiscardo duca di

Puglia, non già, come suppose il cardinal Baronio, perchè egli dopo la

presa di Salerno avesse portata la guerra contro la Campania, e messo

l'assedio a Benevento, essendo più tardi succedute tali imprese. Vo io

sospettando piuttosto, che citato _Roberto Guiscardo_ a rinnovare il

giuramento di fedeltà, e a prendere l'investitura de' suoi Stati, come

aveano fatto i principi di Benevento e di Capoa, nè comparendo, si

tirasse addosso le censure della Sede apostolica. In una lettera scritta

a Beatrice e a Matilda nell'ottobre seguente, lo stesso papa Gregorio

significa loro che Roberto prometteva di prestare il suddetto

giuramento.

Era tornato il duca Roberto dopo la presa di Palermo, portando seco un

gran tesoro in Puglia, alla città di Melfi[1028], dove i baroni tutti

concorsero a baciar quell'invitta mano e a congratularsi. Ma fra essi

non comparve Pietro normanno, che dominava in Trani ed in altre terre,

nè avea dianzi voluto condur le sue genti all'impresa di Palermo,

spacciandosi indipendente dal duca. Ma Roberto non potea sofferire chi

in quelle parti non piegava il capo ai suoi voleri, e nol riconosceva

per padrone. Fece dunque l'assedio di Trani, e l'obbligò alla

resa[1029]. L'esempio di questa città fu seguitato da Giovenazzo, da

Bussiglia e da altre terre. Tuttavia fatto in una baruffa prigione esso

Pietro, sperimentò che la magnanimità non era l'ultima delle virtù di

Roberto, perchè riebbe la libertà, ed anche le sue terre, a riserva di

Trani, con obbligo di riconoscerle in vassallaggio dal duca. Anche

_Ruggieri conte_ di Sicilia[1030], ansiosissimo di aggiugnere alle sue

conquiste l'importante castello di san Giovanni, con fortificare un

vicino castello, cominciò a strignerlo, ben persuaso, che l'acquisto di

quella fortezza gli faciliterebbe quello del rimanente della Sicilia.

Intanto i corsari tunesini sbarcati a Nicotera nella notte della vigilia

di san Pietro, parte di quei cittadini uccisero, parte colle donne e coi

figliuoli condussero schiavi. Era stato nell'anno precedente conferito

il vescovato di Lucca ad Anselmo nipote del defunto papa Alessandro II,

e di patria senza dubbio milanese, uomo di santa vita e di sì eminente

prudenza, che papa Gregorio VII il deputò poscia per consigliere della

contessa Matilda, e il dichiarò suo vicario in Lombardia. Merita ben

questo illustre personaggio che se ne faccia menzione. Sua cura tosto fu

di volere riformar gli abusi introdotti fra i canonici della cattedrale

di Lucca, come s'ha dalla di lui vita[1031] scritta da un autore

contemporaneo, cioè dal suo penitenziere: abusi che erano in questi

tempi assai familiari anche nell'altre chiese d'Italia; ma per quante

esortazioni e minacce adoperasse, nulla potè ottener da essi. A qual

precipizio si conducessero quegli ecclesiastici per questo affare, lo

vedremo a suo luogo. Credette il cardinal Baronio[1032] che in questo

anno fossero eglino citati al concilio romano, ma ciò avvenne molto più

tardi. È anche degno d'osservazione, che stranamente prosperando i

Turchi nell'imperio cristiano d'Oriente, Gregorio VII volle commuovere i

principi e i re d'Occidente a formare un'armata da spedire colà per

opporsi ai progressi di que' Barbari[1033]; ma niun successo ebbero le

di lui premure. Questa è la prima volta che si cominciò a parlar di

crociate contro gl'infedeli d'Oriente. Scrisse ancora papa Gregorio

delle lettere fulminanti contro _Filippo re_ di Francia a cagione di

molti suoi eccessi, fra' quali entrò quello d'aver estorte immense somme

di danaro ai mercatanti italiani che trovò iti a una fiera di Francia.

Durava tuttavia la pia frenesia di rubare i corpi de' santi, ansando

tutti di aver presso di sè que' sacri depositi. In quest'anno appunto

riuscì ai monaci della Vangadizza sull'Adigetto di rubare ai Vicentini

il corpo di _san Teobaldo_ romito, che già dicemmo morto nell'anno 1066.

Portato il sacro pegno al loro monistero, siccome costa dalla storia

della sua traslazione[1034], fu esso onorato da Dio con assai miracoli,

con essersi anche trovato ad essi presente il marchese _Alberto Azzo II_

progenitore della casa d'Este. _Contigit, illustrem virum Azonem

marchionem, illius videlicet monasterii possessorem, advenire, et sicut

ante gesta solo auditu, sic eadem visu cognoscere_. Da lì a qualche

tempo arrivò alla Vangadizza Rodolfo fratello del medesimo santo per

ottenerne delle reliquie, e ne fece premurose istanze al marchese Azzo.

Ma questi rispondea, _se nolle tanti pretii thesauro regionem suam

depauperare, et alienam ditare_. Finalmente gliene concedette una parte.

Nel diploma, con cui Arrigo IV nell'anno 1077 confermò gli Stati ad esso

marchese _Azzo_, ed a _Ugo_ e a _Folco_ suoi figliuoli, siccome io

altrove[1035] osservai, si vede il _monistero della Vangadizza_, oggidì

bella terra appellata la _Badia_, posseduto allora dalla casa d'Este. Ma

io non avvertii, che anche questo bel passo egregiamente compruova la

verità d'esso diploma, perchè quel buon principe sommamente si rallegrò

di avere ottenuto il sacro corpo di san Teobaldo, _quod se suaeque

ditionis populum in adventu beati et omni laude celebrandi, confessoris

Teobaldi visitaverit_. Ed ecco dove era allora il principal soggiorno

del marchese Azzo estense. Le premure di papa Gregorio VII fecero che in

quest'anno nel mese di settembre _Domenico Silvio_ doge di Venezia e

duca della Dalmazia fece un assegno di beni alla chiesa patriarcale di

Grado. Il diploma, sottoscritto dai vescovi suffraganei, fu da me dato

alla luce[1036].

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 89 / 277 题