[944] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[945] Guillelmus Apulus, lib. 2. Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 11.
[946] Sigonius, de Regno Ital., lib. 9.
[947] Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.
[948] Puricellius, in Vita S. Herlembaldi, cap. 28.
[949] Ordericus Vitalis, Hist. Eccl., lib. 4.
[950] Antichità Estensi, P. I, cap. 3.
[951] Mabill., Analect., tom. 3, cap. 33.
[952] Antichità Estensi, P. I, cap. 27.
[953] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 211.
Anno di CRISTO MLXX. Indizione VIII.
ALESSANDRO II papa 10.
ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 15.
Mancò di vita _Gotifredo Barbato_ duca di Lorena e Toscana; ma non è sì
facile l'accordar gli scrittori intorno all'anno della sua morte.
Bertoldo da Costanza[954] la mette nell'anno 1069, succeduta nella
vigilia del santo Natale: nel che è seguitato dal Fiorentini nelle
Memorie di Matilda[955], e dal padre Mabillone[956]. Ma Lamberto da
Scafnaburgo[957], Sigeberto[958], l'Annalista sassone[959] ed altri, ai
quali aderì il cardinal Baronio[960] col padre Pagi[961] la riferiscono
all'anno presente. E se si potesse con franchezza riposare sopra una
memoria informe recata dallo stesso Fiorentini, si dovrebbe credere
veramente passato all'altra vita nell'anno presente. Ma non sembra
finora ben deciso questo punto. Anche la breve Cronica di san Vincenzo
di Metz[962] all'anno 1069 riferisce la di lui morte. Vo io credendo
derivata questa sconcordanza degli storici dall'anno che terminava colla
vigilia del santo Natale, cominciando il nuovo nel dì seguente. Dovette
mancare questo principe nella notte che divideva l'uno anno dall'altro.
Presso gli storici suddetti egli si truova ornato di molti elogi, e fu
da taluno appellato _Gotifredo il Grande_, a distinzione degli altri
duchi di Lorena di questo nome. Morì appunto in Lorena, ed ebbe
sepoltura in Verdun, con lasciar vedova per la seconda volta _Beatrice
duchessa_ di Toscana, e un figliuolo di lui nato dalle prime nozze, per
nome _Gozelone_, ossia _Gotifredo_, giovine di gran talento, ma gobbo:
il che servì a lui di soprannome per distinzione dagli altri. Ossia che
vivente il padre, o che dopo la sua morte si conchiudesse l'affare,
certo è che fra questo giovane principe, cioè Gotifredo il Gobbo e la
_contessa Matilda_, unica figliuola di Bonifazio già duca e marchese di
Toscana e della suddetta Beatrice, seguì matrimonio; e noi vedremo in
breve questo principe, già succeduto al padre nel ducato della Lorena,
esercitar anche in Italia l'autorità di duca di Toscana per ragione di
Matilda sua moglie. Non erano per anche divenuti ereditarii i ducati e
gli altri governi d'Italia, talmente che le donne ancora vi
succedessero; ma la potenza e la costituzion de' tempi avea già
introdotto questo costume. L'abbiamo parimente osservato in _Adelaide
marchesana_ di Susa, principessa d'animo virile. Vien creduto dal
Guichenon[963], che a questa Adelaide appartenga una Memoria riferita
dall'Ughelli[964], ed estratta dalla Cronica del monistero di
Fruttuaria, cioè la seguente: _Anno Domini MLXX, mense majo capta fuit
et incensa civitas astensis ab Alaxia comitissa astensi_: nella quale
occasione il suddetto Ughelli fu d'avviso che Adelaide facesse ricevere
a quel popolo per suo vescovo _Girlemo_, fin qui rigettato dagli
Astigiani. Leggesi una simil Memoria nelle Croniche d'Asti[965], ma con
diversità, dicendosi ivi che la città d'Asti fu presa in quest'anno,
_nono kalendas maii a comitissa Alaxia; et ab ea tota succensa fuit de
anno MXCI decimo quinto kalendas aprilis; et eodem anno dicta comitissa
obiit_. Alassia e Adelaide sono lo stesso nome; ma se è vero questo
incendio, non dovette già questo entrare nel catalogo de' suoi elogi. In
quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni _Odelrico duca_ e marchese
di Carintia[966]. Soleva in addietro andare unito col governo della
Carintia quello ancora della Marca di Verona; ma non so dire s'egli
godesse nello stesso tempo di questa, nè chi fosse ora presidente d'essa
Marca. Ebbe per successore _Bertoldo_ ossia _Bertolfo_. Nè si dee
tacere, per gloria dell'Italia, che in quest'anno da _Guglielmo_ re
d'Inghilterra e duca di Normandia, soprannominato il Conquistatore, fu
creato arcivescovo di Cantorberì e primate dell'Inghilterra il beato
_Lanfranco_ di nazione pavese, personaggio celebre nella storia
ecclesiastica non meno per la sua letteratura, che per le sue gloriose
azioni. Appoggiato il Sigonio[967] alle Croniche moderne di Pisa,
scrisse che in quest'anno i Pisani portarono la guerra in Corsica: del
che offesi i Genovesi, con dodici galere andarono a bloccar la bocca di
Arno; ma usciti in armi i Pisani, ne presero sette nel dì di san Sisto
d'agosto. Non sono indubitate cotali notizie. Gli antichi Annali di
Pisa[968] altro non dicono, se non che sorse gran guerra fra i Pisani e
Genovesi. L'avidità del commercio diede moto all'invidia, all'odio, e
poscia alle guerre fra queste due nazioni; e andando innanzi, ne vedremo
de' lagrimevoli effetti. Neppur lasciò passare l'anno presente _papa
Alessandro_ senza rivedere la sua diletta chiesa di Lucca, dove, secondo
le memorie allegate da Francesco Maria Fiorentini[969], nel dì 6 di
ottobre solennemente consecrò la cattedrale di san Martino, nuovamente
fabbricata in quella città, e confermò i privilegii a quel vescovato.
V'ha chi crede che in quest'anno giugnesse _Roberto Guiscardo_ duca ad
insignorirsi della capital della Puglia, cioè di Bari[970]. Già
cominciava ad assottigliarsi forte la vettovaglia in quella città, e
Roberto più che mai si mostrava risoluto di forzarla a cedere. Spedirono
perciò que' cittadini un messo a Costantinopoli con lettere
compassionevoli a _Romano Diogene imperadore_, per implorare soccorso.
Nè lo chiesero in vano. Romano, messa insieme una buona flotta di navi
con soldatesche e viveri, ne diede il comando a Gocelino normanno, che
disgustato e ribello del duca Roberto, era alcuni anni prima passato
alla corte imperiale d'Oriente, ed avea fatta ivi gran fortuna colla sua
bravura. Tornato il messo a Bari, e segretamente entrato, riempiè di
allegrezza quel prima disperato popolo coll'avviso del vicino aiuto, e
loro ordinò di stare attenti per far dei fuochi la notte, allorchè si
vedesse avvicinare la flotta de' Greci. Ma s'affrettarono essi di
troppo. La stessa notte cominciarono ad accendere de' fuochi nelle torri
e in altri siti della città: il che osservato dai Normanni, servì loro
d'indizio, che aspettassero in breve qualche aiuto per mare. Per buona
ventura il _conte Ruggieri_ alle premurose istanze del fratello Roberto
era anch'egli dalla Sicilia venuto a quell'assedio, menando seco un
poderoso naviglio. Fu a lui data commission di vegliare dalla banda del
mare, nè passò molto che si videro da lungi molti fanali, segni
indubitati di navi che venivano alla volta di Bari. Allora l'intrepido
Ruggeri, imbarcata la gente sua, con leonina ferocia volò incontro ai
Greci, i quali credendo che i Baritani per l'allegrezza venissero a
riceverli, non si prepararono alla difesa. Andarono i Normanni a urtar
sì forte ne' legni nemici, che una delle navi normanne, dove erano cento
cinquanta corazzieri, si rovesciò, e restò cogli uomini preda dell'onde.
Ma il valoroso Ruggieri adocchiata la capitana, perchè portava due
fanali, andò a dirittura ad investirla, e la sottomise con far prigione
il generale Gocelino, che poi lungamente macerato in una prigione, quivi
miseramente morì. Questa presa, e l'avere affondata un'altra nave de'
Greci, mise in rotta e fuga tutto il rimanente con gloria singolare de'
Normanni, che in addietro non s'erano mai avvisati di esser atti a
battaglie navali, e cominciarono allora ad imparare il mestiere. Nè di
più vi volle perchè i cittadini di Bari trattassero e concludessero la
resa della città al duca Roberto, che trattò amorevolmente non solo
essi, ma anche la guarnigion greca, e il lor generale Stefano, con
rimandar poi tutti essi Greci liberi al loro paese. Se veramente in
quest'anno, oppure nel seguente, Roberto Guiscardo facesse così
importante conquista, si è disputato fra gli eruditi. Chiaramente scrive
Lupo Protospata[971] ch'egli entrò vittorioso in Bari nel dì 15 d'aprile
dell'anno 1071; e a lui si attiene il padre Pagi[972], con osservare,
che, per testimonianza di Guglielmo Pugliese, durò _tre anni_
quell'assedio, e che, per conseguente, esso dovette aver principio
nell'anno 1068. Gaufredo Malaterra[973] all'incontro scrive che Bari
venne alle mani di Roberto nell'anno presente 1070, e Camillo
Pellegrini[974] si sottoscrisse a tale opinione. Stimò il padre Pagi
poco sicura la cronologia del Malaterra, senza osservare che non è di
miglior tempera quella di Lupo Protospata, dacchè troviamo da esso
storico posticipata di un anno la caduta dal trono di Romano Diogene
Augusto. Anche Romoaldo Salernitano nella Cronica sua[975], siccome
ancora la Cronichetta amalfitana[976] mettono sotto quest'anno la presa
di Bari. Tuttavia l'autorità dell'Ostiense[977] sembra bastante a
decidere questo punto; cioè a persuaderci che veramente nell'anno
seguente il vittorioso Roberto, dopo un assedio di _circa quattro anni_,
mettesse il piede in Bari. Vedremo in breve ciò ch'egli ne dice. Vennero
in questo anno a Roma, per attestato di Lamberto[978], gli arcivescovi
di Magonza e Colonia _Sigefredo_ ed _Annone_, ed _Ermanno vescovo_ di
Bamberga. Probabilmente ci conta favole quello storico con dire che
Ermanno accusato di simonia, con preziosi regali placò il papa.
Alessandro, pontefice di rara virtù, non era personaggio da lasciarsi in
tal guisa sovvertire. Aggiugne quello storico che a tutti e tre poi fece
esso pontefice un'acerba riprensione, perchè simoniacamente vendessero
gli ordini sacri. Non dovea per anche Annone arcivescovo essere giunto a
quella santità, di cui parlano gli storici dei secoli susseguenti. Era
in questi tempi un gran faccendiere _Gregorio vescovo_ di Vercelli, e
cancelliere di Arrigo IV re di Germania e d'Italia. Da lui ottenne egli
nell'anno presente varii casali posti nel contado di Vercelli per la sua
chiesa[979], con esser ivi espresso donato ancora _servitium, quod
pertinet ad comitatum_: il che fa intendere che si andava sempre più
pelando e sminuendo l'autorità e il provento spettante ai conti
governatori delle città, di modo che a poco a poco si ridusse quasi in
nulla il distretto di esse città, e la signoria de' conti urbani. Ma
dacchè si misero in libertà le stesse città, colla forza, siccome
vedremo, ripigliarono e sottomisero al loro dominio non meno i conti
territoriali ed altri nobili possidenti castella indipendenti dalla lor
giurisdizione, ma stesero le mani anche alle castella possedute dalle
chiese.